Per Arthur Adams il disegno è una questione di stile

C’è una generazione di fumettisti che hanno iniziato a lavorare negli anni Ottanta che, dopo il successo ottenuto con le case editrici, hanno preferito mettersi in proprio e diventare padroni di sé stessi. Tutto il gruppo di Image Comics, per esempio, ma anche autori come Frank Miller e Mike Mignola. Alcuni, negli anni, sono tornati all’ovile, altri hanno continuato la strada dell’indipendenza. E poi c’è chi ha scelto di non precludersi nessuna opzione, come Arthur Adams.

Classe 1963, Adams iniziò la carriera giovanissimo, disegnando per Marvel Comics la miniserie Longshot, scritta da Ann Nocenti, in cui debuttarono i personaggi di Longshot, Mojo e Spirale. In seguito legò il proprio nome soprattutto agli X-Men, illustrando vari poster, copertine, pin-up e alcuni numeri di Uncanny X-Men, X-Factor ed Excalibur, per poi passare alle serie di Fantastici Quattro e Hulk.

Il suo stile iperdettagliato si impose da subito come una delle estetiche predominanti del fumetto supereroistico, creando una schiera di emuli che cercavano di imitarne il segno certosino. Quel tipo di disegno gli prendeva però molto tempo, impedendogli di dedicarsi a una serie mensile con continuità. Negli anni Novanta contribuì al lancio dell’etichetta Legend per la Dark Horse, con la serie Monkeyman & O’Brian, un progetto scritto e disegnato in solitaria che metteva insieme le sue maggiori passioni (i mostri e il pulp).

Anche se è da tempo ormai che non disegna gli interni di un fumetto, Adams è rimasto attivo realizzando copertine per Marvel e DC Comics, nonché illustrazioni su commissione. Ospite allo scorso Lake Como Comic Art Festival ha raccontato a Fumettologica come è nata, cresciuta ed evoluta la sua professione.

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Cosa ti ha spinto a fare il fumettista?

La cosa che mi ha spinto a diventare un disegnatore, anzi un illustratore, è stato il film King Kong. Lo adoravo, era pieno di energia, con i dinosauri… Per un periodo ho sognato di diventare un paleontologo o un illustratore scientifico. Poi vedendo King Kong ho pensato che avrei potuto fare l’illustratore per il cinema, o lavorare agli effetti speciali, o al trucco. Amavo tantissimo i mostri, specialmente quelli della Universal, il mostro della laguna nera, l’uomo lupo… Ero super appassionato di mostri.

Mio papà era nell’aeronautica e quando era via mia mamma portava me e i miei fratelli in un negozio di articoli usati, perché eravamo in tanti e cercava di comprare cose a poco prezzo. Tra le cose che ci comprava c’erano questi enormi pacchi di fumetti da cinque chili che trovavamo lì. Ce li dividevamo, il 20% era costituito da fumetti di guerra, poi c’erano Archie, fumetti romantici, supereroi e mostri. Io prendevo sempre i mostri e qualche supereroe tipo Hulk e la Cosa, che per me erano come mostri. Ero il più grande quindi avevo la prima scelta. Gli altri venivano divisi. Col passare del tempo iniziai a scegliere sempre più titoli di supereroi.

Fu così che scoprii i fumetti, che erano anche un fonte continua di ispirazione per disegnare. Il disegno era la forma più diretta di creatività, non dovevo collaborare con nessuno come nel cinema, era tutta farina del mio sacco.

E che ragazzino eri a 16 anni?

All’epoca mi sa che avevo già deciso che da grande avrei fatto il disegnatore. Frequentavo anche un corso di teatro a scuola, mi piaceva stare sul palco. Ero un po’ il clown della classe. Però stavo anche attento a lezione, andavo bene in quasi tutte le materie. Solo che non facevo i compiti, preferivo passare i pomeriggi a disegnare. Quindi prendevo pessimi voti. Comunque ero intelligente e a un certo punto, forse a tredici anni, mi dissero che avrei potuto fare un esame per saltare un anno e andare alla scuola d’arte.

Sapevo che se fossi andato in una scuola d’arte così presto sarebbe stato strano. Penso che una grande componente di quella scuola sia la socializzazione, forse all’epoca non lo sapevo davvero, ma avevo come la sensazione che sarebbe stato tutto molto strano per un tredicenne frequentare ragazzi più grandi. In più ero immaturo, di certo non avrebbe aiutato. Lo sono ancora, ma almeno ora ho un lavoro.

I fumetti sono sempre stati il tuo piano A?

Sì, sapevo che quella sarebbe stata la mia professione. Ovviamente non potevo sapere che sarebbe davvero andata così, e i miei genitori erano molto preoccupati. Mi sostenevano, mi compravano sempre materiale da disegno, ma non avevano idea di come ci sarei riuscito. Non vengo da una famiglia di artisti, quella carriera per loro era affascinante ma non concreta. Mi dicevano di avere una seconda opzione, nel caso non fossi riuscito a farcela nel mondo del fumetto. È così che scoprii la recitazione: «Se non divento un disegnatore posso fare l’attore». E i miei genitori si preoccuparono ancora di più, non era quella la loro idea di “seconda opzione”.

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Pensi che avresti intrapreso davvero la carriera di attore?

Sì, mi piace pensare di sì. È un sogno comune per molti ragazzi, ma penso che avrebbe funzionato. Ero un po’ matto, se mi veniva in mente un’idea poi trovavo il modo di realizzarla.

Il tuo è uno degli stili che ha segnato gli anni Ottanta del fumetto supereroistico. Che rapporto hai con il tuo segno?

Il mio stile non è mai stato pensato per essere “di proposito”. Disegnavo così perché disegnavo così. Con il passare degli anni spero di essere migliorato ma quello è il mio stile. C’è gente come Frank Miller che ha attraverso tre o quattro stili diversi. Bill Sienkiewicz non ce l’ha affatto uno stile, per lui ogni volta è diverso. Il che è ammirevole. Ma io disegno di istinto. Disegno finché non viene bene, cioè quasi mai, quindi continuo a disegnare. Raramente sono soddisfatto del mio lavoro.

Sono consapevole del fatto che il mio stile ha segnato gli anni Ottanta, ma non penso mai a come sia evoluto il mio stile, perché mi auguro che sia in evoluzione perenne. Alcuni disegnatori hanno uno stile che invecchia più di altri e quindi sono costretti a cambiarlo per rimanere contemporanei e ottenere ingaggi. Ma io non ho mai avuto problemi in tal senso.

Certi autori che hanno avuto lunghe carriere si sono dovuti adattare allo stile degli anni Ottanta e Novanta e il loro lavoro ne ha sofferto perché non erano più loro stessi. Ricordo un disegnatore che aveva uno stile molto codificato che tutto d’un tratto si era messo a disegnare come Rob Liefeld. Fu un errore, a mio avviso, perché esisteva già un Rob Liefeld. In generale, imitare altri stili troppo da vicino non funziona mai perché ci sono già in giro. Nel mio caso magari no, visto che sono così lento e chi mi imita può riempire un vuoto!

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Come ti sei guadagnato questa nomea di disegnatore lento?

Ci sono volte in cui disegno una tavola e la trovo bruttissima, allora la cancello e la rifaccio, poi la cancello e la rifaccio ancora… Alla fine smetto di cancellarla. Se ho una scadenza cerco di rispettarla, anche se poi il risultato finale non mi piace per niente. Poi magari la riguardo dopo qualche mese e mi dico: «Dai, non era così male». Solo che quando sei nel vivo di un progetto ti manca la distanza critica.

E poi ci sono giorni in cui voglio solo passare del tempo con la mia famiglia e cucinare una bella cena. Passo la giornata a preparare le cose e cucinare. Per fare una zuppa come si deve ci vuole tempo. Un anno mia moglie comprò una bellissima griglia per il barbecue e passai due mesi a grigliare in giardino. Grigliavo costolette di maiale, verdure e ananas tutti i giorni, provando glasse e spezie diverse. In quel periodo non conclusi molto. Però, quando lavoro, la gran parte del tempo la passo a cancellare.

Cosa ti capita di cancellare?

Specialmente quando disegno una copertina in cui le pose sono estremamente importanti e non sempre la forma di un braccio, di una testa o di una gamba esce bene al primo colpo.

Ormai ti sei specializzato nelle illustrazioni a tutta pagina. Che tipo di processo creativo impieghi quando realizzi una copertina?

Mi piace fare molti schizzi, dai tre ai sei, e poi l’editor decide. Gli editor hanno un grande input, perché ci sono così tante serie e devono fare attenzione che le copertine non si ripetano o sembrino fatte con lo stampino. Agli editor piace vedere cose nuove. Il mio obiettivo è disegnare il personaggio al meglio, in modo che venda. Deve essere un’immagine rappresentativa del personaggio.

Una delle cose importanti del mio lavoro è vendere gli originali, c’è anche questo aspetto da tenere conto quando disegni. Ai collezionisti, almeno quelli interessati a miei lavori, interessa più l’immagine in cui il personaggio è fico, e non necessariamente un’immagine legata a un momento della storia. Inoltre, spesso le copertine vengono realizzate prima rispetto all’albo perché devono andare sui cataloghi, quindi spesso realizzo una copertina basata su un’idea dello sceneggiatore, ma siccome la storia evolve bisogna aggiustare in corsa.

Ricordo un’occasione in cui lo sceneggiatore aveva ottime idee per le copertine ma siccome la storia continuava a cambiare mentre la scriveva quelle idee erano ottime per il numero prima o quello dopo ma non per quello che dovevo fare io.

Dopo tutti questi anni, ci sono giorni in cui non ti senti all’altezza dell’incarico?

Può essere. Dipende da cosa sto disegnando. Non dipingo più molto, ma ogni volta che prendo in mano i pennelli mi sembra sempre di imparare qualcosa di nuovo. Di recente ho fatto una cosa sciocca usando il tè al posto del colore, per provare a vedere se uscivano cose interessanti. A volte giochi, e anche questo è importante, non prendere troppo sul serio il tuo ruolo. Ma ci sono giorni in cui la pressione si fa sentire.

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Non ti senti arrivato, come autore?

No, per niente. Spero di capire presto come fare le cose e allora sarò davvero in grado di fare questo lavoro.

Sei molto attivo su Instagram. Pensi che sarebbe stato uno strumento utile quando hai iniziato tu?

La cosa interessante è che oggi se sei un disegnatore puoi diventare famoso senza mai essere stato pubblicato. Su Instagram ci sono molti autori più famosi di me che vanno alle fiere, vendono gli sketch, ma non hanno mai disegnato un fumetto o pubblicato un libro. Magari è gente che viene direttamente dalle scuole d’arte, o dal cinema o dall’animazione.

Alla fine è la forma di interazione più immediata. Il tuo stile può piacere o non piacere alla gente in base a quello che vede. Non si può dire lo stesso degli scrittori. Alcuni sono stati assunti per disegnare fumetti ma hanno scoperto di non essere capaci, perché raccontare una storia con il disegno è diverso dal realizzare un disegno visivamente interessante.

E tu con Instagram come ti trovi?

Non mi dispiace. Lo uso da un po’ di tempo e sembra che i miei follower si divertano a seguirmi. Mi piace Instagram perché scopro molti autori nuovi. Ormai questo fa parte dell’essere disegnatori, nel contesto moderno. Ci sono persone che mi conoscono solo per il profilo Instagram e non hanno mai letto un mio fumetto. O magari mi hanno scoperto per qualche connessione con i film che sono stati realizzati. È un altro modo per avere più occhi sui miei lavori.

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Sei un tipo tecnologico?

No, all’inizio evitavo ogni interazione con il web. Quando mia moglie si iscrisse a Facebook sbirciavo dal suo profilo per vedere cosa succedeva nel mondo, così alla fine mi ha obbligato ad aprire una pagina mia. Ho scoperto che mi piace ricevere commenti positivi dagli estranei!

Non ti sono mai arrivate critiche feroci da parte di qualche detrattore o troll?

Se succede evito semplicemente di interagirci, ma per lo più chi mi segue apprezza ciò che faccio o non perderebbe tempo a seguirmi. In più, evito di espormi con opinioni personali sul mondo.

Però qualche anno fa firmasti un’illustrazione per GQ su Trump.

Sì, una volta ho portato le stampe di quel disegno a una convention a Phoenix, Arizona, che è una zona prevalentemente repubblicana. E la gente rideva, mi diceva: «Non condivido il tuo pensiero ma questo è divertente». All’epoca sembrava più divertente, ora molto meno.

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