Il caso legale attorno a Lilli e il vagabondo

Lilli e il vagabondo è uno dei film più nostalgici del catalogo Disney. Era nelle precise intenzioni di Walt Disney realizzare la storia d’amore tra il cocker americano Lilli e il meticcio randagio Biagio in modo che riportasse gli spettatori all’immaginario dell’America rurale dei primi del Novecento, quello che lui associava alla propria infanzia.

Il risultato finale, uscito nel 1955, fu senz’altro un prodotto che fece breccia nel cuore del pubblico, ma che fu anche al centro di contenziosi emersi solo anni più tardi.

Per esempio, i personaggi di Si e Am, i due gatti siamesi che scatenano il trambusto in casa e poi incolpano la cagnetta, sono diventati loro malgrado un caso infelice di rappresentazione etnica. I due felini hanno infatti l’aspetto caricaturale di un asiatico (denti sporgenti, lineamenti esageratamente orientali), parlano un inglese stentato e cantano una canzone dalle sonorità stereotipate.

Per questo, nel remake uscito sulla piattaforma Disney+, i gatti hanno cambiato nome, razza – ora sono Devon e Rex, e appartengono alla razza dei… Devon rex – e canzone.

I due siamesi furono però anche protagonisti indiretti di un’altra contestazione. Peggy Lee, la cantante jazz che li doppiò, prestò la voce anche a Tesoro, la padrona di Lilli, e Gilda, la pechinese che Lilli incontra al canile (in italiano è stata doppiata da Tina Lattanzi; Nancy Brilli nel ridoppiaggio del 1997; Arisa nel remake del 2019). Peggy Lee cantò e scrisse (insieme a Sonny Burke) anche due canzoni, The Siamese Cat Song e He’s a Tramp.

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Peggy Lee e Gilda

Come documenta Cartoon Brew, in Is That All There Is: The Strange Life of Peggy Lee, il biografo James Gavin racconta che Lee ebbe un ruolo di primo piano nel processo creativo. Gilda, che in originale si chiama Peg, si sarebbe dovuta inizialmente chiamare Mame, ma Disney rimase affascinato dalla personalità di Lee e rimodellò il personaggio, dando istruzioni all’animatore Eric Larson di basare la recitazione della pechinese su quella della cantante.

Inoltre, nella sceneggiatura, Fido, il vecchio limiere amico di Lilli, si sarebbe dovuto sacrificare venendo investito dall’accalappiacani, al fine di aumentare la tensione drammatica del film. Lee, che aveva visto morire il proprio cane pochi anni prima, espresse i propri timori a riguardo, spiegando che la scena avrebbe potuto traumatizzare gli spettatori più piccoli. Disney si convinse e optò per edulcorare la sequenza, lasciando vivo il cane.

Per il suo lavoro, Lee venne pagata 4.500 dollari (3.500 per il doppiaggio, 1.000 per la scrittura delle canzoni), circa 43.000 dollari di oggi, una somma più che rispettabile per l’epoca.

Lee aveva un contratto in esclusiva con la Decca Records e l’accordo stipulato con Disney prevedeva che la casa di produzione non avesse alcun diritto di riproduzione delle canzoni in prodotti che non fossero il cartone stesso. Non potevano, in pratica, commercializzare album musicali o altro materiale contenente le canzoni scritte da Lee senza il suo consenso.

Alla fine degli anni Ottanta, dopo aver resistito alla richiesta popolare di distribuire i propri classici nei nuovi formati home video, Disney si convinse e, nel 1987, fece uscire Lilli e il vagabondo in videocassetta, vendendo quasi quattro milioni di copie in un solo anno.

Disney comunicò un profitto di 90 milioni di dollari, offrendo a Lee un compenso forfettario. L’attrice rifiutò sdegnata, assoldando David Blasband e Alvin Deutsch, due avvocati di New York specializzati in leggi sul copyright.

L’accordo firmato negli anni Cinquanta era stato molto vago, parlava del divieto di commercializzare “trascrizioni” (e non “copie”) delle canzoni e le parti non avevano incluso eventuali nuovi sistemi di riproduzione come il VHS. Disney era decisa a non perdere la causa, in quanto avrebbe aperto la strada a ogni altro artista per pretendere una fetta dei nuovi ricavi. Blasband e Deutsch trovarono le carte di una causa che la Disney aveva intentato contro l’Alaska Television Network nel 1968. Il canale televisivo aveva commesso l’infrazione di trasmettere copie dei loro film senza l’autorizzazione. Disney aveva vinto la causa basando l’accusa sul fatto che “trascrizioni” – termine utilizzato nel Copyright Act del 1909 – era interpretabile come “copie” e comprendeva materiale di riproduzione eterogeneo.

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Peggy Lee e l’animatore Eric Larson

L’argomentazione persuase il giudice, che diede ragione a Lee. Restava solo da decidere a quanto ammontava la quota della cantante. Venne chiamata a testimoniare Jodi Benson, la doppiatrice di Ariel (La sirenetta), che, istruita dall’azienda, spiegò che quello del doppiatore era un ruolo che si faceva per il prestigio e non per i soldi, e che comunque era una parte piccola dell’intera produzione cinematografica. Tuttavia Benson rimase colpita dalla presenza di Lee, la quale, pur in età avanzata, condensava il fascino di una performer d’altri tempi, e la testimonianza di Benson cambiò di segno. «Ricordo che le sue dichiarazioni ebbero l’effetto contrario» spiegò Blasband. «Una volta concluso il suo discorso, la giuria avrebbe acconsentito a dare a Lee qualsiasi cifra».

Alla fine, Lee ottenne 2,3 milioni di dollari di risarcimento. Al New York Times si disse soddisfatta della decisione: «È un peccato che gli artisti non possano spartire il successo del loro stesso lavoro».

Nessun altro artista poté però beneficiare del precedente creato da Lee. Disney imparò la lezione e cambiò tutti i propri contratti. Ora gli attori assoldati dallo studio cedono qualsiasi diritto relativo alle loro prestazioni «su qualsiasi supporto, esistente o di futura invenzione».

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