L’Uomo Tigre, il campione

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Nel 2011, l’agenzia di stampa Reuters riportava che in Giappone era in corso un curioso fenomeno: in quel periodo, in seguito allo tsunami che colpì il paese, gli orfanotrofi giapponesi ricevettero numerose donazioni a nome di un certo ‘Naoto Date‘. Persino in Italia il riferimento era piuttosto evidente, soprattutto tra la maggior parte dei figli della ‘generazione Goldrake’, quelli nati in Italia tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta. Naoto Date richiamava il protagonista di Tiger Mask, cartone animato arrivato in Italia nel 1982 come L’Uomo Tigre, il campione.

Il personaggio principale della serie era infatti un orfano cresciuto in un orfanotrofio dopo la fine della Seconda guerra mondiale e poi accolto da una spietata organizzazione – dai richiami nazisti, con sede tra le Alpi bavaresi – chiamata Tana delle Tigri, che lo aveva fatto diventare un wrestler di grande fama e successo in tutto il mondo, con il nome di Uomo Tigre (e una iconica maschera con le fattezze del felino da cui prendeva il nome).

Se, inizialmente, Naoto era un dipendente modello della Tana delle Tigri, a cui devolveva una parte dei suoi guadagni, l’incontro con l’ex compagna di orfanotrofio Ruriko e i bambini della casa/orfanotrofio da lei gestita lo spinse a decidere di donare a loro la maggior parte dei propri ricavi e a ribellarsi contro l’organizzazione, che da quel punto in poi avrebbe cercato di ucciderlo con ogni mezzo, dentro e fuori il ring, per vendicare il tradimento.

Dal manga all’anime

La serie – che esordì in Giappone il 2 ottobre 1969 – era basata su un manga di successo pubblicato tra il 1968 e il 1971 da Kodansha, scritto da Ikki Kajiwara (che in contemporanea realizzò anche Rocky Joe) e disegnato da Naoki Tsuji. L’Uomo Tigre – sia il manga che l’anime – fu uno spaccato dei tempi in cui uscì, raccontando una società – quella giapponese degli anni Sessanta – caratterizzata da una grande povertà e una larga diffusione di orfani. Due temi centrali nell’opera di Kajiwara (nato nel 1936), insieme allo sport come strumento (aniacale) di rivalsa sociale, con i personaggi che diventavano metafore dell’intero Giappone.

In particolare, nel puntare su uno sport di combattimento per far risaltare l’animo battagliero e lo spirito di sacrificio del protagonista, la scelta del puroresu, il wrestling giapponese – o catch, come la disciplina era nota in Italia nei primi anni Ottanta – fu dettata da un motivo ben preciso: come sottolineato da Jean-Marie Bouissou ne Il manga – storia e universi del fumetto giapponese (Tunué, 2008), questo sport, insieme al pugilato, «hanno il vantaggio, rispetto alle arti marziali tradizionali, di consentire di opporre agli eroi giapponesi avversari stranieri brutti, sporchi e cattivi» (traduzione di Gianluca Di Fratta e Marco Pellitteri).

Là dove il manga era più realistico nella rappresentazione del wrestling e in alcuni momenti sconfinava nel noir per atmosfere e ambientazioni, l’anime diede una rappresentazione più ‘supereroica’ dei personaggi e dei loro combattimenti, portando all’estremo ogni gesto compiuto sul ring anche a discapito della precisione stilistica.

L’Uomo Tigre era quello che nella realtà del mondo del wrestling verrebbe definito un ‘high flyer’, ovvero un peso leggero dalle capacità acrobatiche, e questo diede la possibilità agli autori di farlo volteggiare in lungo e il largo (e in alto) per un ring che a volte sembrava essere infinito, per una precisa volontà degli autori.

Ad aggiungere ‘sospensione dell’incredulità’, ci pensavano anche le copiose quantità di sangue versate dell’eroe, che stavano alla base della grande dose di violenza presente all’interno dell’anime. Una violenza che non era mai fine a se stessa, ma usata come metafora visiva del prezzo necessario da pagare per poter fare del bene, per dare agli altri quello che Naoto non era riuscito ad avere per se stesso, ovvero una vita dignitosa.

Il principale responsabile dell’aspetto visivo dell’anime fu l’animatore Keiichiro Kimura, autore anche di Cyborg 009 (1968), Mimì e la nazionale di pallavolo (1969) e Sam ragazzo del West (1974). Kimura realizzò il character design dei personaggi e animò la sigla iniziale, le cui immagini sarebbero rimaste invariate nella versione italiana. Come supervisore alle animazioni, inoltre, l’animatore chiese ai suoi collaboratori di dare l’impressione che il ring fosse grande quanto «un campo da calcio», per sottolineare le corse quasi infinite che anticipavano un salto o un colpo.

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L’Uomo Tigre in compagnia del gigante Baba

A far funzionare la serie animata fu inoltre il doppio binario di identificazione/ispirazione da parte dello spettatore. Se un osservatore più giovane poteva facilmente identificarsi in Kenta, il principale tifoso ed emulo di Uomo Tigre all’interno della casa di Ruriko, uno più adulto poteva trarre ispirazione dalle gesta di Naoto, eroe che, come diceva anche la sigla italiana «ha tanti amici e grande la bontà, ma col nemico non ha pietà».

Tra realtà e finzione

Al fianco di versioni animate di personalità reali – come il Gigante Baba e Antonio Inoki, due degli alleati ricorrenti dell’Uomo Tigre – nell’anime trovarono posto numerosi nemici dall’aspetto sgargiante e spesso spaventoso, guidati da Mister X, il ‘manager’ di Tana delle Tigri dal colorito cianotico, reso ancora più indimenticabile nell’adattamento italiano dalla voce pungente di Nino Scardina.

Tra rappresentanze di animali di vari tipi (dall’Uomo Leone a Piranha, passando per Ragno Diabolico e Re Giaguaro), alcuni di quei nemici riuscirono a imprimersi in modo molto forte nella memoria degli spettatori, anche in Italia. È impossibile per esempio dimenticare Mister No, caratterizzato da un lungo collo e dall’assenza di tratti somatici, o l’Uomo Gorilla, mastodonte con una storia simile a quella di Tarzan (ma dall’aspetto decisamente meno nobile). Senza tralasciare Grande Tigre, capo dell’organizzazione nonché principale nemesi dell’eroe.

Mr. No, uno degli avversari più ricordati dell’Uomo Tigre

Nel suo corso, la serie offriva inoltre molti riferimenti alle dinamiche del wrestling reale: anche nel wrestling in carne e ossa ci sono faide tra lottatori, in singolo o raggruppati in fazioni. E capita anche che wrestler ‘buoni’ (definiti ‘face’) passino tra le fila dei ‘cattivi’ (‘heel’) e viceversa. E spesso sono i wrestler stranieri (i ‘gaijin’, come vengono chiamati in Giappone) a interpretare il ruolo del malvagio che deve essere sconfitto dall’eroe nazionale di turno. L’Uomo Tigre fu una fedele rappresentazione di tutto questo. All’inizio della serie, per esempio, Naoto Date era un vero e proprio cattivo, che sconfiggeva gli avversari grazie a una serie di scorrettezze, spesso molto violente.

A un certo punto, però, attraverso un lento e profondo processo introspettivo, Naoto passò tra le fila dei buoni (compiendo quello che in gergo viene definito un ‘turn face’), giurando di combattere lealmente per essere d’insegnamento ai bambini di cui aveva promesso di occuparsi. A quel punto si ritrovò a dover fronteggiare, con l’aiuto dei propri alleati (i già citati Baba e Inoki, ma anche Daigo Daimon e Kentaro Takaoka, essi stessi marchiati come ‘traditori’) tutto il roster di lottatori malvagi a disposizione di Tana delle Tigri.

L’eredità dell’Uomo Tigre

Al termine dei suoi 105 episodi, L’Uomo Tigre generò un seguito in 33 puntate tramesse tra il 1981 e il 1982, Uomo Tigre II, con protagonista Tatsuo Aku (in Italia Tommy Aku), uno dei bambini della casa orfanotrofio gestita da Ruriko, ormai cresciuto e divenuto anche lui un lottatore. La serie era caratterizzata da momenti altamente kitsch (come la presenza della tigre addomesticata che accompagnava Tommy) e da avversari tutt’altro che memorabili, e fu presto dimenticata.

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L’Uomo Tigre II

Tanto che, nel 2016, la nuova serie Tiger Mask W – ancora inedita in Italia – si riallacciò direttamente al cartone animato originario, senza fare mai menzione di Tommy Aku o di Uomo Tigre II. Questa serie – composta da 38 episodi – fu prodotta da Toei Animation in collaborazione con la New Japan Pro-Wrestling (NJPW), la principale federazione di lotta giapponese.

La partecipazione della NJPW non fu un caso: era stata proprio questa organizzazione a portare sul ring un Tiger Mask in carne ossa, nel 1981, per sfruttare la popolarità del personaggio. Sotto la maschera si celava il wrestler Satoru Sayama, che la indossò fino al 1984, venendo poi sostituito da Mitsuharu Misawa (1984-1990) e Koji Kanemoto (1990-1994). Oggi siamo arrivati al quarto Tiger Mask, Yoshihiro Yamazaki, che è ancora in attività. Nel 2016, inoltre, sui ring della NJPW apparve per un brevissimo periodo anche un Tiger Mask W, interpretato da Kota Ibushi, uno dei più popolari wrestler giapponesi contemporanei, per promuovere la nuova serie animata.

Tutto questo dimostra quanto sia stato forte l’impatto dell’Uomo Tigre sulla cultura popolare, tanto che ancora oggi, a distanza di 50 anni dal suo esordio televisivo, la sua eco continua a farsi sentire e a generare stretti – e curiosi – intrecci fra realtà e finzione, come poche altre serie sono riuscite a fare nel corso dei decenni.

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