Recensioni Classic "Un mondo nuovo", il ritorno di Chris Reynolds

“Un mondo nuovo”, il ritorno di Chris Reynolds

Chris Reynolds sarà tra gli ospiti principali dell’edizione 2019 del festival BilBOlbul (Bologna, 29 novembre – 1 dicembre), protagonista di una mostra e di due incontri.


*di Matteo Gaspari

Nel 2005 Seth scriveva sul The Comics Journal che Chris Reynolds era il fumettista più sottovalutato degli ultimi vent’anni e proseguiva dicendo che «il solo fatto che la maggior parte di voi, lettori di quest’articolo, probabilmente non l’abbiate mai sentito nominare è in qualche modo indicazione della veridicità della mia affermazione». Ed è difficile dargli torto: gli anni Ottanta e soprattutto i primi anni Novanta hanno consacrato una moltitudine di grandi autori anglofoni di un certo tipo di fumetto che potremmo definire “letterario” (concedendoci una scorciatoia pratica generalmente odiosa); da Daniel Clowes a Adrian Tomine, da Charles Burns a Chester Brown fino a Chris Ware, e la lista potrebbe benissimo proseguire (limitandoci al mondo anglosassone) fino a includere i vari Alan Moore, Grant Morrison, Frank Miller, Neil Gaiman… Chris Reynolds, autore di origine gallese che sarebbe ingiusto ritenere secondo per profondità di visione rispetto agli artisti citati, è però sempre rimasto un poco ai margini fino praticamente a scomparire per una ventina buona d’anni.

Approfondire e indagare le motivazioni di questo silenzio editoriale, preceduto persino da una (pur molto parziale) pubblicazione italiana nella collana “I canguri” di Feltrinelli e sulla seminale rivista Schizzo, così come sottolineare lo straordinario impegno con cui Seth è riuscito a interrompere questo iato, è forse poco interessante. Cose da appassionati di storia dell’editoria del fumetto. O da filologi.

Un mondo nuovo Chris Reynolds

Ancor più interessante è riflettere sul perché la pubblicazione di Un mondo nuovo (Tunué, 2019) sia una notizia così lieta e rilevante, anche e soprattutto se l’antologia contiene perlopiù racconti scritti e disegnati una trentina d’anni fa. Da un lato l’ovvia risposta potrebbe essere che i recuperi sono un bene, perché mantengono (o in questo caso rimettono) in circolazione storie, mondi e idee che altrimenti rimarrebbero a prendere polvere nel dimenticatoio culturale dove finiscono tutte le cose mai ristampate. Ed è una risposta legittima ma, soprattutto in questo caso, parziale al punto da essere fuorviante. Perché per quanto legato, almeno in superficie, a stilemi della narrazione di genere (pur rimpastati e reinterpretati), per quanto svincolato dall’impegno esibito di tanta letteratura a fumetti, l’universo creato da Reynolds e riproposto in Un mondo nuovo ha molto da dire – su di noi, sul mondo in cui viviamo, sul nostro ruolo al suo interno – e lo dice con la miglior maestria: suggerendo più che spiegando, alludendo, procedendo per metafore.

Il disegno impressiona per i bianchi e neri nettissimi, persino aggressivi nel loro rifiutare il compromesso del grigio; per il tratto sfrontatamente spesso che si assottiglia fino a farsi impalpabile nei fitti tratteggi che ombreggiano una penombra nella quale i personaggi si fanno silhouette, solo per poi dipanarsi del tutto e lasciare spazio a luminosità accecanti. Si percepiscono i cieli tersi, il silenzio, a tratti anche un certo calore rincuorante che si rafforza nelle numerose vedute immobili di paesaggi bucolici.

Le pagine sono attraversate da una griglia geometrica, regolare, pacata, che incede sonnolenta con un ritmo basso e timbrico. E all’interno di questa gabbia, che quasi ricorda l’intelaiatura di una finestra attraverso la quale poter sbirciare in questo mondo che, a credere al titolo, nuovo dovrà pur essere, osserviamo personaggi che più che muoversi sembrano di volta in volta congelati in istantanee. Come se il tempo avesse rallentato fino a farsi immisurabile, e scorresse ora a piccoli balzi prima di fermarsi di nuovo. Tutto si presenta calmo, misurato, perfino rassicurante. Ma è una tranquillità che, fin dal principio, mostra la sua irrequietezza, sussurrando l’idea che qualcosa sia fuori posto, in agguato ma nascosta ma percepibile sotto la regolarità delle vignette e sotto al bianco e nero definito, in procinto di esplodere.

Ma l’esplosione non arriva, anche se la sua presenza si fa sempre più imminente man mano che si procede nella lettura di questi racconti che, tra personaggi ricorrenti e apparenti incongruità logico-temporali, sembrano voler andare in mille direzioni e al contempo procedere spediti verso un obiettivo mai del tutto chiaro. Perché la deflagrazione non arriva mai, e quel leggero sentimento che ci sia qualcosa di storto, di sfuggente a definizione, rimane un’eco lontana.

Un mondo nuovo Chris Reynolds

Il lettore è del tutto partecipe al senso di spaesamento provato dalla gran parte dei personaggi di Un mondo nuovo, che si trovano a percepire con chiarezza – ma mai a capire con la chiarezza della razionalità – di aver perso le coordinate con cui categorizzare e capire il mondo, e quindi la possibilità di agire su di esso. Il mondo gli è cambiato sotto i piedi, in maniera impercettibile ma definitiva, e ora non ci si raccapezzano più: le sensazioni dominanti sono infatti la malinconia per un passato al quale non si può più tornare («Dov’eri tu quando eravamo entrambi bambini», dice un’ignota voce fuori campo in uno tra i più lirici dei racconti), la frustrazione di fronte alla propria incapacità di trovare un senso (com’è possibile investigare la sparizione di interi edifici o ritrovare una normalità in un mondo ormai conquistato dagli alieni?) e la perdita di controllo. Sono sensazioni costitutive anche del nostro presente, fattosi ostile e spesso incomprensibile, che giudichiamo con categorie ontologiche alla quali ci attacchiamo come unico ago possibile della nostra bussola interiore ma che percepiamo, con sempre maggior chiarezza, come obsolete.

Nell’introduzione al volume, Ed Park definisce Mauretania – il racconto più lungo giustamente posto in chiusura alla raccolta – come un «piccolo capolavoro di paranoia corporativa». E di certo lo è, ma come il resto della raccolta è molto più di questo. È in un certo senso la summa della poetica di Reynolds, la storia dello scontro tra visioni della realtà opposte: la razionalità antiquata della polizia mentale, che cerca di ritrovare la rotta di fronte a persone ed eventi che sfuggono a un modo di pensare evidentemente superato, e l’imprevedibilità di Jimmy, iconico personaggio con il casco in testa, che è l’unico che sa cosa fare e come farlo. In mezzo c’è Susan, che sarà l’unico personaggio di tutto il libro ad accettare che il mondo è cambiato e che, di conseguenza, deve cambiare anche lei. Anche se questo significa stare per un po’ senza capirci niente.

È per questo che – al di là del nobilissimo recupero editoriale, al di là del rigore estetico – Un mondo nuovo è un libro importante, fondamentale, soprattutto ora: anche se non abbiamo gli alieni, le macchine volanti e l’ossessione per le miniere, malinconia, incomprensibilità e perdita di controllo sono i mattoni su cui si poggia la nostra realtà. E se non possiamo essere Jimmy, che cambia il mondo regalando aquiloni ai bambini, potremmo almeno cercare di essere Susan.

Un mondo nuovo
di Chris Reynolds
traduzione di Matteo Gaspari
Tunué, novembre 2019
brossurato, 280 pp., bianco e nero
24,90 €

Leggi anche:

• Una storia da “Un mondo nuovo” di Chris Reynolds
Le mostre dell’edizione 2019 di BilBOlbul
Tutti gli incontri al festival BilBOlbul 2019

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