Alle radici dei “neri” italiani: Kriminal

di Alfonso Elia*

C’era una volta il fumetto “nero” italiano… Una stagione irripetibile, inaugurata dal successo quasi immediato di Diabolik, l’imprendibile “cattivo” delle sorelle Giussani che dal 1962 faceva il verso al Fantômas di Allain & Souvestre. Si trasponeva così un romanzo d’appendice dei primi del Novecento sullo sfondo del tramonto della belle époque in un fumetto tascabile a uso e consumo dei pendolari di un’Italia che rinasceva. Se però l’emulo di Fantomas e Arsène Lupin aveva avuto il merito di inaugurare quello che sarà solo l’inizio di una sterminata serie di epigoni (quasi un centinaio), proprio uno di questi, per qualità di contenuti narrativi e grafici, a parere di chi scrive lo surclasserà nell’immaginario collettivo.

Complici ancora una volta destino e casualità, sottoforma di due giovani e geniali autori: il primo è Luciano Secchi alias Max Bunker, milanese doc che proviene già da una rodata esperienza della narrativa a fumetti e da un successo editoriale con l’innovativo western Maschera Nera. L’altro, Roberto Raviola in arte Magnus, è uno studente d’arte della vicina Bologna che risponde a un’inserzione di una casa editrice che richiede nuovi collaboratori.

L’esordio nel 1964 di Kriminal, coinvolgente fino allo spasimo, a una lettura distratta sembrerebbe riscrivere, seppur con estro e originalità, quei temi della giustizia e della vendetta tanto cari al romanzo d’evasione ottocentesco. Così nel primo numero Antony Logan è un novello Edmond Dantès che consuma il suo castigo senza però il risvolto del riscatto morale e del pentimento. Infatti diversamente che nel romanzo di Dumas la sua redenzione come quella dei suoi antagonisti non arriverà mai.

I primissimi anni della conduzione di Kriminal sono un susseguirsi di invenzioni geniali (donne discinte tradite e traditrici, fughe rocambolesche, terribili ingiustizie consumate), che simboleggiano un distacco totale dal resto della produzione a fumetti dell’epoca, finanche nel lessico dei titoli di copertina. Forte della sua vasta cultura della narrativa avventurosa come delle tragedie shakespeariane da lui lette in lingua originale, Secchi rappresenta con grande abilità il suo palcoscenico fatto di una umanità cinica e corrotta senza speranza di salvezza.

Una vignetta di Kriminal disegnata da Magnus

Kriminal n. 69 “Perry non si tocca”, insieme al n. 64 “Il segreto di Kriminal” rappresentano uno splendido esempio della disumanizzazione sofferta dell’universo dell’autore, dove la saga di Logan diventa un grande romanzo di formazione, capace di toccare le corde del lettore al pari del miglior Dickens di Oliver Twist e di Grandi speranze: ma, a differenza di quelli, senza mai nulla concedere al riscatto dell’umanità intera.

Una caratterizzazione dei personaggi estremamente realistica e al contempo grottesca, che il segno di Magnus sembrerà di pari passo assecondare sempre di più, dove le raffigurazioni lombrosiane dei protagonisti sopravvivono in assenza di qualsiasi visione manichea per la semplice ragione che nell’universo di Kriminal (e così nel mondo reale, sembra dirci l’autore) non esistono buoni e cattivi. Ed è proprio questa osmosi tra sceneggiatura e disegno un altro dei punti di forza della serie.

Raviola, ormai Magnus a tutti gli effetti, debutta nel fumetto con un segno ancora greve ma riscattato da una già solida formazione artistica, che riesce a esibire nell’anatomia delle figure e nei primi timidi chiaroscuri non ancora premonitori di quello stile così singolare (debitore anche dei frenetici tempi di esecuzione) che caratterizzerà la sua produzione futura.

Ma siccome a nessuno è dato essere davvero originale, si dirà che il suo stile maturo fosse debitore di tal Giovanni Scolari di quel Saturno contro la Terra scritto dal bardo Cesare Zavattini e che Magnus stesso un giorno omaggerà su una storica copertina della rivista Comic Art. A parte alcuni peccati veniali (come una sintassi non sempre perfetta), nel tempo le storie di Kriminal si arricchiscono sempre più di una piacevole vena surreale e ironica che finisce con lo stemperare gli aspetti più crudi ed efferati della narrazione (o ad esasperarli?), fino a subire una metamorfosi totale nell’albo n. 93 “Festa happening”, dove la presenza del protagonista diventerà solo un pretesto per una serie interminabile di gag esilaranti al limite del grottesco e del demenziale.

Come si sa, alla fine quella sarà soltanto una prova generale per un progetto che da tempo rende insonni le notti di Bunker e che vedrà la luce, all’inizio con alterne fortune, solo nella primavera del 1969. Dopo questo esperimento estremo che pare sconvolgere lo zoccolo duro dei lettori, si ritornerà alla normalità o quasi, perché a dirla tutta i due autori continueranno su quella strada che porterà alla creazione di uno dei personaggi più innovativi e originali della narrativa a fumetti di sempre: Alan Ford. Ma a pensarci bene, rinunciando al lato oscuro e tutto concedendo al surreale e al grottesco, Alan Ford sarà forse l’ultima trasfigurazione di Antony Logan.

Dopo un decennio glorioso, Kriminal cessa le pubblicazioni nel 1974 e con lui davvero tutto sarà già stato detto. Più tardi, soltanto Stefano Tamburini (e Tanino Liberatore) con Ranxerox nel 1978 daranno vita a una rivoluzione simile.

*Tratto dal mensile Fumo di China n. 293 di dicembre 2019, ora in edicola, fumetteria e online.

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