L’architettura in “Celestia” di Manuele Fior

«Io non ho fatto altro che aprirti la porta» dice il Dottor Vivaldi al frastornato Pierrot, uno dei protagonisti di Celestia di Manuele Fior, pubblicato da Oblomov Edizioni. Quasi un’iniziazione che passa attraverso l’aprirsi di porte, scale, corridoi, parole d’ordine e che ci ha ricordato la Venezia massonica della Favola di Corto Maltese. Però Celestia non è Venezia – o meglio potrebbe esserla stata nel passato o diventarla nel futuro – scissa com’è, da quando il ponte che l’univa alla terraferma fu fatto saltare. 

Ma non entriamo di più nella vicenda. Quel che c’interessa, qui, è varcare alcune di quelle porte che si aprono all’improvviso sull’Isola di Pietra. Sono porte sull’architettura – una delle fonti d’ispirazione, una delle costanti dell’opera di Manuele Fior che studi d’architettura ha fatto, e che ricorrono per citazioni puntuali nei suoi graphic novel, nelle sue illustrazioni, nelle sue copertine. Architetture non «comuni», tutt’altro che sfondi scenografici – come pure sono necessari anche in questa Venezia/Celestia – piuttosto presenze determinanti, apparizioni caratterizzanti le svolte della narrazione.

Apparizioni e visioni: in questo caso di architetture celebri, due delle quali sono altrettanti progetti – mai realizzati – per Venezia, firmati da due maestri dell’Architettura Moderna: Frank Lloyd Wright (1867-1959) e Le Corbusier (1887-1965).

Frank Lloyd Wright Casa sul Canal Grande
Il progetto della casa sul Canal Grande di Frank Lloyd Wright

Il primo appare di notte, affiorante dalle acque come un canneto luminescente, a pagina 20 di questa prima parte di Celestia (e poi si manifesta in tutta la sua bellezza, alla luce del giorno nelle tavole 89 e 90). È la casa sul Canal Grande che Frank Lloyd Wright progettò per l’architetto Angelo Masieri (1921-1952) che aveva incontrato a Venezia nel 1951, del quale era diventato amico e al quale aveva proposto di progettare la sua dimora che sarebbe sorta alla confluenza del Rio Novo sul Canal Grande.

L’anno dopo, nel 1952, proprio mentre Masieri si recava a trovare Wright negli Stati Uniti per discutere del progetto, morì in un incidente stradale. La famiglia incaricò comunque l’architetto americano di elaborare un progetto in memoria dello scomparso: un edificio sul Canal Grande che avrebbe dovuto ospitare una foresteria per studenti di architettura e diventare la sede della futura Fondazione Masieri. Il progetto, però, fu bocciato dalla commissione edilizia veneziana che, non entrando nel merito del progetto, gli oppose i ferrei regolamenti edilizi comunali. Osteggiato anche da una campagna di stampa conservatrice nella quale si spese, contro, persino lo scrittore Ernest Hemingway (di casa a Venezia), il progetto di Wright fu accantonato. Così come accadde, anni dopo, a quello di Carlo Scarpa (un altro celebre maestro veneziano d’architettura) che aveva raccolto l’eredità del progetto.

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La casa sul Canal Grande in Celestia

Fu la prima occasione perduta per Venezia di dotarsi di un’architettura contemporanea di grande bellezza e in sintonia con la città. Lo stesso Frank Lloyd Wright definì il suo progetto «non un’imitazione ma un’interpretazione di Venezia, dove la tradizione è continuità del tradimento» e ne descrisse la facciata con queste suggestive parole: «Sorgerà dall’acqua come un fascio di grandi canne, che si vedranno al di sotto della superficie dell’acqua stessa».

Le sottili paraste di cemento, le terrazze aggettanti sulle quali scivolano erbe e rampicanti, i motivi decorativi delle pareti contraffortanti sono una coerente citazione di elementi organici wrightiani, già usati nella celebre Casa sulla Cascata e nella Millard House (qui la vicenda e i particolari del progetto).

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La casa sul Canal Grande in Celestia

La seconda architettura d’autore e la seconda occasione persa per la città lagunare, anch’essa mai realizzata, compare a pagina 107 di Celestia: è un grigio, lungo e basso edificio di cemento che poggia su palafitte. Sotto le quali si rifugiano Pierrot e Dora (l’altra protagonista principale) con il loro barchino per trascorrervi la notte tempestosa che li ha colti in mare durante la fuga verso la terraferma. Anche questo è un celebre capolavoro: il nuovo Ospedale di Venezia disegnato da Le Corbusier.

Nel 1962, con il nuovo piano regolatore della città, Venezia invita il grande architetto e urbanista a partecipare al concorso. Che risponde con alcuni consigli per l’eventuale realizzazione: «Impiegate il cemento armato – scrive Le Corbusier – e non cercate di copiare il vecchio mattone fatto a mano. Quel che dovete costruire fatelo di un’architettura il più moderna possibile. Potete mettere al mondo – conclude – fratelli e sorelle di Palazzo Ducale, il binomio è individuo e collettività e l’architettura e l’urbanistica lo risolvono in favore dell’armonia».

Ospedale di Venezia di Le Corbusier
Il progetto dell’Ospedale di Venezia di Le Corbusier

Il progetto arriverà nel 1964 e svelerà un armonico complesso di edifici e padiglioni con un’altezza massima di 13,66 metri (corrispondente alla media dei palazzi veneziani), funzionalmente posizionati a livelli diversi. Un’attenzione particolare sarà dedicata alle stanze di degenza (moduli di 3 metri per 3) e alla loro illuminazione solare. Le Corbusier morirà nel 1965 e, nonostante il lavoro venisse proseguito dai suoi collaboratori, l’ospedale rimase sulla carta e fissato in un plastico (qui tutta la storia e i particolari).

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Il progetto di Le Corbusier nella versione di Manuele Fior in Celestia

Ma non sono soltanto queste due di cui abbiamo parlato le architetture d’autore che Manuele Fior fa diventare protagoniste del suo straordinario fumetto. Il Castello che Pierrot e Dora trovano quando sbarcano sulla terraferma è la citazione di un progetto realizzato dall’architetto spagnolo Ricardo Bofill (1939), il complesso La Manzanera sulla costa di Alicante. E altri suoi edifici, realizzati tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, appariranno nel secondo volume di Celestia.

La Manzanera di Ricardo Bofill
La Manzanera di Ricardo Bofill

«È una parte della produzione di Bofill che trovo assolutamente affascinante – ci ha spiegato Manuele Fior – una specie di surrealismo architettonico abitato. Da vedere è anche il suo studio a Barcellona, La Fábrica, ma questo non sono riuscito a inserirlo nel mio fumetto. A parte questi nuovi “castelli” di Bofill – ha aggiunto Fior – ci sarà un’altra opera dell’architetto Louis Kahn, che però non si trova a Venezia (dove doveva sorgere un magnifico Palazzo dei Congressi progettato dall’architetto americano e, anche questo,  puntualmente non realizzato, ndr) ma a La Jolla, in California. Dopo la fuga sulla terraferma si ritorna così alla vecchia Celestia».

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La Manzanera vista da Manuele Fior in Celestia

Il gioco delle citazioni di Fior non si limita soltanto alle architetture, ma riguarda anche alcuni dei personaggi di Celestia. Magari gli addetti all’ambiente del fumetto avranno riconosciuto nel Custode del Castello le sembianze di Luca Baldazzi, giornalista dell’ufficio stampa della Coconino Press. E poi c’è il padre di Pierrot, un anziano signore elegantemente vestito, con baffi e farfallino, che abita la wrightiana casa sul Canal Grande.

«Il padre di Pierrot – ci ha rivelato Manuele Fior – è modellato sulla persona di Igor Stravinsky, musicista da me profondamente amato, non solo per la sua musica, ma per la sua personalità tout court, per cui anche il suo aspetto, la sua maniera di vestirsi, tutto insomma. Stravinsky ha coltivato una relazione abbastanza stretta con Venezia, vi ha diretto diversi concerti alla Fenice e alla Basilica di San Marco, e ha voluto essere seppellito nell’isola di San Michele insieme alla moglie Vera e vicino a Diaghilev, l’inventore dei balletti russi. Mi sembrava che ce ne fosse abbastanza da farne un personaggio del mio fumetto, che chiamo però Vivaldi, come il “prete rosso” di Venezia». O di Celestia.

Leggi anche: “Celestia”, il fumetto e tutto il resto. Intervista a Manuele Fior

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