Graphic Novel Il sesso non binario di Yole Signorelli, in un fumetto un po'...

Il sesso non binario di Yole Signorelli, in un fumetto un po’ binario

Josephine Yole Signorelli è tra i nuovi volti della scena del fumetto italiano. Salita alla ribalta grazie al capace lavoro di promozione, è approdata all’opera prima durante il 2018 con Romanzo esplicito, graphic novel frammentario in cui metteva a nudo la sua visione, lasciando molto al non detto nonostante la dichiarazione d’intenti nel titolo.

La sua opera prima, premiata in più occasioni lungo il 2019 (nell’ordine: Napoli, Treviso, Lucca) era un’ottima sintesi degli elementi tipici dell’«arte sguaiata» di Yole, a partire dalla consapevolezza del mezzo, ridotto all’osso, funzionale e esigenziale, con un segno volutamente acido, approssimativo e senza fronzoli.

Lo stile di Signorelli, ovvero una scrittura grafica brutale e feroce, è la ragion d’essere della sua creatività. Più che nei contenuti forti, la cifra si trova nella grammatica essenziale, nella totale aderenza tra forma e contenuto. Se si pone al centro della propria poetica una qualche necessità espressiva, non ci si può perdere strada facendo in artifici retorici: è necessario, per una forma di pedante sincerità, centrare la questione. Eppure la forza – l’essenzialità sintattica – è anche la sua debolezza. Perché una scrittura così esuberante e sgraziata, seppure “vera” e autentica, corre spesso sul filo del rasoio dell’inautentico, del vezzo e dell’urlo punk di seconda mano. Una no-wave che rischia di farsi maniera.

Con P. La mia adolescenza trans (Feltrinelli Comics) Yole riesce nell’intento di rendere interessante e, per alcuni versi, necessaria l’ennesima autobiografia. Non soltanto restituendoci un tema delicato e centrale, ma raccontandolo nell’unica maniera possibile: attraverso la storia di un’educazione sentimentale.

P fumettibrutti

Catania. P. è un liceale, frequenta suo malgrado una scuola che gli sta stretta e vive in una città dove è conosciuto per essere il «ragazzo che sembra femmina». Vive però anche una seconda vita in una chat dove si fa chiamare “la ragazza della porta accanto” (riferimento giocoso alla Mary Jane Watson-Parker dei fumetti Marvel ) e dà il suo corpo in pasto al mondo: nonostante lo odi, non può fare a meno di esibirlo. Josephine Signorelli è lo stesso P., o meglio lo era: oggi è Fumettibrutti. E il diario intimo di La mia Adolescenza Trans è un romanzo di formazione, una testimonianza di una vita in transito: un movimento di scivolamento attraverso gli spazi interstiziali della vita, dove la ricerca del sé passa attraverso la liberazione di un corpo dalle rigidità del discorso binario sui generi sessuali.

La testimonianza di Yole è coraggiosa. Il memoir non lascia molto spazio all’immaginazione e procede verso un’epifania, una rivelazione che permette a P. di diventare sé stess*. Nonostante ciò, il romanzo procede per accumuli e automatismi, spesso pago della messa in essere di situazioni estreme e ambigue. Più che incidenti di percorso, certi vissuti diventano il fulcro stesso del racconto, ma l’espressività di alcuni momenti va a discapito della struttura. Queste esperienze traumatiche escludono dalla storia l’interiorizzazione, che fin troppo spesso viene mostrata attraverso sfoghi iper-verbali.

Un’esperienza non binaria in un mezzo non binario

Quello che non convince, allora, non è la stilizzazione, talvolta estrema, con cui Yole dà voce alla sua esperienza (una critica a nostro avviso infondata e inutile), ma semmai il gutter, lo spazio bianco tra le vignette. Se le cesure in Romanzo Esplicito rappresentavano un elemento di interesse – nei limiti di un lavoro che, a mio avviso, suggestiona ma evapora con una certa facilità – nel sophomore non vi è alcuna sospensione, alcuna pausa. A mancare sono insomma quei vuoti, quelle attese utili a dare un “volume” e un ritmo alla voce, che scorre senza intoppi verso l’unica e possibile conclusione, restituendo in minima parte il travaglio e la sofferenza di Yole.

La materia incandescente di un racconto intimo molto raro – non solo nel fumetto, ma nella fiction italiana più in generale – viene qui gestita in modo altalenante. Da un lato il dato biografico sfugge, diventa incontrollabile e soffoca il racconto; dall’altro l’adesione al personaggio (social?) sembra costringere il racconto stesso entro certi limiti precisi della rappresentazione. 

Il fumetto di per sé è non un mezzo, ma – se mi permettete il gioco di parole – il (fra)mezzo: un’arte che si insinua tra i margini e, quindi, per sua stessa natura evita ogni idea binaria. Non la relazione tra l’immagine e le parole, ma la cesura e la ripetizione, la dimensione artrologica (seguendo la nozione coniata da Thierry Groensteen). Di per sé, quindi, il fumetto è transizione e queer: cioè la via giusta per parlare di identità in transizione o non facilmente collocabili in una logica duale. Il fumetto come materia(le) degenere (bastardo e marginale) si trova a suo agio quando viene utilizzato per esprimere idee, sensazioni, esperienze del framezzo.

P fumettibrutti

Non è forse un caso che Yole sia stata premiata, di recente, con il Premio Guinigi insieme a Giulia “Zuzu” Spagnulo (la stessa giuria che ha votato un’opera sul corpo come Bezimena). Quello che le due giovani autrici portano avanti è infatti un discorso sul corpo sessualizzato e sulla potenza della carne. Su come descrivere quel coacervo sensibile che è il corpo, come cosa e come vissuto, in un ambiente dove la norma diventa un ostacolo alle infinite possibilità di definizione.

Entrambe però affrontano questa necessità del sé attraverso un linguaggio ancora immaturo. L’approccio al segno di Zuzu, in un certo senso smisurato, pantagruelico e barocco, a volte scade in un autocompiacimento che porta la versione metaforica del proprio alter ego a isolarsi dal piano narrativo e a diventare oggetto fruibile a sé. Il segno povero e brutale di Signorelli, dall’altra, priva questo stesso approccio di potenza. Nel momento in cui decide di utilizzare un tratto basico, quasi bambinesco, le sue deformazioni grafico-anatomiche rischiano l’indistinguibilità.

La sintesi infantile e naif di Yole si trova agli antipodi di quella di Zuzu: nessun rumore all’interno del flusso narrativo, se non la disturbante essenzialità di un segno bambino. Che tuttavia porta con sé il limite della povertà strutturale, con alcuni momenti didascalici e che strappano un sorriso e nulla più (il che fa pensare anche alla superficialità con cui, forse, il libro è stato editato per cavalcare l’onda del successo dell’opera prima e del coming out).

Aprire discussioni sul futuro o sulle potenzialità di un autore è spesso futile: abbiamo davanti il presente, quel che è stato detto e come è stato detto e come sia arrivato con forza ai lettori (soprattutto i frequentatori occasionali del linguaggio fumettistico). Ma è altrettanto fondamentale porre la questione, per capire come funziona il sistema editoriale, spesso interessato – in Italia come altrove – più al caso e all’hype che alla crescita dei giovani autori.

Ad oggi, Yole oscilla tra un fumetto didascalico e veloce, pensato per la condivisione e lo schermo degli smartphone, ed un lavoro biografico complesso e delicato. Il rischio è che il limite divori il potenziale, impedendogli di smarcarsi dalla sguaiatezza del cinismo ironico da social (un problema ancora più evidente in Nova, altro debutto del 2018 con Stelle o sparo, interessante ma indebolito da un “giovanilismo un po’ fuori tempo massimo”).

P., la mia adolescenza trans nonostante gli indubbi punti di forza, purtroppo si consuma velocemente, lasciando poco più che impressioni e sensazioni: una fotografia sbiadita di una vita.

P fumettibrutti

Particolarmente esemplificativo della maturità incompiuta dell’autrice, è il frettoloso finale. Qui le metafore visive e la sapienza grafica cedono prepotentemente il posto a un profluvio verbale, la cui ragione sta nel bisogno (volontà?) di sintetizzare i passaggi più difficilmente raccontabili in forma di fumetto. Se l’esplosione di parole cui P. si lascia andare durante la confessione con uno sconosciuto al pronto soccorso è significativa, perché ci parla dell’inizio di un processo di riappropriazione (l’espressione intima della protagonista che si riversava solo nei disegni, relegando alle parole solo il mascheramento e lo sberleffo malinconico), la verbosissima conclusione segna invece i confini del racconto grafico dell’autrice. Le parole servono a tappare i buchi, a condensare, a raccontare quello che sembra essere non-narrabile attraverso il segno. E questa è una parziale sconfitta.

Restano, dalla lettura di quest’opera, un’impressione di disillusa, malinconica autenticità e uno stile chiaro e riconoscibile, a suo modo “urgente”, destinato a farsi ricordare.

Si ringrazia Andrea Tosti per la collaborazione.

P. La mia adolescenza trans
di Fumettibrutti
Feltrinelli Comics, settembre 2019
brossurato, 208 pp., colore
18,00 €

Leggi anche:

Il lirismo sguaiato di Fumettibrutti
Fumettibrutti. Critica esplicita

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