Sunday Page: Bruno Brindisi su Alex Toth

Ogni settimana su Sunday Page un ospite ci spiega una tavola a cui è particolarmente legato o che lo ha colpito per motivi tecnici, artistici o emotivi. Le conversazioni possono divagare nelle acque aperte del fumetto, ma parte tutto dalla stessa domanda: «Se ora ti chiedessi di indicare una pagina che ami di un fumetto, quale sceglieresti e perché?».

Questa domenica è ospite il disegnatore Bruno Brindisi. Dopo l’esordio sulla rivista Trumoon, Brindisi inizia a collaborare con editori come Blue Press, Ediperiodici, Edizioni Cioè e Edizioni Acme. Nel 1991 entra in Bonelli nello staff di Dylan Dog, diventando uno dei nomi più rappresentativi del personaggio, passando poi a disegnare storie di Nick Raider, Brad Barron e Tex, di cui ha curato, tra le altre cose, le matite del “Texone” I predatori del deserto.

Essendo solo un disegnatore e non un autore ho scelto la tavola di un grande del fumetto che ha lavorato per quasi tutta la carriera su sceneggiatura altrui. Per un autore completo è più facile essere originale, innovativo, sperimentale. Puoi fare quello che vuoi. Ma quando lavori nell’industria del fumetto è come far parte di una catena di montaggio o, meglio, di un’orchestra: devi seguire la partitura, con lo stile richiesto ed un direttore rompipalle (spesso). Il “semplice” disegnatore che ho scelto, fra tanti che ammiro e mi hanno ispirato, è un genio ancora oggi, forse più che mai, studiato ed imitato: Alex Toth.

Che pagina hai scelto?

Ho preso una tavola da una famosa storia che in origine si chiama The Stalkers, tratta da Creepy 6 (1965) e sceneggiata da Archie Goodman. In italiano è apparsa con il bel titolo di In agguato.

Ti ricordi come l’hai scoperta?

Da bambino ebbi in regalo due Oscar Mondadori che raccoglievano vecchie storie di Topolino. In terza di copertina c’era l’elenco degli altri volumi, tra i vari titoli mi colpirono Le spiacevoli notti di Zio Tibia e Zio Tibia colpisce ancora perché ero affascinato dal genere macabro.

Pensavo fossero fumetti horror comici, non realistici, invece si trattava di un’ottima selezione di storie dell’orrore tratte dalle riviste americane Creepy e Eerie realizzate dai migliori disegnatori americani, spesso al top dell’impegno e del divertimento, potendo giocarsi tutte le carte su poche tavole, facendo matite e chine e spesso mezzetinte, perché la linea editoriale lo permetteva.

Per il mio – forse – ottavo compleanno li chiesi in regalo e mi si spalancò un mondo, non avevo idea che i fumetti potessero essere disegnati così bene, né ho più visto Neal Adams o Gene Colan o Gray Morrow o Reed Crandall così ispirati. O Toth. Oh, Toth! Sei tavole su un numero, altre sei su un altro, fu da subito al primo posto della mia classifica. Vi è rimasto per sempre perché, diventando disegnatore anch’io, ho capito ancora meglio quale fosse la sua grandezza, senza riuscire mai ad emularlo, purtroppo.

E cosa lo rende così grande, secondo te?

Provo a spiegarlo con un esempio pratico. La tavola che ho scelto è composta da cinque vignette. C’è una panoramica dello studio di uno psicanalista. Il dottore, lo chiamiamo così, è un uomo distinto e ben vestito di mezza età, pochi capelli bianchi, siede in poltrona, con il classico bloc-notes e la matita in mano. Il cliente, Alex Colby, trenta o quarantenne dai tratti comuni, in giacca e cravatta con colletto un po’ slacciato, è sul classico divano o chaise longue ed è molto scosso. Un abat-jour illumina lo studio con un effetto inquietante. Il dottore chiede a Colby la ragione dei suoi problemi.

Poi un flashback. Alex Colby fermo con la macchina a bordo strada di notte che sta cambiando una ruota. Buio totale tutto intorno, ha acceso due segnalatori di posizione e una torcia a terra che illumina la ruota e poco altro. Si volta leggermente verso di noi, sente qualcosa.

Stacco sull’asse. Una zoomata su di lui, con espressione preoccupata, illuminato dalla torcia. Smette di lavorare, guarda verso di noi.

Controcampo. Colby a figura intera guarda nel buio, verso il punto da cui sembra provenire una voce inquietante. Alla fine, un dettaglio di un piede mostruoso ma umanoide, alieno, che spunta dal buio.

Bene. Questa è la tavola. Niente di straordinario, ti dico come l’avrei fatta io. Psicanalista di mezz’età, facciamo Freud? No, che puttanata. Jung? Guardiamoci le foto. Ma no, faccio mio zio. Oppure quell’attore che ha fatto quel film di quel regista… Un po’ di studi e abbiamo il primo attore. Colby: trentacinquenne normale? E chi mettiamo? Mo’ cerco la prima faccia sul web. Giacca e cravatta, che palle.

Studio elegante di danaroso psicanalista, con poltrona di Eames o Le Corbusier, bella panoramica, taglio di luce inquietante, ma che non copra troppo i dettagli, è la prima vignetta, diamo ambientazione. Ho trovato ‘sta bella foto, pure un po’ in grandangolo.

Le altre sono una pacchia, tutto buio, mi serve solo una macchina da rappresentante, cerco sul web, fatto. Su una strada americana di quelle in mezzo al nulla, qualche cartello, si intravede la linea delle montagne. Terza vignetta, posso finalmente far vedere bene il protagonista, luce dal basso, espressione terrorizzata. Lo vesto uguale, così si capisce meglio che è lui (una volta mi fecero cambiare il vestito di un personaggio, a distanza di vent’anni doveva essere sempre riconoscibile, con lo stesso identico vestito! Evitiamo).

Quarta vignetta, tutto nero, lui da dietro in controluce pure quasi nero… Come risolverla? La solita battuta del disegnatore che preferisce disegnare un nero in un vicolo buio di notte è una stronzata, in realtà queste sono situazioni difficili da rendere in modo realistico e senza grafismi. Lo faccio dal basso così si staglia sul cielo che lascio chiaro, mentre la parte bassa sarà buia con lui illuminato. Ultima: piede di un alieno, mi sbizzarrisco.

Fatto! Mi pare venuta bene. Su tre strisce, panoramica in alto, poi due strisce da due.

Vediamo come l’ha fatta Toth. Sono senza parole. Cinque vignette uguali, a spicchio? Come gli è venuto in mente? E la prima, in cui non si vede nulla e c’è tutto, atmosfera, recitazione… Guarda la posa rannicchiata e fremente del protagonista! I balloon inclinati, come le vignette, per aumentare il senso di inquietudine. E che lettering, il più bello di tutti i tempi! E poi, le pieghe perfette dei vestiti, Colby non ha il gessato che ha in vignetta 1, nel nero spuntano solo i catarifrangenti. Nella due lui è tutto a destra con alle sue spalle il mistero, nella tre quasi si difende col braccio, nella quattro avanza ondeggiando, si dà coraggio, ma si vede che esita, si fonde in parte col buio…quei due puntini in alto a destra? Case lontane o un’astronave? Ultima vignetta, il piede alieno, si capisce solo dalla biforcazione, viene alla luce, passa dal nero al bianco, sembra enorme…quest’uomo è geniale, con la metà della metà delle linee che avrei usato io e con il doppio del doppio dell’efficacia!

Per non parlare della tavola seguente, la splash page con il titolo. Vediamo apparire gli “stalkers” in tutto il loro splendore: sono alieni altissimi, mostruosi, sono numerosi, avanzano verso di lui che, a figura intera, lancia un grido agghiacciante.

Cos’altro dire? BAM!! Non ci sarei mai riuscito a dare quest’impatto, mai. Sorvolando sul design ingenuo delle tute spaziali, parliamo di più di 50 anni fa, e andando avanti per le restanti 4 tavole, dove si passa dal presente al passato senza usare nessun artificio, tipo angoli arrotondati, possiamo notare, assieme alla solita estrema ed efficacissima, ma curatissima, sintesi anche che né il protagonista né il dottore hanno una fisionomia particolare. Soprattutto il dottore, è sempre in ombra o di spalle. Anche Alex Colby è una faccia qualunque. Perché è inutile caratterizzare un involucro, visto che anche il dottore è uno stalker, come si scoprirà poi. E quando nell’ultima vignetta dell’ultima pagina ci viene porto uno specchio, possiamo guardarci anche noi e scoprire con orrore la verità…

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