Le nuove avventure de Lo Sconosciuto e il peso dell’eredità di Magnus

Le luci dell’Ovest ha una particolarità che salta subito all’occhio: è una serie con una backstory di quelle fuori dal comune. Il fatto è che si tratta del personaggio creato da Magnus nel 1975 subito dopo la separazione artistica da Max Bunker. Lo Sconosciuto, infatti, è molto “denso” perché già “molto scritto” prima. L’ex mercenario ‘Unknow’ si presenta cioè, oggi, come un personaggio dal passato particolarmente ben definito da Magnus stesso. Un passato che grava, come un’eredità senza beneficio di inventario, sul lavoro che inizia da questo episodio e andrà avanti con i prossimi.

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Cominciamo dalla filosofia. Quella dell’opera, e quella di chi ne scrive. Perché ogni volta che si recensisce un testo, da un fumetto alla Divina Commedia con tutto quello che c’è nel mezzo, sopra e sotto, oltre che di lato, ci vuole una filosofia, un modo, un punto di vista ma soprattutto, lasciatemele dire, un criterio. Ecco, criterio più che stile è forse il sinonimo giusto di “filosofia”: un modo per organizzare il proprio sguardo e per capire cosa ascoltare nel guazzabuglio che si crea nel nostro conscio e nel nostro inconscio. Un’opera, che sia arte o artigianato, che sia buona e ben riuscita o che sia zoppa e mal fatta, ha sempre molto che si può guardare e cercare di capire. Anche nel caso de Lo Sconosciuto.

Un primo punto filosofico, allora, è che questo lavoro di Magnus è stato “esistenziale“: è infatti uscito in anni diversi e ha attraversato la sua opera in maniera forte e riconoscibile. Con Lo Sconosciuto Magnus ci ha raccontato il suo modo di intendere l’avventura. Come costruirla, quali temi scegliere e quali sapori privilegiare. Lo Sconosciuto è un personaggio volutamente senza nome (‘Unknow’, per l’appunto), una pedina minore che, a parte nelle ultime due opere, vive un percorso fortemente intimista, esistenziale, sullo sfondo di un grande gioco talmente lontano che è praticamente come il cielo stellato sopra di lui: freddo e distante. La prerogativa più importante dello sfondo è di essere noto al lettore perché fa parte del suo tempo, non di definire il senso dell’azione in corso o di attirare l’attenzione. È un dato, non un ostacolo.

Il nostro ex mercenario invece è un corpo martoriato di mezza età, una specie di eroe stolido perché sa incassare i colpi della vita e della sua professione – e infatti è e sarà sempre uno dei più grandi incassatori nella storia del fumetto – senza l’ambizione di cambiare il mondo e tantomeno salvarlo, neanche per errore. Passa vicino alla Storia, ma non è certo lui quello che preme il grilletto per uccidere JFK o quell’altro che va a catturare e sparare a Che Guevara (anche se…).

Il lavoro di Magnus è stato questo: costruire negli anni, e quasi per caso, una serie di storie intime, personali, ascoltando Guccini (collaboratore concreto a questo fumetto, peraltro) e forse De Gregori. La storia siamo noi, e la storia ha la “s” minuscola. Non c’è Nietzsche, non c’è neanche Napoleone che passa a cavallo. La filosofia di me recensore, che contemplo l’opera completa di Magnus appoggiata con pesante grazia in una mensola a lui permanentemente dedicata della mia libreria d’entrata, è che ci sia un canone e un originale. Che ci sia la possibilità di dire: questo è Magnus, e questo è Lo Sconosciuto, il personaggio più “suo”, concepito da solo e in maniera originale. Il più riconoscibile, come dicevo.

E quel canone, dice la mia filosofia, è un elemento dirimente per giudicare l’opera di chi si voglia cimentare con Magnus e con Lo Sconosciuto: lo si porta avanti o lo si abbandona. Non ci sono vie di mezzo. E secondo me si viene giudicati sulla base di questa scelta. Questa è la premessa per capire in che modo ho guardato la prima delle nuove avventure, che trovo di per sé graziose e gustose. Ma anche no.

Veniamo in dettaglio al lavoro di Daniele Brolli (testi), Davide Fabbri e Christian Dalla Vecchia (disegni): Lo Sconosciuto. Le nuove avventure. In questo caso il primo albo, Le luci dell’Ovest, che arriva per i tipi di Bonelli dopo che se ne è a lungo parlato. Il fatto che sia Bonelli l’editore che lo propone non mi turba affatto: ho stima della casa editrice e soprattutto ho il chiaro ricordo delle prime edizioni di Magnus, che era tutt’altro che schifiltoso e faceva dell’Avventura il suo obiettivo, non della grammatura della carta su cui veniva pubblicata. Ottima quella scelta da Bonelli, peraltro.

Non ho neanche problemi con Brolli. Lo sceneggiatore riminese classe 1959 ha un’età importante per questo lavoro: ha vissuto in maniera genuina e operosa parte dell’epoca di Magnus, e i tempi per cui scrive. Non è figlio del dopoguerra, ma comunque ha vissuto nel mondo analogico e della Cortina di ferro a sufficienza per avere il passo giusto per raccontare una storia con quell’ambientazione. Conosco molto meno la coppia Davide Fabbri e Christian Dalla Vecchia, ma non ho problemi neanche qui: ci sono altre opere che parlano per loro e la qualità del lavoro – prescindendo dallo stile – non è in dubbio.

Però con queste Luci dall’Ovest c’è un problema. Anzi, due.

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Innanzitutto, c’è la promessa alla base di tutta l’operazione ordita da Bonelli Editore: Lo Sconosciuto riparte a Berlino, nel 1987, perché va in continuità con i titoli precedenti. Non è un reboot, ma un lavoro quasi filologico di ripresa e continuazione delle storie precedenti: «Nuove avventure – scrive l’editore – per lo Sconosciuto, l’antieroe inventato da Magnus, che riprendono i fili narrativi interrotti dalla scomparsa dell’indimenticabile maestro bolognese». Una operazione come questa è in parte condannata fin dall’inizio al fallimento, perché come si fa, si sbaglia.

Se fosse stato un reboot, avremmo tutti gridato al sacrilegio. Essendo invece una prosecuzione gridiamo invece allo scandalo, e alla mancanza di questo e di quello che ovviamente Magnus aveva, ed era la cosa più importante. È vero? Certo. È importante? Dipende. Secondo me la responsabilità di questo problema è di Bonelli e di Magnus. Cominciamo da quest’ultimo. L’autore bolognese con Lo Sconosciuto ha creato un’opera troppo personale, intima per consentirci di viverla al di fuori della sua scrittura e del suo segno pastoso, nero, profondo, netto, mai sfumato, casomai cesellato e microscopicamente tratteggiato. No, è come scrivere a mano una lettera d’amore (e di passione, di odio, di sofferenza, di dolore) con una grafia diversa, magari battuta a macchina oppure – mio dio – al computer.

Qui giocano fattori anche tecnici: c’è ad esempio il cambio di formato, perché Magnus lavorava ai tempi con una campitura da pocket (tranne che nelle ultime due storie del suo canone), e qui invece la storia prende i ritmi e le partizioni di un album in formato importante, alla francese, ma giocato verticalmente lungo l’altezza delle pagine anziché nel modo orizzontale e ‘cinematograficamente esagerato’, che era proprio di Magnus nelle opere di grande formato. Ma quello grande non è il formato de Lo Sconosciuto magnusiano: non è un film, piuttosto un telefilm schiacciato su primi piani, piani americani, scene costruite quasi a teatro, con economia di fondali.

In quella scala la progressione del maestro bolognese andava in direzioni profondamente diverse da quelle del disegno popolare a tratti sporcato, dai panorami fotorealistici, dai tratti abbozzati e dalle luci marcate a lapis e ripassate a pennino e poi digitalizzate di oggi. Questo è il problema grafico del nuovo Magnus. Non è che lo disegna qualcun altro che non è Magnus. Ma che lo disegna a modo suo, cercando al contempo di restare fedele a Magnus. E questo è chiedere un equilibrio quasi impossibile. È come far suonare Crossroads di Robert Johnson a una chitarra midi: volenti o nolenti, ne esce un’altro impasto.

C’è da aggiungere che, anche volendo rispettare la traiettoria filologica dell’evoluzione del disegnatore bolognese, cioè di Magnus, la direzione visiva presa dalle nuove avventure diventa profondamente, intimamente “sbagliata”. Perché Magnus stava impazzendo. Non dimentichiamoci che negli ultimi anni della sua vita, quelli del Texone per intenderci, Raviola era esploso nella ricerca di un virtuosismo grafico che qui è non solo abbandonato, ma neanche lontanamente perseguito.

Nelle nuove avventure viene invece preferita un dinamismo dell’azione e soprattutto dei corpi che era invece sconosciuta a Roberto Raviola, ingessato in tutte le scene fisiche da una grammatica che tradiva il ritorno alla sua formazione da artista, profondamente legato alla staticità della pittura e dell’illustrazione più che alla dinamicità del fumetto d’azione o del comedy. È responsabilità di Bonelli, che ha promesso la continuità ma poi non è andata a seguire la traiettoria visiva di Magnus, ed è responsabilità di Magnus che, andandolo a guardare da vicino, è molto distante da come ce lo ricordiamo e dal gusto contemporaneo (e lo era anche all’epoca dal gusto dei suoi contemporanei, credetemi).

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L’altro problema, il secondo, è nella narrazione. E non si tratta di stile, perché ognuno ha il suo stile, la sua voce, e abbiamo già detto quanto peculiare fosse in generale quella di Magnus e quanto intima fosse invece la voce de Lo Sconosciuto. Ricordiamoci che Magnus-Raviola è nato nel 1939, aveva sei anni quando l’Italia fu liberata e si arrivò alla fine della Seconda guerra mondiale. Si era formato negli anni Cinquanta: non è un figlio del ’68 (arrivato che quasi aveva trent’anni) ma della generazione precedente, quella più legata ai valori dell’anteguerra. L’onore, l’eroismo, l’onestà, il tradimento.

La visione del mondo di Magnus è più vicina di quanto non sembri a quella dello Sconosciuto, non tanto nella capacità di muoversi nel mondo o nelle scelte fatte, quanto nelle lenti con cui guardarlo. E le sue narrazioni sono personali, come detto: umane, intimistiche. Quella de Lo Sconosciuto è una storia che funziona perché ha uno sfondo narrativamente leggero, legato al tempo in cui avviene o poco precedente, con suggestioni e richiami di un tempo passato da poco: i reduci delle guerre degli anni Cinquanta e primi Sessanta, quando lo Sconosciuto era giovane e imperversava in Africa e in Indocina, in una temperie irriproducibile oggi. Un tempo antico oggigiorno totalmente ignoto alla maggior parte dei lettori ma anche alla sensibilità del modo di raccontare a cui siamo tutti abituati.

Tanto che la storia scritta da Brolli inciampa proprio in questo problema: è una storia lontana, “in costume”. E’ piena di flashback da serie televisiva contemporanea, “impossibili” a una mente degli anni Ottanta, ma didascalica nel suo bisogno di offrire una contestualizzazione esplicita, che faccia capire dove si muovono i personaggi. Dice molto, da un lato, ma dall’altro non ci dice niente del perché i personaggi si muovono in un certo modo, perché fanno certe cose e non certe altre.

C’è insomma un primo problema di caratterizzazione: dare troppo spessore a tipi umani che ne avrebbero molto meno. Perché appartengono a un tempo in cui le narrazioni erano più piatte e marcate, bidimensionali, in cui le scelte possibili erano poche. Un’epoca, ovvero una temperie culturale, in cui le motivazioni stesse non erano esplicitate. E non solo per effetto drammaturgico, ma anche perché la gente le argomentava meno, non dedicando grandi spazi a dire cosa succedeva o perché stava facendo determinate cose.

Il problema insomma è che l’antieroe di Magnus, come lo definisce la redazione di Bonelli, secondo me non è tale. La figura dell’antieroe è complessa, combattuta, postmoderna, figlia di un disincanto esistenziale impossibile a quel tempo. Il cinismo è un modo improprio per definire quell’atteggiamento. Quella originale dello Sconosciuto è invece una figura di eroe esistenzialista e romantico, perduto nei limiti di un mondo in cui sa fare solo poche cose (il mercenario, sostanzialmente) e come tutti i soldati vuole continuare a vivere in modo semplice, affacciandosi a una stagione della vita che non aveva previsto perché sopravvissuto a molte guerre in cui avrebbe invece dovuto “naturalmente” morire: la maturità a cui segue la vecchiaia.

Una vita sopravvissuta a se stessa, insomma, dove lo Sconosciuto sostanzialmente non sa più cosa fare. Questo è un problema esistenziale, non di disincanto, come invece viene costruito il “moderno” Sconosciuto. E anche qui, il cinismo è solo apparentemente tale. L’ambiguità e il conseguente fraintendimento si giocano proprio su questo attributo di “cinico” dato allo Sconosciuto, che non è tale né ieri né oggi. Ovvero, che lo era ieri e lo è oggi, ma con significati profondamente differenti a seconda che si guardi il lavoro di Magnus o quello delle Nuove avventure.

Questi due macro-problemi sono la mia più grande perplessità sul risultato dell’operazione “nuove avventure” che, ripeto, come fumetto a sé stante non mi dispiace affatto: un gusto per il racconto c’è, e nessuno potrà negarlo. Però. Costruire una serie a fumetti, soprattutto in Bonelli, è uno sport di gruppo: c’è una redazione competente e sensibile allo spirito del tempo, che cerca di cogliere i segnali provenienti dal mercato e indirizzarli con la calibrazione delle nuove storie. In questo caso l’operazione è stata più complessa e soprattutto di compromesso: mantenere assieme pubblici diversi e tipi di narrazione e disegno contraddittori, per i motivi che ho indicato sopra.

Questo non toglie al risultato delle Nuove avventure di per sé, ma introduce il problema che cambia il modo e quindi il senso della narrazione. L’esistenzialismo eroico e martoriato di Magnus si trasforma in un complesso tentativo di affresco geopolitico fortemente storicizzato ed esplicitato, con un protagonista al confine tra l’inadeguatezza e il disincanto. Gustoso, ma figlio di un malinteso: cioè che lo Sconosciuto sia un “cinico reduce”. Non lo era ieri (quando era invece un reduce esistenzialmente devastato) e non lo è oggi (quando è un reduce disincantato). Peccato per il fraintendimento.

Lo Sconosciuto. Le nuove avventure 1: Le luci dell’Ovest
di Daniele Brolli, Davide Fabbri e Christian Dalla Vecchia
Sergio Bonelli Editore, novembre 2019
Cartonato, 144 pp., colori
21,00 €

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