Una vacanza tranquilla: “Kingdom” di Jon McNaught

di Emanuele Rossi Ragno

kingdom jon mcnaught

Jon McNaught è un fumettista britannico ancora poco noto in Italia. Sulla qualità dei suoi lavori si sono soffermati gli organizzatori di Treviso Comic Book Festival, affidandogli la locandina dell’edizione 2019 e dedicandogli una mostra personale. Classe 1985, l’autore ha pubblicato il suo primo fumetto a 25 anni con Nobrow (Birchfield Close) e da allora ha scritto e disegnato altri tre graphic novel. Tra questi, Kingdom, pubblicato a ottobre 2018, è uno dei più riusciti, se non forse il migliore.

Con Kingdom Jon McNaught è tornato a raccontare la natura, mutevole e maestosa, che era già stata oggetto del suo libro a fumetti più acclamato, Dockwood, vincitore del Prix Révélation ad Angoulême nel 2012. In quel caso l’argomento veniva affrontato dal punto di vista di tre individui, residenti per l’appunto a Dockwood, usando l’atmosfera autunnale come espediente per mettere in scena la crisi e la demitizzazione della città. Questa volta, invece, i protagonisti (sempre tre, la bambina, suo fratello e la loro madre) agiscono ben lontano da qualsiasi centro abitato, in un luogo di vacanza sulle scogliere inglesi di nome Kingdom.

Il fumetto trova il suo maggior punto di forza nella leggerezza della messa in scena, raggiunta grazie a una sapiente ibridazione di dialoghi e sequenze mute: Kingdom affonda le radici nel fotoromanzo, nell’illustrazione e in larga parte anche nel fumetto auto o semi-biografico, ma se ne distacca perché qui l’esperienza ha valore in quanto tale e non accampa alcuna pretesa di raccontare qualcosa di più della semplice rappresentazione dettagliata di ciò che realmente accade.

kingdom jon mcnaught

Assuefazioni quotidiane, riti di passaggio e attimi di inevitabile comicità dovuti alla pervasione di un elemento straordinario si alternano alle sequenze mute e magnetiche in cui è la natura a parlare per i personaggi, senza mai compromettere la narrazione. Del resto nell’immaginario dell’autore l’uomo è poco più di una lente attraverso cui studiare e analizzare i massimi sistemi: l’essenza, la civiltà, il bene e il male, di nuovo la natura. Come a voler dire che per capire veramente qualcosa è necessario osservare le situazioni da una prospettiva esterna a noi ma che allo stesso tempo ci comprende, in relazione con esse.

Una tale ricchezza di contenuto richiede – e ottiene – un’adeguata attenzione per la forma. McNaught, desideroso di restituirci una cronaca fedele e sfaccettata, non lascia nulla al caso, a cominciare dalla scansione della tavola che contempla quasi ogni configurazione possibile, dalle tre alle otto strisce per pagina. Una scelta mai fine a se stessa, motivata da due fattori strategici.

Il primo è che buona parte del racconto è ambientato in esterni estremamente spaziosi e ricchi di particolari: colli, campi coltivati, spiagge, qualche residence. Il concetto di spazio è centrale in ogni situazione in cui la forza della natura ha il sopravvento e lo è ancora di più quando diventa difficile rapportarvisi. Per i ragazzi questo avviene quasi subito, quando per via di un brutto temporale entrambi sono costretti a restare in casa, divertendosi ciascuno come può.

Per questo è importante che le dimensioni delle vignette varino il più possibile: ora ampie e accoglienti, come di certi paesaggi che ti accolgono non appena vi metti piede; ora piccole e claustrofobiche, asettiche, come durante certi pomeriggi di pioggia.

I tre protagonisti vengono valorizzati da questa scelta dispositiva anche per un secondo motivo: i riquadri in cui si muovono, soffocati ai margini, valorizzano al meglio primi e primissimi piani e dispongono del ritmo serrato tipico di quelle situazioni dimenticabili in quanto ordinarie, banali e scontate, in modo mai davvero banale o scontato.

Accostare tante vignette di eguale forma, nella logica di McNaught, significa distruggere il mezzo sequenziale che veicola il racconto, finendo col distruggere, per assurdo, il racconto stesso. Questo (oltre che per ovvie ragioni di trama, che contempla azioni ordinarie in un contesto ordinario) comporta che alcune tavole risultino leggibili in più di un verso, sia orizzontalmente che verticalmente.

La tesi implicita alla base di Kingdom sembra questa: il riflesso delle cose non può condurci alla loro essenza; la verità sta nelle cose in sé. Questo non sarebbe intuibile se il fumetto non avesse una certa “imparzialità”, intesa non come un trattamento equo dei personaggi, ma una vera e propria mancanza di presa di posizione. Andy, Suzie e la madre hanno lo stesso grado di approfondimento e a ciascuno viene dedicato un preciso tempo narrativo; ma a questo aspetto si aggiunge un’assenza strategica del narratore.

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McNaught, seguace del credo “show, don’t tell”, dirige il suo sguardo nelle direzioni dei giorni e della natura, risultando super partes nei dialoghi e dando a tutti la possibilità di esprimersi, portare a termine qualcosa di buono in un tempo pur molto breve (giusto lo spazio di un weekend). E se in certe sequenze questo stratagemma riesce – come quando assistiamo agli scialbi pomeriggi di Andrew alle prese con l’ultima versione del videogioco free-to-play più richiesto – i momenti in cui la narrazione si “sgonfia” rischiano di risultare noiosi, soprattutto in un contesto così graficamente curato e meticoloso che sembra rivelarsi effimero, mai del tutto esemplare.

Gli aspetti più interessanti, invece, funzionano anche dal punto di vista formale. In linea con le premesse, i volti dei personaggi di McNaught sono costantemente inespressivi; le uniche “emozioni” del fumetto provengono da action figure, squallidi manifesti pubblicitari, reality show alla TV e tanti altri contenitori di intrattenimento ideati e concepiti per suscitare emozioni in chi li guarda, non certo per manifestarne di proprie. L’autore insomma racconta le dinamiche emotive dando a esse lo stesso peso di un’invenzione visiva: è suo compito soddisfare i sensi del lettore, senza però spiegargli il mondo – sulla carta verosimile – che sta costruendo.

Kingdom
di Jon McNaught
Nobrow Press, ottobre 2018
cartonato, 128 pp., colore
20,00 €

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