“Prison Pit” di Johnny Ryan: un incubo post-atomico

Riassumere Prison Pit di Johnny Ryan in un pugno di parole è il gioco più facile del mondo. Pensate a un incubo fantasy/post-atomico strutturato attorno a una traccia minimale di trama – riassumibile come l’incazzatura perenne del protagonista perso a vagare in un mondo alieno e spietato – dove si procede di trovata disgustosa in trovata ancora più disgustosa.

Prison Pit Johnny Ryan graphic novel eris

Nella landa disumana tratteggiata da Johnny Ryan si muovono solo creature grottesche, dedite allo smembramento, al turpiloquio e al consumo di droga (prodotta a sua volta da esseri ancora più ributtanti). Lo stesso protagonista, trovatosi con una sorta di lombrico dal muso vagamente antropomorfizzato al posto del braccio sinistro, decide di sfruttare la cosa a suo favore inventando una sorta di fusione tra masturbazione e fellatio.

Il primo capitolo di questa saga epica si intitola Fottuto e si apre con quattro pagine mute in cui un’enorme sonda falliforme si infila in un cratere dalla forma perfettamente circolare. Dalla stessa protuberanza meccanica verrà espulso il nerboruto Facciadicazzo, le cui prime parole a commento dello scenario desolato che si troverà davanti saranno: «Qui c’è puzza di sborra bruciata». L’andazzo rimarrà più o meno questo per tutte le 760 pagine del volume, in piena attitudine “pedal to the metal”.

Stilisticamente Ryan realizza quello che è il più grande tributo della storia agli scarabocchi sui bordi del sussidiario delle medie: sfondi deserti, anatomie rigide, nessuna forma di profondità. Solo un sacco di mazzate. Di tanto in tanto ci ricorda di essere un autore di razza costruendo tavole clamorosamente dinamiche e visionarie, seppur imbevute di un minimalismo estremo e a un passo dall’astrazione, ma a conti fatti quello che ci arriva addosso è fumetto scarnificato ed elevato alla sua potenza primigenia.

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Saremmo pronti a scommettere che Prison Pit potrebbe essere il frutto di qualche fanzinaro appassionato di Lucio Fulci e death-metal, se non sapessimo che Ryan ha avviato la propria carriera da professionista dopo essere stato sponsorizzato da quel mostro sacro di Peter Bagge, grazie al quale ha finito per essere pubblicato da una casa editrice prestigiosa come Fantagraphics, continuando poi il suo percorso come autore con una capsule collection per H&M nel 2012 e una serie animata per Nickelodeon (Maiale Capra Banana Grillo) nel 2015.

La sfrontata volontà dell’autore di scioccare è palesata rinunciando a ogni forma di presunta nobiltà a favore di una concezione puerile e semplicemente stupida del suo lavoro. Quello che lo rende qualcosa di speciale e di così importante sono alcune sfumature percepibili leggendolo con un minimo di attenzione in più. Solo in questa maniera ci si accorge di come il gioco al rialzo portato avanti pagina dopo pagina funzioni sempre alla perfezione, con la precisione di un bisturi da chirurgo, senza mai deludere le aspettative. E di come ogni idea messa su carta sia tanto disgustosa quanto imprevedibile, originale e indubbiamente figlia del suo autore.

Il ritmo è quello di una mitragliatrice, lasciandoci senza fiato. Sgraniamo gli occhi mentre Ryan riesce ancora una volta a stupirci con le sue bassezze. Senza contare la perfetta organicità dei sei capitoli che compongono Prison Pit, in grado di dare vita a un universo ben definito e distinguibile al volo. Il lavoro di worldbuilding cresce lentamente con lo scorrere delle pagine, senza mai però arrivare a dare una vera spiegazione a tutta la barbarie che incontreremo sul nostro cammino. Insomma, sarà anche un fumetto tutto sbagliato (o meglio, scorretto), ma per arrivare a un risultato simile combinando così tanti casini ci vuole un autore davvero grandioso, con ben chiaro in testa dove si vuole arrivare.

Prison Pit Johnny Ryan graphic novel eris

Per capire da dove arrivi Prison Pit è facile pensare alle copertine heavy metal, ai Masters of the Universe, a Interceptor e ai Garbage Pail Kids (in Italia noti anche come Sgorbions). Eppure l’opera che forse ha influenzato di più Ryan è Multiforce di Mat Brinkman. L’autore di Austin è stato il primo a riuscire a far convivere sulla stessa pagina il segno ruvido del fumetto più underground, il fantasy, la passione per i giochi di ruolo, i videogiochi, un lavoro di ricerca stilistica con ben pochi pari, e una visione del fumetto criptica e oscura seppur sempre ammantata di sghembo umorismo.

Le pagine di Multiforce erano enormi, un frattale suddiviso in vignette sempre più piccole, tanto che spesso risultavano illeggibili. Ogni particolare era cesellato con enorme cura, sfruttando un tratto solo apparentemente istintivo, mentre un intero mondo prendeva vita sotto i nostri occhi. Non si trattava di leggere un storia, ma di perdersi in un dungeon oscuro e divertito. Che forse spaventava un poco ma in cui – sotto sotto – ci si trovava anche a casa.

Prison Pit funziona alla stessa maniera. Fa di tutto per essere repulsivo e oltraggioso – obiettivo che centra alla grande – ma riesce al contempo a essere un tributo pieno d’amore per una parte importante del nostro bagaglio culturale. Lo fa alzando l’asticella della rozzezza di pagina in pagina, costruendo una narrazione che è puro accumulo, fregandosene di quello che sarebbe corretto fare e andando dritto per la sua strada.

Prison Pit Johnny Ryan graphic novel eris

Se la storie della serie Angry Youth Comix di Ryan erano pura provocazione ottusa e ignorante, che si beava della sua ingiustificabilità, Prison Pit prende presto un’altra strada. Scatologia e propensione al ributtante ci sono ancora tutte, ma prima di tutto arriva un impianto fantasy figlio di una preadolescenza immersa in romanzetti dalle copertine discutibili, videogame e maratone di film straight to video.

Più tardi sono arrivati i fumetti di Brinkman e il Powr Mastrs di CF, manga come Tokyo Zombie e la stupida brutalità di Benjamin Marra, ma alla base di tutto rimangono quei mondi di immaginazione fatti di cartapesta. In Prison Pit la fascinazione per quei posti visitati in gioventù finisce per essere filtrata dall’estetica del fumetto disegnato male, finendone rafforzata e trovando il suo posto in un interstizio temporale sospeso tra la leggerezza dell’infanzia e la voglia di disgustare il mondo tipica dell’adolescenza.

Prison Pit
di Johnny Ryan
traduzione di Valerio Stivè
Eris Edizioni, novembre 2019
brossurato, 760 pp., bianco e nero
35,00

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