News La serie tv "Watchmen", spiegata

La serie tv “Watchmen”, spiegata

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La serie HBO Watchmen, tratta dal fumetto di Alan Moore e Dave Gibbons, trasmessa tra ottobre e dicembre 2019 in America – e in Italia in contemporanea su Sky Atlantic – è uno dei prodotti televisivi più interessanti dell’anno. Non per la sua fattura – comunque buona – ma per il taglio inusuale che il creatore Damon Lindelof (Lost, The Leftovers, Star Trek, Tomorrowland) ha voluto dargli. Watchmen non è un adattamento diretto del fumetto, ma una storia ambientata in quel mondo, che introduce nuovi personaggi e ne riprende alcuni noti.

Watchmen è ambientato in un 2019 alternativo, in cui la tecnologia si è sviluppata in modo diverso: non esistono cellulari né Internet; il presidente degli Stati Uniti è Robert Redford, eletto nel 1992 e ancora in carica; i supereroi sono fuorilegge e la polizia è una squadriglia di vigilanti che opera a volto coperto, e nessuno sa chi ci sia dentro le maschere gialle dei poliziotti, i passamontagna dei tenenti o le bandane dei detective. Per proteggere la loro incolumità, gli agenti hanno nomi di battaglia altisonanti (Terrore Rosso, Specchio, Sorella Notte) e costumi.

La protagonista dello show è Angela Abar, una detective di Tulsa, Oklahoma, chiamata a investigare su un possibile ritorno in scena del Settimo Reggimento, un gruppo di suprematisti bianchi che ha preso il vigilante Rorschach come modello di riferimento, ne indossa la maschera e ne adora i feticci (il suo diario, le sue metodologie). L’organizzazione è stata sradicata anni fa ma sembra essere tornata in attività dopo che un uomo mascherato da Rorschach ha crivellato di colpi un poliziotto in servizio.

Da questa premessa si sviluppa una trama che contiene al suo interno questioni razziali contemporanee. Fa luce su una tragedia del Novecento rimossa dalla memoria collettiva degli statunitensi (e ancor più sconosciuta all’estero), parla di esperienza nera, ruolo del supereroe, discriminazione, eredità, trauma, scoperta identitaria, bene comune, perdita. Come scrive Den of Geek, «Questa versione di Watchmen ha ristretto i propri obiettivi per concentrarsi su tematiche prettamente locali, come i peccati di schiavismo e razzismo commessi dalla nostra nazione».

I critici ne hanno parlato (quasi) tutti bene: Alan Sepinwall, su Rolling Stone, ha scritto che «in alcuni momenti lo show spumeggia di vita nella stessa maniera mozzafiato delle due precedenti serie di Lindelof», anche se ammette che «ci sono parti che saranno incomprensibili agli spettatori che non hanno familiarità con la storia del fumetto». Il New Yorker, in un articolo della critica televisiva vincitrice di un premio Pulitzer Emily Nussbaum – illustrato da Tomer Hanuka –, descrive la serie come «una revisione radicale che è logica ed emotivamente rilevante». Ci sono stati anche pareri più tiepidi, perfino negativi, specie per quanto riguarda l’ultimo episodio, che conclude la storia in modo molto canonico, senza riuscire a giustificare con efficacia sufficiente le motivazioni e le azioni dei personaggi.

Watchmen gioca con la conoscenza pregressa del fumetto, provando comunque a essere un lavoro autonomo, e si spende a costruire un mondo pieno di angoli da esplorare (il cosiddetto worldbuilding). Si confronta con il fumetto di Moore e Gibbons senza reverenze o ricalchi, cercando di incarnarne lo spirito ma parlando di altre questioni. Mischia tutto in una soluzione particolare, a volte strana e bizzarra, altre seria e impegnata e che, al netto dei difetti, merita una visione.

Su Fumettologica abbiamo raccontato la serie, andando a comporre una guida che ne riassume la storia e, contemporaneamente, sviscera i riferimenti al fumetto, mette in fila le curiosità e prova a dare spiegazioni delle scene più importanti. Eccola di seguito, episodio per episodio:

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