Focus Interviste In conversazione con il diavolo: intervista a Mike Mignola

In conversazione con il diavolo: intervista a Mike Mignola

mike mignola intervista

Alla scorsa edizione di Lake Como Comic Art Festival, tra gli ospiti invitati dagli organizzatori c’era Mike Mignola. Il creatore di Hellboy, tornato in Italia dopo molti anni dalla sua ultima apparizione a una manifestazione nostrana, ha concluso nel 2018 la storia del suo personaggio, dopo più di vent’anni di avventure, passando per tre film, cartoni e merchandising vario.

Se negli anni passati aveva l’aria da ragioniere, ora – forse complice la libertà artistica riguadagnata – ha abbracciato uno stile rilassato, che rispetta in pieno l’indole californiana dei suoi luoghi natii. Portava una barba folta e una camicia a quadri tartan, lasciata sbottonata con il fare di un pescatore dopo una giornata al fiume. Aveva l’aria di un intagliatore, modi gentili e schietti, un po’ distaccati.

È rimasto più del dovuto a rispondere tra una firma e l’altra, spesso interrotto dai tanti lettori che gli porgevano edizioni di lusso, prime stampe italiane, pupazzetti Funko o improbabili crossover di cui aveva disegnato le copertine. Dopo avergli messo sotto il naso il poster realizzato per i trent’anni di Silver Snail, una fumetteria di Toronto (che, ha detto, non vedeva da un bel po’), abbiamo iniziato a parlare.

***

Sei nato a Berkley, in California, ma il tuo cognome non è molto americano. Quali sono le origini della tua famiglia?

Be’, sai, l’America è fatta di persone le cui famiglie provengono da altri paesi, di solito. In teoria la mia discendenza è svizzero-italiana, ma non so altro.

Non hai fatto delle ricerche?

No, non mi è mai interessato molto.

Che tipo di ragazzo eri?

Ero molto timido e impacciato, due aggettivi che mi definivano molto bene.

Quando hai sviluppato l’amore per i fumetti?

Disegnavo sempre ma non pensavo che sarei mai diventato un autore di fumetti. Cercavo piuttosto di puntare alla carriera da illustratore, però volevo disegnare i mostri. Così andai a New York, dopo aver finito la scuola d’arte. Pensai che sarei diventato un inchiostratore per Marvel Comics, lavoro che effettivamente svolsi per un po’. E poi la mia idea era di scalare la gerarchia artistica poco a poco, disegnando qualche pin-up, qualche copertina, insomma fare dei lavori da illustratore, per Marvel o altri. Scoprii però che ero un inchiostratore tremendo. Feci quel lavoro per un anno e l’editor con cui lavoravo mi incoraggiò a disegnare fumetti. Dato che non avevo altre scelte, accolsi il suggerimento.

Hai detto che New York ti ha «masticato e poi risputato».

Oh, sì, New York mi faceva proprio paura. Ci ero andato pensando che avrei trovato subito lavoro e invece mi fu chiaro che non ero bravo abbastanza da ottenere gli ingaggi che immaginavo. Non avevo soldi, vivevo in un appartamento bruttissimo. Mi ero comprato un biglietto di sola andata per New York, pensavo ci avrei vissuto per sempre, ma dopo sei mesi ammisi a me stesso che non ce l’avrei mai fatta a sfondare e così me ne tornai a casa.

C’è un momento in cui ti ricordi di essere diventato Mike Mignola?

Penso con la storia Il cadavere, che è la terza che ho realizzato di Hellboy. Fu la cosa più divertente e quella in cui ci misi umorismo, la narrazione era buffa, insomma mi divertii un sacco e fin da subito la gente mi diceva che era la mia storia migliore. Quello fu il momento in cui pensai «Oh, questa cosa di Hellboy potrebbe funzionare». Era il divertimento maggiore che tiravo fuori dai fumetti e la gente diceva che era bello, era fatta. Se ho mai trovato una voce – cosa di cui non sono del tutto sicuro – penso che quello sia stato il momento di svolta.

Il mio podio personale è Il terzo desiderio, Il mago e il serpente e Pancake.

Oh, be’, grazie. Sono d’accordo con te su due delle scelte.

Non ti piace Pancake, vero?

No! È una stupidata che ho fatto tanto per fare.

Però contiene tutti gli elementi del tuo stile. Melanconia, umorismo, andamento ellittico e chiusure poetiche. Una volta hai detto che non sei Ray Bradbury, che sapeva descrivere il vento a parole. In realtà credo che, come nei disegni, tu abbia un certo gusto per il fraseggio sintetico.

Sono d’accordo con te. Credo che, se dovessi proprio indicare un mio punto di forza da scrittore, sarebbe la capacità di scrivere quelle frasi e le pause tra le frasi. Il mago e il serpente è un perfetto esempio in quel senso. Non voglio mai scrivere troppo – che è il senso di quel commento su Bradbury – non voglio competere con quel tipo di scrittura. Sono molto selettivo sulle parole che uso.

Mi vengono in mente almeno tre chiuse fulminanti, Mr. Higgins torna a casa («Be’, non è servito a niente»), Pancake («Invero questa è la nostra ora più scura») e La bara incatenata, che forse ha il mio finale preferito delle tue storie: «Abraham Sapiens sogna di pesci».

Che non significa nulla.

Giusto, però…

Sembra che significhi qualcosa. È una delle cose di cui sono più orgoglioso, nel mio percorso come sceneggiatore. Dato che non pensavo che sarei mai diventato uno scrittore, sono arrivato a un punto in cui mi sono sentito sicuro di me abbastanza oppure non me ne fregava di cosa pensasse il pubblico che scrivevo cose del genere. Voglio dire, una cosa è scrivere «Abraham Sapiens sogna di pesci», che è una specie di barzelletta, una frase così scema che poi a un certo punto pensi «no, la scrivo davvero, la tengo».

Specie nelle prime storie di Hellboy mettevo nei fumetti momenti molto tristi o emotivi, che mi rendevano nervoso, perché significava esporsi. Pensavo: «Voglio davvero scrivere questa frase? Non rivelerà troppo di me? Sto cercando di essere qualcuno che non sono?» Quindi il fatto che mi sia sentito talmente sicuro da tenere quei momenti nel prodotto finito, quelle frasi, e averla fatta franca, mi ha spronato. E più la fai franca più pensi «Oh, cazzo, allora posso fare quello che voglio».

Parlando di finali, quello di Hellboy all’inferno si collega a Il mago e il serpente, un racconto non propriamente famoso nemmeno fra i tuoi lettori. Quando hai capito che quella era la cosa giusta da fare?

Tutto quello che faccio di solito inizia sempre come un gioco. Avevo pensato, come per scherzo, di fare finire la serie così, ma poi è diventata una cosa seria. Anche quando stavo realizzando le pagine, pensavo «no dai, è un finale troppo strano». Però, dopo tutti questi anni passati a scrivere Hellboy, ho sentito che il finale doveva essere personale, doveva parlare di me.

Continuavo a ripensarci, fino all’ultimo minuto, a cambiare il finale, a inventarmi qualcos’altro. Perché è una scelta controintuitiva, tu lettore potresti non aver letto quella storia, ma se anche l’avessi letta: cosa significa? E come si relaziona alle vicende di Hellboy? Ma poi ho pensato: non mi importa. Non mi importa se il pubblico non lo capisce. Preferisco un finale che lasci confuse le persone e che faccia ragionare, piuttosto che una grossa scazzottata. Avevo bisogno di un finale che fosse strano e personale.

In generale, qual è il grado di improvvisazione quando scrivi e disegni?

È tutta improvvisazione. Voglio dire, penso un sacco a quello che scrivo. Davvero un sacco. E di solito non ammetto di pensarci così tanto. Ma è un equilibrio, c’è una componente logica e una illogica, un’idea che ti salta in mente senza un motivo, senza una logica dietro, ma che ti sembra azzeccata. Essere un narratore significa fidarsi di quelle cose che non hanno senso. È un’idea strana, non sono sicuro di cosa sia, ma è una mia idea.

A un certo punto devi lasciar perdere gli altri, non puoi mettermi a scrivere dicendo «questo è quello che vuole il pubblico». Io scrivo le storie dicendo «Questo è quello che c’è dentro la mia testa». Faccio le mie storie. Ovvio, a un certo punto se il pubblico avesse smesso di leggerle mi sarei dovuto fermare, ma continuavo a scrivere queste storie strane e a farla franca, così pensai «va bene, lo faccio per me».

È come lasciare una registrazione di quello che succede nel tuo cervello. E so che molti autori non sono d’accordo, preferiscono accontentare i fan dando loro ciò che vogliono. Io come autore sono più egoista, voglio fare quello che mi piace. E se non ti piace va bene, oppure puoi seguirmi e vedere le strane cazzate che ci sono nel mio cervello.

Prima nominavi Il terzo desiderio. Quella è una storia che mi fece pensare, mentre la scrivevo, «Oh, no, sono andato oltre». Poter dire «ma sì, metto Hellboy nel fondo dell’oceano con un chiodo piantato in testa che gli permette di respirare sott’acqua e faccio una storia di sirene» fu difficile perché sentivo di aver prodotto qualcosa di unico. Ma ero sicuro che avrei perso tutto il mio pubblico. Invece la gente continuò a leggermi.

Be’, allora potevo fare quel cazzo che mi pareva, che poi è l’idea alla base di Hellboy all’inferno. Infatti nel primo numero di quella serie Hellboy si trova di fronte a uno spettacolo di burattini che mettono in scena Il canto di Natale di Charles Dickens. L’ho fatto di proposito nel primo albo come avviso ai lettori: questa è la roba che farò, se volete lasciar perdere fate pure, perché il resto del fumetto non avrà molto senso, sarò io che faccio cose strane. E non è che non mi importi di ciò che pensano, però ero arrivato al punto in cui volevo poter dire «vi lascio una cartina tornasole delle cose che mi piacciono e che mi divertono».

Quando inizi a pensare a ciò che la gente vuole cominci a dubitare di tutte le tue idee.

Che è quello che successe ne L’isola. Quello fu un momento in cui persi la fiducia nelle mie stesse idee. E non è che stessi pensando al pubblico, ma ero pieno di dubbi sul percorso che Hellboy avrebbe dovuto intraprendere. Uno dei problemi quando lavori a una serie tutta tua è che devi pensare a cosa vuoi fare e poi farla, e basta. Se la disegni anche, magari vorresti cambiare una cosa che non ti piace – perché magari è difficile da disegnare – la cambi ed è come tirare un filo che spunta fuori dal maglione: appena cominci a tirarlo, l’intera struttura può cadere a pezzi.

Ti devi fidare delle tue idee e poi andare avanti. Ed è quello che successe a me, qualunque fosse il motivo, quando realizzai L’isola. Scrissi tre soggetti completamente diversi tra loro e sopravvissi a malapena a quell’esperienza.

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Il tuo lavoro mi sembra basato sul contrasto, sia di temi che di grafica. Contrasto tra luce e ombre, fisicità e astrattismo, ascensione e caduta. C’è questa pagina tratta da Il terzo desiderio che mi ha colpito perché non c’è un vero ordine di lettura. Puoi fare qualsiasi percorso con gli occhi, ma alla fine arrivi sempre a Hellboy che sprofonda negli abissi.

Il messaggio più semplice che comunica quella pagina: Hellboy ha fatto una cosa e questa è la conseguenza di quel gesto. Azione e reazione. Non importa cos’altro succede nella pagina. Succedevano due cose: la sirena stava cadendo e lui stava cadendo. Quindi non importa il resto. Io preferivo, visivamente, che Hellboy stesse a destra, ma comunque tu la voglia leggere funziona sempre. Se ragionassi logicamente, a livello narrativo, non dovresti mettere tutte quelle vignette incolonnate a sinistra perché confonde l’ordine di lettura, ma questo è un caso in cui il tutto funziona comunque perché non è una scena specifica ma solo un’immagine: sirena morta e Hellboy che cade.

Mi fa piacere che tu abbia tirato fuori quella pagina, perché ne sono molto fiero, ma non era nulla di programmato, mi sembrava solo una buona idea renderla così. È difficile per me analizzare il mio lavoro. Voglio dire, riesco ad analizzarlo ora che ne sono distante ma non riesco a dirti logicamente perché ho compiuto determinate scelte, è solo l’istinto che ti dice «ora c’è bisogno di una vignetta grande, o di una vignetta orizzontale». Si tratta di fidarsi delle immagini che ti vengono in mente. E certe pagine sono più difficili di altre da immaginare, ma quella fu una tavola facile da realizzare, da quello che ricordo.

Negli anni, le forme dei tuoi disegni si sono fatte sempre più spoglie. È stata un’evoluzione naturale o una scelta consapevole?

Si tratta sempre di cercare le forme più semplici e leggibili. Distillare le cose alla funzione necessaria. Di nuovo, sono stato fortunato perché in venticinque anni di Hellboy nessuno mi ha detto che stava diventando troppo strano o che il suo braccio stava diventando troppo sottile. Perché è mio e nessuno può dirmi che sto sbagliando.

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Pensi che ci saranno altre storie di Hellboy?

Ho scritto alcune storie appartenenti al passato del personaggio, ma non so quante ancora ce ne saranno. Ho delle idee per storie ambientate dopo Hellboy all’inferno. Non posso dire con sicurezza che Hellboy non vi comparirà, in qualche modo, però di certo non lo resusciterò. E non farò Le nuove avventure di Hellboy all’inferno in cui vaga per l’inferno.

Francamente, dopo la fine di BPRD non so davvero dove sia Hellboy, non so chi sia diventato. Ho davvero fatto il mio grande finale. Ma c’è ancora l’inferno che ho creato. E penso che Hellboy, come spirito, esista lì fuori. Ho sempre detto che, dato che nell’universo che ho creato esiste l’inferno, qualunque personaggio che ho ucciso è solo diventato più interessante. E visto che ho ucciso Hellboy almeno tre o quattro volte, ora per me è davvero interessante.

Per cui non posso dire che non ricomparirà mai più, in qualche forma, ma non mi vedo scrivere delle storie con lui come protagonista. A un certo punto i personaggi diventano così strani che se scrivi una grande storia su di loro diventano meno strani, non so come dire. E mi piace che Hellboy si sia evoluto fino ad arrivare a una fase che nemmeno io comprendo a fondo.

Su Hellboy hanno scritto diversi saggi, tra cui uno supervisionato da te – Hellboy: The Companion – e uno, molto bello, di Scott Bukatman. Che cosa ne pensi?

Penso sia interessante che vengano scritti. Non ho la pazienza di leggerli. In alcuni casi, come nel caso del libro di Scott, ci abbiamo pranzato sopra. Gli ho parlato di alcune cose prima che lo scrivesse. Non ho letto il suo libro e non lo leggerei. Ma sono grato che la gente tenga in considerazione il mio lavoro e ci scriva dei saggi. Però a me non importa cosa scrivono, mi importa aver fatto un lavoro a cui le persone dedicano così tanti ragionamenti.

Visto che sei qui in Italia non posso non chiederti della tua storia preferita, Le avventure di Pinocchio.

Oh, sì. Pinocchio e Dracula sono le mie due storie preferite. Non solo, sono state le due fonti d’ispirazione più importanti. Qualsiasi cosa io faccia è in qualche modo modellata da quei due riferimenti. L’oscurità e la natura gotica di Dracula e la follia di Pinocchio. Ed è un peccato che nessuno l’abbia mai letto davvero. Voglio dire, qui da voi sono sicuro sia letto, ma in America ti assicuro che non l’hai mai letto nessuno. Mio fratello ha scritto un sequel di Pinocchio

Sì, Pinocchio’s Forgotten Land.

E nessun editore ha voluto pubblicarglielo perché non puoi vendere il sequel di un libro che nessuno ha letto. Per me Pinocchio è tutto. È incredibilmente stupido e divertente, eppure incredibilmente tragico e triste. La mia scena preferita è quella in cui, per l’ennesima volta, decide di diventare buono e corre alla casa della Fata Turchina e inciampa nella lapide della Fata stessa che recita «Qui giace la Fata Turchina, morta di dolore per essere stata abbandonata da Pinocchio».

È potentissimo e orribile. Il messaggio complessivo di quella storia sembra essere: se sarai cattivo ucciderai i tuoi cari. È un messaggio piuttosto forte. Ma allo stesso tempo c’è l’assurdità della Fata Turchina che muore e si reincarna in una capra. Non ha senso, ma la sua stranezza è meravigliosa.

Hellboy in questo è simile. Non ha senso logico a volte, ma ha un senso emotivo, fiabesco.

Deve avere senso per me, almeno. Se avesse senso per tutti non sarebbe interessante.

La storia di Hellboy Il circo di Mezzanotte era un po’ il tuo omaggio a Pinocchio. Un sacco di autori continuano a tornarci sopra, adattandolo o facendosi ispirare. Cosa lo rende così interessante e rilevante?

Non ne ho idea! Spero che qualcuno ne tragga un adattamento che gli renda giustizia, un giorno.

A te piacerebbe lavorare su un adattamento diretto?

L’ho quasi fatto. Anni fa disegnai dei bozzetti per un editore che aveva intenzione di riportare in vita la linea di romanzi a fumetti Classics Illustrated e mi chiese su cosa volessi lavorare. Io ovviamente dissi Pinocchio e feci questi disegni di prova. Ho giocato con quell’idea più volte da allora, ma il problema è che le classiche edizioni illustrate che ho io di Pinocchio sono quelle che hanno illustrazioni pazzesche su ogni pagina, alcune sono dei dipinti meravigliosi, altri disegni a china. Non c’è nulla di nuovo che potrei aggiungere a quell’iconografia.

In futuro, dato che teoricamente d’ora in poi disegnerò qualunque cosa mi vada solo per divertimento, potrebbe essere un soggetto su cui vorrei lavorare, magari realizzando qualche dipinto tratto da qualche momento del libro. Oppure mettendo il personaggio in qualche nuova situazione. Ma per quanto riguarda un adattamento diretto, il migliore è già stato fatto ed è quello che c’è nel libro. Potrei fare qualcosa di diverso ma non credo sarebbe migliore dell’originale.

hellboy island mignola intevista

Guillermo Del Toro sta lavorando su un adattamento.

Del Toro farà quello che vorrà fare, se mi venisse a chiedere un parere gli direi come farei io certe cose, ma Guillermo farà quello che farà. E i design che ho visto di Gris Grimly non mi piacciono. Quindi non so come sarà il risultato finale. Sono molto più interessato al film italiano che stanno girando… l’ho scoperto solo di recente.

Sì, quello di Matteo Garrone.

Ecco quello mi interessa di più. Sono curioso di vedere come hanno gestito dal vivo quella storia, che di solito è sempre stata presentata in animazione. Del Toro e io abbiamo gusti diversi. Vedrò sicuramente il film ma mi interessa di più un Pinocchio italiano.

Quello di Roberto Benigni l’avevi visto?

No, l’idea di far fare Pinocchio a Benigni non mi è mai sembrata molto furba.

In quello nuovo invece farà Geppetto.

Sì, quella mi sembra già un’intuizione migliore.

Hai lavorato a vari progetti cinematografici (Dracula di Bram Stoker, Atlantis, Blade II), ma ce n’è uno che mi ha sempre incuriosito: Space Jam. Il tipo che assumeva i concept artist doveva essere un lettore di fumetti visto che assunse te, Kevin Nowlan, Arthur Adams, Moebius…

Sì, ma ci ho lavorato tipo per… un giorno. È una di quelle cose stranissime in cui ricevi una telefonata in cui ti chiedono di disegnare degli alieni. Io gli ho inviato dei disegni ed è finita lì. Non ricordo nemmeno come successe, chi mi avesse contattato o cose del genere. È una di quelle esperienze che ricordo di aver fatto, ma nient’altro.

Pensi mai alla tua carriera, come è stata e come si evolverà?

A questo punto sono molto felice, guardandomi indietro, e penso di aver fatto il meglio che potevo. Non rimpiango nulla. Riguardo ai fumetti di Hellboy, sono fiero che le cose siano sempre funzionate, non ho mai dei momenti in cui penso «Oh, no, sarei dovuto andare a sinistra invece che a destra».

E per il futuro della mia carriera sono altrettanto felice di non dover dimostrare più nulla. Ho fatto Hellboy, è la cosa che resterà più nota della mia produzione, quella con cui sarò sempre associato, e non ho bisogno di fare altro. Per tutto il resto del tempo che mi resterà posso semplicemente tornare a fare l’artista, di qualsiasi cosa. Se produrrò dei disegni decenti, vedrò di pubblicarli. Non ho una lista di cose che voglio – o devo – fare. Sarò solo felice di essere felice.

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