Sharkey, il cacciatore (di sbadigli) di Mark Millar e Simone Bianchi

La formula di Mark Millar è ormai consolidata, e ribadirla sarebbe un esercizio stucchevole, se non fosse che, parafrasando un motto in voga alla Marvel, «ogni recensione è la prima recensione di qualcuno», quindi vale la pena ripeterla: high concept, sviluppo spaccone, conduzione iconoclasta, idea forte sulla direzione da intraprendere, meno su quando fermarsi o su cosa fare una volta arrivati a destinazione, il tutto illustrato da un disegnatore quotato che eleva il testo. La quasi totalità della fumettografia di Mark Millar ricade in questo stampo.

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Quando ben calibrata, questa miscela ha prodotto discreti, buoni e ottimi fumetti, ma anche piatti insipidi, a seconda di quanto Millar riesca a rimasticare le idee e risputarle dando l’impressione che siano calde di forno. A seguito dell’acquisizione di Netflix del marchio Millarworld, Millar ha giocoforza accentuato queste sue caratteristiche producendo, come scriveva Andrea Fornasiero, «pitch in forma di fumetto scodellati insieme a un disegnatore di prestigio».

Perché preoccuparsi di fare un bel fumetto? L’importante è evocare un’atmosfera, creare (o far creare) qualche bella immagine, suggerire una direzione artistica e poi il resto lo farà chi dovrà trasporre quei fumetti in film o serie tv. The Magic Order era così e, ancora di più, è così Sharkey, il cacciatore di taglie, il nuovo fumetto targato Netflix, disegnato da Simone Bianchi.

Sharkey è un cacciatore di taglie dalla pelle color lavanda, ha l’aspetto di un motociclista che si è dato al porno, guida una nave a forma di camioncino dei gelati e scorribanda per l’universo in cerca di taglie da riscuotere. La sua routine esistenziale viene stravolta dall’arrivo di Extra-Billy, un orfanello che Sharkey deve riportare sul suo pianeta natale. Non prima di aver catturato Edra Deering, sulla cui testa pende una taglia ghiottissima: un miliardo di kodona (tanti da «non dover lavorare mai più»).

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Millar viaggia spedito con il pilota automatico verso svolte conosciute, sviluppi sbadigliosi e terreni talmente bruciati da risultare sterili, senza nemmeno preoccuparsi di rimpinguare le dinamiche e levigare le psicologie. Lo scrittore pare una crassa diva che si accorge di stare mettendo in scena il suo materiale senza più una briciola dell’ardore che lo animava da giovane. In fin dei conti, non stento a credere che Liza Minnelli, durante il milionesimo ritornello di New York, New York, si lasci scappare uno sbadiglio.

Sharkey ha un inizio che sembra scritto di getto e mai rivisto, parte come un razzo, perde i pezzi, li recupera. È come se Millar non si ricordasse più come si va in bicicletta, lui che di chilometri ne ha macinati tanti. C’è una sciatteria in certi scambi di battute che fa sembrare il finale di Wanted una roba uscita dalla penna di Proust. Esempio: quando il lettore lo conosce, Sharkey è una persona che non si fa scrupoli, smargiassa e interessata solo al proprio tornaconto. Logico quindi che si rifiuti di fare da balia a un ragazzino incontrato per caso. Il lettore è però forzato a credere che, nel giro di due vignette due e senza che questa caratteristica fosse emersa prima, Sharkey accolga Extra-Billy nel suo furgoncino dimostrandosi il classico burbero dal cuore d’oro. E di storture simili è pieno il volume.

Simone Bianchi recupera l’immaginario di Ego Sum, ma diversamente da allora smette di disegnarsi addosso e alleggerisce la pagina da tutta una serie di vezzi decorativi. La cifra stilistica è rimasta la stessa: le architetture in bicromia tipiche dello stile romanico fiorentino, design che mescola reminiscenze del sud-est asiatico e il Nathan Never di Claudio Castellini, pose drammatiche e una regia operistica con continue inquadrature che spingono dal basso, mettendo il lettore proprio sotto le quinte come spettatori di una tragedia.

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Sono teatrali le soluzioni che escogita per le espressioni facciali e la maestosità michelangiolesca dei corpi. La prova offerta da Bianchi è però ondivaga, con alcune pagine ineccepibili e altre davvero tirate vie, con colorazioni affrettate e soluzioni (spazi bianchi, uso di una linea spessa che taglia corto con i dettagli) che accentuano la sensazione di incuria alla base del progetto.

C’è, a un certo punto, una specie di risveglio, una scossa che elettrizza l’aria e che mostra il mestiere navigato dello sceneggiatore. Sono due piccole idee, due momenti di follia (un asteroide parlante e una donna che vuole diventare macchina, sovvertendo la retorica del robot dotato di anima) che, per quanto derivativi, svettano sul resto delle pagine. Però è questione d’attimi, e poi Millar ricomincia a intonare «Start spreadin’ the news». E se il pubblico gli va dietro ribattendo «I’m leavin’ today», perché sforzarsi di cambiare?

Sharkey, il cacciatore di taglie
di Mark Millar e Simone Bianchi
traduzione di Luigi Mutti
Panini Comics, febbraio 2020
cartonato, 168 pp., colori
20,00 €

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