Sunday Page: Robert Sammelin su Mike McMahon

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Ogni settimana su Sunday Page un ospite ci spiega una tavola a cui è particolarmente legato o che lo ha colpito per motivi tecnici, artistici o emotivi. Le conversazioni possono divagare nelle acque aperte del fumetto, ma parte tutto dalla stessa domanda: «Se ora ti chiedessi di indicare una pagina che ami di un fumetto, quale sceglieresti e perché?».

Questa domenica è ospite Robert Sammelin, concept artist, illustratore e fumettista svedese. I suoi disegni sono apparsi su Entertainment Weekly, GQ, Wired, Esquire e Variety, ha lavorato sulla serie di videogiochi Battlefield e per marchi come Mondo e Nike. Attivo anche come fumettista, ha disegnato per Boom! Studios, Image Comics e Dark Horse.

Mike McMahon last american marvel

Questa è una delle mie pagine preferite in assoluto. È tratta dall’edizione svedese di The Last American, una storia post-apocalittica dei primi anni Novanta uscita per la Marvel, scritta da John Wagner e Alan Grant, e disegnata da Mike McMahon.

Mi sono innamorato dei lavori di Mike McMahon grazie a Judge Dredd, quando ero piccolo. Mike cambiava spesso stile e sperimentava passando da un progetto all’altro e mi ricordo che vederlo evolvere, penso fosse il 1991, quindi avrò avuto circa 13 anni, cambiò completamente il mio approccio ai fumetti.

La composizione strana ma brillante che solo Mike è in grado di inventare (guardate quanto piccolo è il soggetto, il carro armato, nella prima vignetta), le forme angolari bizzarre e irregolari, i neri pesanti, disegnati con l’indelebile. Ancora non mi capacito come sia riuscito a disegnare una pagina così fluida utilizzando vignette così piccole che riescono, nonostante le dimensioni, a raccontare la storia alla perfezione.

Come molti fumetti britannici dell’epoca (Zenith, Watchmen, Button Man), i disegni accompagnano la storia alla perfezione – i colori sporchi e la scarsa varietà cromatica vanno a braccetto con la cupezza e la tristezza della storia.

Come hai scoperto questo autore?

Da ragazzino leggevo perlopiù fumetti Marvel e DC, poi The Phantom o Modestly Blaise – quel tipo di opere ben disegnate e innocue che i genitori ti compravano in edicola.

In Svezia però c’erano anche delle riviste, sul genere di Cimoc o Creepy, che stavano nella parte alta degli scaffali, sopra i normali albi di supereroi, e raccoglievano vari fumetti pensati per un pubblico adulto. Dopo un po’ di tempo mi feci coraggio e mi allungai per prenderne uno. La mia mente venne sconvolta dal fumetto europeo, Judge Dredd, Taxi, Dieter Lumpen, Corto Maltese, Ranxerox, Rocketeer, Manara e Crepax, tutte opere e autori che sono tuttora i miei preferiti. Dentro una di queste riviste, chiamata Epix, trovai The Last American.

Quello che mi colpì, dopo l’iniziale scossone dei toni violenti e osè, era il loro stile: non c’erano fumetti Marvel/DC disegnati in quel modo. Avevano un’anima tutta loro! Lasciai il mondo dei supereroi senza più guardarmi indietro.

Judge Dredd di Mike McMahon mi faceva impazzire. I miei amici preferivano Brian Bolland o Ron Smith ma io adoravo i suoi lavori. Era punk, per niente realistico (non voleva esserlo), e per qualche strana ragione affine ai miei gusti. Mi piaceva disegnare, ma non ero mai stato bravo a imitare la realtà o a ricopiare oggetti dal vero. Mi divertivo a disegnare per gioco, senza applicare tecniche particolari. E il lavoro di Mike mi sembrava uguale. Non gli importava del “bel disegno”, disegnava con sentimento e sicurezza, e questo mi ispirava moltissimo.

The Last American mi colpì come un pugno in faccia. Era sempre stato bravo con le pose dei personaggi, la sistemazione delle vignette e i design particolari, ma qui faceva qualcosa di completamente diverso. Ogni vignetta è praticamente piatta, senza prospettiva, non gli interessa separare il primo piano dallo sfondo e riempie entrambi di nero ma resta comunque molto leggibile! Mi piace il modo in cui sposta i balloon in modo che si riesca a leggere sempre l’immagine prima del testo – come fa Micheluzzi, un altro artista che ammiro.

Come disegnatore, ti senti legato alla tua cultura o tutte queste influenze ti hanno dirottato altrove?

La Svezia non ha una grande cultura fumettistica, e non l’ha mai avuta – è praticamente morta negli anni Novanta, quando i fumetti sono spariti dalle edicole, lasciando solo prodotti per bambini, umoristici o di consumo, comunque importati. Di recente qualcosa si è mosso, anche se oggi il grosso della produzione svedese è costituito da fumetti satirici o autobiografici. Mi sento influenzato dal fumetto europeo in generale, ecco.

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