“20th Century Boys”, i ragazzi che salvarono il mondo

20th century boys manga urasawa

Prima di Stranger Things e dopo quella stagione meravigliosa che racchiude il cinema d’avventura per ragazzi degli anni Ottanta, c’è stato un manga che, a suo modo, ha rivelato un autore e aperto una nuova stagione del fumetto. L’autore è Naoki Urasawa, il fumetto è 20th Century Boys. Quest’anno, l’opera che da molti è considerata una vetta e da altri un capolavoro mancato dell’autore compie vent’anni e, dopo tutto questo tempo, ha forse senso cercare di analizzarla con nuovi occhi, esaminandola finalmente lontano dal contesto contemporaneo in cui, al tempo, fu fruita pur essendone vero e proprio zeitgeist.

L’arco narrativo di 20th Century Boys copre parecchi anni: dal 1969 fino a trent’anni dopo. Urasawa opta per una narrazione non lineare, sviluppando la sua storia con flashback e flashforward, andando avanti e indietro, in un turbinio spazio-temporale degno delle migliori saghe di viaggi nel tempo. Eppure, nonostante questa scelta, appare sin da subito chiaro come questa narrazione frammentata sia funzionale al racconto e mai fine a se stessa.

Nel 1969 Kenji e i suoi amici Occio, Yoshitsune, Maruo, Saburo, Croakki, Mon-Chan e Yukiji fondano per gioco una setta, con tanto di simbolo. Vogliono proteggere il mondo da ogni forma di minaccia, dalle armi batteriologiche ai robottoni.

Nel 1997 la vita si ha già presentato il conto. I ragazzi si sono persi di vista e lo stesso Kenji è un uomo disilluso e insicuro, l’ombra del sognatore che era. Ma qualcosa sta per succedere: dopo il suicidio di un amico si ritrova a indagare su una serie di misteri che hanno a che fare con il suo passato di bambino e con un fatidico profeta che si fa chiamare l’Amico.  

20th century boys manga urasawa

Attraverso i generi

20th Century Boys fu serializzato nelle pagine della rivista Big Comic Spirits della casa editrice Shogakukan nel 1999. In Italia fu pubblicato la prima volta nel 2002 (da Panini Comics). La serie si sviluppò attraverso 22 tankobon, ai quali si aggiunse 21th Century Boys, composto a sua volta da due volumi, che può essere considerato come un sequel e al tempo stesso come un modo per mettere la parola fine a un’epopea sicuramente complessa e difficile da chiudere.

Chiariamolo subito: 20th Century Boys non è il capolavoro che tutti decantano. Non è un’opera perfetta o definitiva, non è l’eccellenza oltre la quale non è possibile andare. Probabilmente non è nemmeno il miglior risultato artistico di Urasawa. Eppure rappresenta una pietra miliare per ogni appassionato o studioso di fumetto.

Lo sviluppo di 20th Century Boys procede su differenti binari: da una parte una storia intricata che, come in altre opere di Urasawa, prende forma con il tempo, rivelando una complessità strutturale di notevoli proporzioni. Questa complessità ha a che fare non solo con la struttura in sé, quindi con il modo in cui la storia si srotola di fronte agli occhi del lettore, ma anche con i piani temporali scelti dall’autore, che si intersecano a loro volta con tutto il resto.

Il primo, grande pregio di 20th Century Boys è, dunque, la capacità di Urasawa di aver reso l’intera vicenda entusiasmante, coinvolgente e brillante grazie e nonostante questa complessità. Come in molte delle sue altre opere, Urasawa è riuscito a gestire con apparente facilità la grandezza della storia, inserendovi all’interno diversi generi, dalla sci-fi al thriller, dal drammatico al comico. Toni e metodologie di racconto diversi tra loro che si integrano, si intrecciano, diventando tutt’uno.

Ma, al di là del vezzo narrativo, perché sviluppare la storia su due binari temporali diversi? La risposta è molto semplice e ha a che fare con il senso stesso del manga: 20th Century Boys è un’opera che riflette sulla morte storica dei sogni. Mettendo uno a fianco all’altro due momenti come la fine degli anni Sessanta e gli anni Novanta, Urasawa riflette su come siano cambiate le coordinate storiche e ideologiche di un intero Paese e di due generazioni.

Tra illusione e disillusione

Da una parte, dunque, la generazione che viveva immersa in una speranza quasi illuministica: l’Expo di Osaka del 1970, qualche anno prima le Olimpiadi di Tokyo, i moti e le proteste del ’68, le innovazioni scientifiche, il Boom economico e sociale del Giappone, lo sbarco dell’uomo sulla Luna. Tutti momenti che contribuirono a dar vita a una generazione che credeva nel futuro, che era convinta della radiosità e del percorso positivo che l’uomo stava percorrendo. In questo contesto di “felicità sociale”, Urasawa attinge all’innocenza dell’infanzia, qualcosa che, bene o male, riguarda tutti. Facendo collidere storia e ricordi, Urasawa ha messo su carta sensazioni ed emozioni universali, con un tono sinceramente credibile.

Agli anni Sessanta, con la loro positività, si affiancano gli anni Novanta, quelli della recessione economica, di una struttura sociale bloccata e reprimente, quelli del terrore delle sette, degli attacchi terroristici (il più noto culminato con l’attacco alla metropolitana di Tokyo nel 1995, che provocò 13 morti e più di 6.000 intossicati). Il sogno si era spezzato, insomma, e con 20th Century Boys Urasawa ci tiene a sottolineare la labilità degli umori storici. A vederla su un piano più assoluto, 20th Century Boys è una fotografia distorta ma lucida del Giappone dal dopoguerra.

Oltre all’elemento squisitamente storico, c’è poi un contorno concettuale che non è da meno. 20th Century Boys è una riflessione sull’uomo e sulla sua fragilità. Questa fragilità, che si espone sempre di più nel corso dell’esistenza, rivela il tentativo costante e spesso negato di attaccarsi nostalgicamente a quel momento in cui tutto era ancora possibile. Un ritorno al possibile, al sogno. Un’utopia, in fondo.

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Crescere come atto di protesta

Il manga di Urasawa, dunque, riflette sulla scelta di non crescere come atto di protesta per quei sogni traditi. Ma, alla fine, rivela come il vero atto rivoluzionario sia proprio la scelta di abbandonare quel porto sicuro e avventurarsi in un futuro (storico ed esistenziale) oscuro e incerto. 20th Century Boys mette in scena un processo di maturazione che coinvolge il protagonista, a rappresentazione di quello di un’intera generazione e popolazione. Un atto di fiducia verso un Paese che, negli anni Novanta, deve trovare nuovamente la strada e ricominciare a credere.

Il finale si ricollega in modo sensato all’incipit del fumetto, dimostrando una visione chiara da parte del suo autore. Dove 20th Century Boys difetta è nel modo in cui ha sviluppato alcune sottotrame ed elementi narrativi senza svilupparli a dovere e, verso la fine, abbandonandoli senza una chiusa degna di questo nome.

Quindi, come si diceva, 20th Century Boys non è il capolavoro assoluto di Urasawa ma è con ogni probabilità la sua opera più coinvolgente e trasversale. Perché la riflessione storica si intreccia così naturalmente alla finzione della narrazione da risultare parimenti importante. Questo equilibrio non si riscontra forse in Monster, altro caposaldo dell’autore. Eppure, nonostante tutto, 20th Century Boys è la summa di Naoki Urasawa: un condensato di lucidità analitica e un vortice di emotività.

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