Chris Claremont non si guarda mai indietro

Chris Claremont, lo sceneggiatore che ha reso grandi gli X-Men tra gli anni Settanta e Ottanta, ce lo presentano mentre pranza, insieme al figlio Ben e alla moglie Beth, che si occupa di introdurci. Non è famoso per essere un pezzo di pane, ma quando l’avevamo visto presenziare ai vari eventi pubblici della scorsa Lucca Comics & Games ci eravamo fatti l’idea di un tipo molto a suo agio con il pubblico, verbalmente generoso, disponibile, sicuro di sé e pronto a zittire qualsiasi affermazione vagamente idiota. Niente stronzate, okay?

Mi piaceva come atteggiamento. Ci ho anche fatto un meme. Irridevamo ogni sciocco impreparato finito sotto le sue forche. Poi è toccato a noi.

Sei tornato a scrivere gli X-Men di recente. Su cosa stai lavorando al momento?

Niente.

[Interviene Beth] Dai, spiegalo bene.

Ho lavorato su questo progetto one-shot per gli ottant’anni Marvel. Ci sono state delle discussioni su progetti futuri ma, per quanto ne so, niente è stato ancora deciso.

[Beth] Ha appena finito una storia dei Nuovi Mutanti con Bill Sienkiewicz. Aspettate, vado a prendervelo.

Sì, lo trovate fuori, dovreste comprarlo. Per come la vediamo io e Bill, è semplicemente il numero successivo della serie. Ci sono solo voluti trentacinque anni per realizzarlo.

Quindi per te non è cambiato nulla, in termini di processo creativo?

Abbiamo più pagine.

Ma il modo in cui scrivi, in cui pensi ai personaggi, è rimasto lo stesso?

Sì.

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E il mestiere di sceneggiatore, in generale, è cambiato?

Con la situazione attuale alla Marvel, sì, è cambiato significativamente. Ma d’altra parte anche il mio rapporto con gli X-Men è cambiato, perché non sono più l’unica persona a scrivere i loro fumetti. All’epoca non avevo problemi. Conoscevo tutti i personaggi, tutte le dinamiche.

Quando sono arrivati altri autori a scrivere le varie serie, io ho dovuto modificare la mia visione dei personaggi per seguire quella decisa dagli sceneggiatori. E ogni volta che ritorno agli X-Men, in un modo o nell’altro, devo piegarmi alla nuova realtà che mi trovo di fronte. Io ero l’unica persona a scrivere quel fumetto, e l’ho fatto per sedici anni. Non è più così.

Hai lavorato su personaggi che erano stati creati da altri ma li hai rivoluzionati…

No, solo uno.

Magneto per esempio…

Lui è l’unico che ho modificato. Ma ora non ho idea di come sia. Non so cosa gli sia successo. Non leggo più i fumetti e non ho nulla a che fare con quel mondo. Sembrerà un’affermazione più acida di quello che è, ma davvero non ho più interesse in quell’universo.

Perché hai ancora un senso di possesso creativo nei loro confronti?

No, perché ho altro da fare.

I tuoi personaggi femminili erano scritti con molta cura. In questo si faceva sentire il contributo di editor come Louis Simonson e Ann Nocenti?

No. Tutti i personaggi dei miei fumetti sono ben costruiti, a prescindere dal sesso. È il mestiere dello sceneggiatore. Immagino che si notasse di più perché all’epoca nessuno aveva a cuore i personaggi femminili, specie quelli inseriti in una squadra. Erano sempre uomini, con una donna. Nei Fantastici Quattro c’era la Ragazza Invisibile, negli X-Men originali c’era Marvel Girl.

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In generale, com’era il tuo rapporto lavorativo con Nocenti e Simonson?

Ideale. Erano le migliori. Ma non era diverso che lavorare con Archie Goodman o Stan Lee.

Rileggi mai i tuoi lavori più vecchi?

Ogni persona che incontro alle fiere e mi chiede di firmare un albo mi offre quell’occasione. Sfoglio l’albo, vedo scene che mi piacciono, altre che avrei potuto scrivere meglio. Ma è tutto. Non mi piace vivere nel passato.

Non ti riguardi mai indietro?

Perché dovrei?

Per avere una prospettiva sul tuo lavoro, immagino, e quello che è stato.

Cerco di non pensare al mio passato. Sono troppo concentrato a lavorare nel presente e a definire il mio futuro. Quello è stato è stato, non posso farci nulla. Quello che mi riserva il prossimo anno, invece…

[Un elicottero passa sopra le nostre teste, coprendo la conversazione]

Ecco, è la tecnologia che si mette di mezzo.

Ti piace la tecnologia?

[Interviene Ben] Ecco, questo sì che è un bell’argomento.

È…

[Ben] C’è un motivo per cui l’aereo degli X-Men è un Blackbird e non un velivolo generico!

Eri un appassionato di alta tecnologia?

Ero un appassionato dell’inserire qualsiasi cosa mi piacesse. Ma ho approfittato del fatto che lavoravo con Dave Cockrum, che aveva un padre nell’aeronautica militare ed era un fissato di aerei, come me… Era divertente. Inserivamo realtà visive che nessuno all’epoca affrontava.

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Hai lavorato con alcuni dei migliori disegnatori del settore. C’era qualcuno con cui ti sentivi particolarmente in sintonia?

No. Ho lavorato con troppi disegnatori bravissimi, ognuno in grado di portare un punto di vista personale. La mia ambizione, come per le storie che ho scritto, non riguarda ciò che ho fatto ma quello che farò. Con chi vorrò lavorare in futuro, con quali nuovi nomi collaborerò. Sono i territori sconosciuti a interessarmi.

Quindi c’è un disegnatore con cui vorresti lavorare?

Sì.

Tipo?

Fammi un nome e te lo dirò.

Ehm… Sara Pichelli?

Vedi, il problema è che essendo stato fuori dal settore per molto tempo, non conosco le nuove leve. Quindi non conosco i nomi, ma se mi fai vedere delle tavole potrei dirti «Oh, sì, ci lavorerei di corsa».

Durante una delle conferenze di Lucca hai parlato a lungo del tuo rapporto conflittuale con il cinema, avendo lavorato a vari progetti. Hai persino scritto un libro con George Lucas…

Sì, ma non c’è nulla da raccontare in proposito.

Immagino che sia un mondo più strano, con dinamiche molto diverse rispetto a quello dei fumetti.

Non è più o meno strano, tranne che hai a che fare con molti più soldi e, di conseguenza, con personalità dotate di un ego spropositato, più avvocati. Lo scrittore è molto più distante da ciò che deve scrivere. Nei fumetti è tutto più immediato. Se devo scrivere una sceneggiatura per il film, devo prima scrivere un soggetto…

Tipo per Gambit, ho proposto un soggetto a Lauren Shuler Donner, la produttrice degli X-Men, lei l’ha mandato a Channing Tatum… Quand’era, quattro anni fa, mi pare. Si sono avvicendati quattro o cinque registi, lui ha ripensato al tipo di film che voleva fare, e nessuno di questi aveva a che fare con la mia storia. È tutto più complicato e la posta in gioco è molto più alta. È un’industria diversa che gioca con regole diverse.

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