“Dellamorte Dellamore” e le radici di Dylan Dog

Dylan Dog è cambiato dopo il numero 400. Roberto Recchioni, curatore e sceneggiatore della testata, ha impostato i numeri successivi come una miniserie di 6 albi (intitolata Dylan Dog 666), azzerando la continuity e introducendo un Dylan di un altro universo, con molti punti in comune con il vecchio ma anche parecchie differenze.

La miniserie – attualmente in corso di pubblicazione – pesca a piene mani dalle prime storie del 1986: L’alba dei morti viventi, Jack lo squartatore, Le notti di luna piena e Il fantasma di Anna Never, che sembra che sarà alla base del 404, in edicola dal 30 aprile 2020.

Quella che Recchioni sta proponendo è una riscrittura/pastiche delle storie fondative di Dylan ad uso dei nuovi lettori – anche stranieri, vista l’annunciata serie live action – ma che strizza l’occhio ai fan di vecchia data. Nel fumetto seriale americano è una pratica molto frequente, basti pensare al Superman di John Byrne, ma da noi non si era praticamente mai vista.

Oltre al recupero delle storie classiche, Recchioni ha voluto scavare ancora più in profondità alla ricerca delle radici del personaggio, riportando alla luce il suo “fratello maggiore”, il famigerato Francesco Dellamorte protagonista del romanzo di Tiziano Sclavi Dellamorte Dellamore. Non è un caso che il nuovo Dylan abbia come aiutante Gnaghi, la spalla quasi muta di Dellamorte, e che sia stato in passato il custode di un cimitero alle prese con i morti viventi.

Anche la copertina del numero 401 è un chiaro omaggio: il disegnatore Gigi Cavenago ha ripreso la posa del protagonista da uno studio di Claudio Villa per Dellamorte e Gnaghi.

Dellamorte di Villa e Dylan di Cavenago
A sinistra lo studio di Claudio Villa per Dellamorte e Gnaghi, a destra la copertina di Cavenago per Dylan Dog 401

È però in Dylan Dog 402 che Francesco e Dylan si sovrappongono perfettamente, anche solo per poche pagine. L’occasione è un flashback, scritto sempre da Recchioni e disegnato da Francesco Dossena, che ricalca l’incipit del romanzo: un telefono squilla in un appartamento, un uomo risponde uscendo dalla doccia, apre la porta, si trova davanti a uno zombi, lo fredda e torna al telefono chiudendo la sequenza con una frase a effetto. Un flashback che sa molto di déjà vu.

Dylan Dog di Recchioni e Dossena

Non so quanti siano i lettori di Fumettologica ad aver letto Dellamorte Dellamore (forse qualcuno in più da quando è stato caricato in download gratuito su Il Post), ma immagino che molti sappiano di cosa si tratta. È il più famoso tra i romanzi di Tiziano Sclavi, scritto nei primi anni Ottanta, quando Dylan Dog non era ancora stato creato.

Come il suo “fratello minore”, il libro è un horror che trasuda in ogni pagina amore per il genere, in particolare per gli zombi alla George Romero. Il protagonista Francesco Dellamorte è il guardiano del cimitero del paese lombardo di Buffalora (Buffalora o Boffalora è un toponimo tipico della regione, se ne contano una decina tra le province di Milano, Lodi, Brescia, Como e soprattutto Pavia, di dove è originario lo scrittore) e, insieme all’assistente Gnaghi, si trova ad affrontare un’epidemia di ritornanti.

Il libro rimase nel cassetto del suo autore quasi 10 anni fino al 1991, quando fu pubblicato da Camunia in pieno boom di Dylan Dog, che la casa editrice cavalcò chiedendo di realizzare copertina e illustrazioni ad Angelo Stano, per non parlare dello strillo in copertina “il romanzo da cui è nato Dylan Dog”.

Dellamorte Dellamore è un romanzo strano, scritto quasi come la sceneggiatura di un film o di un fumetto, con la voce narrante che descrive in dettaglio le scene come se si stesse rivolgendo a una camera da presa o a un disegnatore. In effetti è sempre stato quello il mondo di Sclavi, che già dagli anni Settanta alternava alla scrittura di racconti e romanzi quella di fumetti per Corriere dei Ragazzi (uno su tutti, Altai e Jonson con Cavazzano), Corriere dei Piccoli, Messaggero dei Ragazzi, Ken Parker, Mister No e altri. 

Il testo si prestava quindi a fare un salto “nel mondo delle nuvolette”. Sarebbe bastato sistemarlo in forma di sceneggiatura vera e propria, inserendo indicazioni di piani e campi per le varie inquadrature, e trovare il disegnatore adatto. La scelta ricadde su Claudio Villa, che dal 1982 disegnava Martin Mystère. I due iniziarono a realizzare il fumetto, pensando di pubblicarlo su Orient Express, testata della casa editrice L’Isola Trovata controllata da Bonelli.

Purtroppo però il tempo delle riviste stava volgendo al termine: nel 1985 anche la creatura di Luigi Bernardi chiuse, e del fumetto di Francesco Dellamorte non rimasero che una manciata di studi e due pagine, che trovate qui di seguito, pubblicate per la prima volta sulla fanzine WOW nel 1989 e poi in un paio di saggi. Eccole di seguito:

Dellamorte di Villa tavola 1
Una curiosità su questa tavola: le vignette 6 e 7, con la morte dello zombi, sono state riutilizzate per illustrare i redazionali di Dylan Dog 1.
Dellamorte di Villa tavola 2

Progetto e disegnatore furono in qualche modo riciclati in Dylan Dog, di cui Villa realizzò studi del protagonista e di Groucho e le copertine dal 1986 al 1990. Nel 1989 Sclavi e Luigi Mignacco organizzarono anche un incontro tra i due personaggi nello speciale Orrore nero, disegnato da Giovanni Freghieri.

Nel 1994 fu la volta del film di Michele Soavi, che contribuì a confondere ulteriormente il tutto facendo interpretare Dellamorte a Rupert Everett, attore a cui si era ispirato Villa per le fattezze dell’indagatore dell’incubo, tanto che molti al momento dell’uscita lo presero per “il film di Dylan Dog”.

Anche nella pellicola, come nel fumetto incompiuto, la telecamera segue con precisione la prosa sclaviana. Provate a guardare la prima scena tenendo sott’occhio il romanzo e vi accorgerete di quanto il rapporto sia strettissimo tra testo e immagini.

Purtroppo Sclavi ha sempre avuto un certo pudore nei confronti dei suoi romanzi. Nonostante il film e il continuo successo di Dylan Dog, non volle mai far ristampare Dellamorte Dellamore, che pian piano scivolò nell’oblio. O piuttosto nel mito.

Il merito principale di questo recupero da parte di Recchioni e Dossena è proprio di averlo riportato alla luce come pietra angolare del canone dylandoghiano. La somiglianza con le versioni precedenti dell’incipit – con uno scarto davvero minimo anche rispetto al fumetto di Sclavi e Villa, nonostante la diversa sensibilità per il linguaggio data da quasi 40 anni di differenza – è più che voluta: è fondamentale per il loro intento.

Francesco e Dylan si fondono finalmente in un’unica creatura, ancora più che nel film di Soavi, in quello che è forse al momento l’aspetto più interessante del reboot in corso: l’innalzamento di aspetti fondativi del personaggio, in parte anche dimenticati, a colonne portanti del suo mito.

Ci siamo quindi divertiti a ricostruire l’incipit pescando dalle quattro diverse versioni esistenti. Un divertissement che mostra però quanto l’opera originale sia stata sempre seguita pedissequamente nei suoi adattamenti.

Un telefono che suona. È nero, di vecchio tipo, e questo ci fa subito capire che siamo negli anni Sessanta. Accanto al telefono c’è un teschio di plastica della Revell. Se fosse buio, risplenderebbe. 
«Glows in the dark», c’era scritto sulla scatola.

Dossena

Con un accappatoio buttato addosso in fretta, un uomo risponde al telefono. Può avere trent’anni e gocciola tutto. È magro, ha la faccia affilata con un’espressione perennemente impassibile tendente al menefreghista, e ha in bocca una sigaretta fradicia. 

Villa

Appoggia la cornetta sul tavolo. Prende una pistola a sinistra del teschio, che a sua volta è a sinistra dell’apparecchio. La pistola è una Bodeo «Modello 1889». Pesa 910 grammi, è lunga 23 centimetri e ha il calibro di mm 10,35.
Con la pistola in mano, Francesco apre la porta.

Film di Soavi

A braccio teso, Francesco gli spara in testa. Nella fronte del signore sessantenne c’è una piccola esplosione senza sangue. Spalanca ancora di più gli occhi e si affloscia sulla soglia in silenzio.  

Villa, Dossena e Soavi

Con la pistola ancora fumante in mano, Francesco riprende la cornetta del telefono. L’espressione della sua faccia è esattamente uguale a prima.
«Sì, mi dicevi?» dice.
«No, niente, così, era solo per sentire come stavi».
Francesco abbassa quasi impercettibilmente gli angoli delle labbra, abbassa le palpebre.
«Beh, sai com’è…»

Villa conclusione

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