Due parole sul vero problema di House of X e Powers of X

house of x x-men hickman disegnatori

Si possono dire tante cose di House of X/Powers of X, le due miniserie che, lette insieme, fungono da prologo alla gestione degli X-Men firmata da Jonathan Hickman. Alcune sono relative alla struttura di questo grosso incipit, che Hickman ha voluto scrivere come se stesse pigiando il tasto “reset”, eppure rivolgendosi a un pubblico scafato, che di fumetti mutanti ne mastica o ne ha masticato. Certe dinamiche sono rimaste inalterate e, anzi, si sono aggiunti al discorso personaggi noti ai conoscitori della Storia mutante ma oscuri a chiunque non abbia un minimo di dimestichezza con l’universo narrativo di Wolverine e soci.

Questo non è di per sé un problema, in una narrazione seriale che per forza di cose non potrà mai scrollarsi di dosso tutto il peso accumulato in anni di produzione. È parte del DNA di questi prodotti ed è una parte anche affascinante. Ma di sicuro non attira i lettori che vorrebbero approcciarsi al materiale senza doversi prima leggere il syllabus dell’esame di “fondamenti di X-Men”.

Diciamo che House of X/Powers of X non mi sembra il miglior fumetto per un lettore che ha presente gli X-Men per sommi capi. Che peso ha per il fruitore casuale la rivelazione che Moira è una mutante col potere di Billy Murray in Ricomincio da capo? E come mai Charles Xavier è giovane e deambulante? Di cosa sta parlando Emma Frost ogni volta che apre bocca?

Piuttosto, è strizzando l’occhio alle tendenze della letteratura sci-fi contemporanea (il new weird, il biopunk, i giochi col linguaggio di Ted Chiang, l’horror ambientale di Jeff VanderMeer, i discorsi sulla naturale e la bioingegneria) che Hickman spera di attirare gli appassionati del fantastico at large, nel contempo operando una riscrittura dei temi portati da Chris Claremont e Grant Morrison, gli sceneggiatori più importanti del franchise (Krakoa come nuova Israele, tanto per dirne una). Insomma, stare con un piede in due scarpe è un esercizio complicato che questo prologo non riesce sempre a eseguire.

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Ma la gestione è appena iniziata. Data la naturale incompiutezza della storia – su cui per ora si possono dare giudizi parziali – è invece l’identità visiva di questa saga a interessarmi. Non ho un’opinione forte sui disegni. Ho piuttosto una forte opinione dei disegni.

Lo stratagemma di dividere in due miniserie quella che è fondamentalmente un’unica vicenda risponde soprattutto alla necessità di affidare i disegni a due autori, mantenendo una certa consistenza interna – che non sarebbe sembrata tale se la serie fosse stata una soltanto e avesse cambiato disegnatore a ogni uscita (inoltre, non ci sarebbero stati due numeri 1, utili per le vendite). La continuità stilistica è rinforzata poi da due aspetti. Innanzitutto, il fatto che i disegnatori Pepe Larraz e R.B. Silva siano dei cloni di Stuart Immonen e quindi partano da una matrice comune.

Larraz e Silva rappresentano uno stile medio e privo di qualsiasi estro. Pur impegnandosi (Larraz ha elencato una serie di influenze che dimostrano dedizione e ricerca), i disegni di House of X e Powers of X sono una sequela di immagini blande e insapori che non rimangono impresse nella mente del lettore nemmeno per un secondo.

Immonen viene qui emulato con pedanteria, ma senza replicarne la grazia e l’eleganza. I vezzi di stile del disegnatore canadese sono rigurgitati sulla pagina senza un guizzo, un’idea, uno spunto: il personaggio controluce ripreso dal basso, le pose, le ombre, l’uso della luce. Lo stile e la loro intercambiabilità presumo siano effetti voluti o perfino cercati da parte degli editor, visto che a colorare i due disegnatori è stato chiamato Marte Gracia, colorista di fiducia di Immonen.

È proprio Gracia il secondo elemento che dona continuità stilistica e rinsalda il tentativo di fare Immonen senza Immonen. Ci sono i viola, i colori aranciati del tramonto, gli azzurri, tutta la luce e la scala cromatica di un fumetto supereroistico disegnato da Immonen, che nel frattempo è diventato uno degli house style Marvel.

Inoltre – e questo è probabilmente il peccato più grave – i disegni non riescono a costruire nulla sopra il testo, non riescono a rendersi indispensabili né a restituire le indicazioni di Hickman in sceneggiatura. Lo dico con cognizione di causa, visto che nella Director’s Cut del primo albo di House of X, Marvel Comics ha voluto includere la sceneggiatura completa, permettendo un agile confronto tra ciò che aveva in testa Hickman e ciò che Larraz è riuscito a rendere sulla pagina.

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Lo scrittore descrive Xavier nella prima pagina come un profeta che scende tra i propri sudditi. Non è esattamente la prima cosa che viene in mente vedendo quell’immagine. Rendere la prossemica, la recitazione del corpo, è difficile, posso immaginarlo, ma Larraz nemmeno prova a elaborare le suggestioni offerte da Hickman. E se il risultato è quello pubblicato (sembra più il capobanda gay di un carro carnevalesco) forse c’è qualche problema di percezione.

Un altro esempio: Ciclope che incontra i Fantastici Quattro verso la fine del numero. Hickman inserisce le note sugli atteggiamenti dei personaggi, in maniera informale e anche sgraziata, ma efficace: «Vignetta 5 – Su TORCIA UMANA e MISTER FANTASTIC. La Torcia spunta alle spalle di Reed. Di che diavolo stai parlando? Vignetta 6 – Su CICLOPE. Stiamo tutti cercando di essere amici qui, ma non facciamo gli scemi. Vignetta 7 – Su MISTER FANTASTIC. Sì, non stiamo decisamente facendo gli scemi».

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Nella testa di chi legge queste righe, si crea un’immagine mentale che fa compiere un’evoluzione nelle espressioni facciali: dalla cordialità di rito di persone che non si trovano granché simpatiche a vicenda a un rapido svelamento dei sentimenti. Tutte cose che non trovano corrispondenza nei disegni.

Non c’era certo bisogno di andarsi a leggere la sceneggiatura, per altro, visto che le facce monoespressive dei personaggi raccontavano già da sé un’incapacità a gestire la recitazione: il volto di Reed Richard nella quinta vignetta è identico a quello della settima.

Non credo ci sia poi nulla da aggiungere sulle espressioni che Silva disegna in faccia a Xavier (o, meglio, la non-espressione della sesta vignetta qui sotto).

Insomma, credo che, per quanto ormai assoggettato ai voleri dello sceneggiatore, il fumetto supereroistico possa pretendere di più che semplici shooter che mettono i disegni sotto a nuvolette e didascalie. C’è un minimo grado di elaborazione che fa fare il salto di qualità a certi fumetti. Qui invece l’appiattimento allo stile immoneniano e la poca inventiva hanno prodotto pagine mediocri che di certo non contribuiscono alla reputazione della serie.

Leggi anche: Guida agli X-Men di Jonathan Hickman

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