Il presente macchiato de “Gli sprecati” di Michelangelo Setola

Il nuovo lavoro di Michelangelo Setola, autore di lunga esperienza e di riconosciuto talento, è uscito a gennaio per Canicola all’interno della collana Sudaca, nel formato a grandi tavole che ha già ospitato Paolo Bacilieri (Tramezzino, 2018) e Silvia Rocchi (Susi corre, 2019). Gli sprecatiqui un po’ di pagine in anteprima – racconta di un’umanità sull’orlo dell’apocalisse, costretta a lavorare in una enorme fabbrica che trasforma tutto, animali compresi, in materiale di produzione.

sprecati michelangelo setola

La potente immagine di copertina mostra un uomo intento a coprirsi il volto con le mani, come per sfuggire a uno sguardo (il nostro?) giudicante e pietrificante. Come un Dante contemporaneo, il personaggio si protegge dalla vista mortale di Medusa, prima di avviarsi tra le anime degli eretici, condannate a bruciare per l’eternità dentro le mura della città di Dite. Ma, al contrario del pellegrino nel Canto IX dell’Inferno, quest’uomo tra le dita si lascia uno spiraglio, per guardare senza essere guardato: ed è forse in questo spiraglio di luce, rappresentato anche all’inizio e alla fine del racconto, che si può intravedere un barlume di speranza, una via di uscita dalla dannazione.

Nel racconto, la città dei dannati prende la forma della fabbrica Hannibal, cuore pulsante di questo mondo devastato e sporco, dove l’aria ha una sapore di metallo e lo spazio sembra una versione malsana – inquinata e imputridita – della Pianura Padana. In questo paese desolato la fabbrica si erge come una cattedrale di civiltà e organizzazione, guidata da un uomo senza occhi, evidentemente non uso a guardare ciò che accade, ma piuttosto esperto a risolvere le problematiche dell’azienda, a gestire tempistiche e risorse per portare a termine nel miglior modo possibile gli obiettivi assegnati.

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La fabbrica è uno spazio di sfruttamento di uomini e di animali: giraffe e foche vengono prima nutrite e tenute in salute per poi essere scuoiate e ridotte a pezzetti, trasformate in farina per i campi o in altre sostanze utili a tenere in moto la grande macchina della produzione. Gli uomini operai messi disciplinatamente in fila approfittano dei vantaggi di una gestione progressista che consente loro di uscire per qualche ora all’aria aperta, fuori dalla fabbrica, a succhiare il latte dei pochi animali rimasti sani.

Il sistema si riproduce così, perfetto e immutabile, verso una lenta degradazione che tutti vedono ma non vogliono cambiare, troppo intenti a badare a loro stessi, a difendersi dalle fatiche di ogni giorno. Fino a una esplosione, tanto improvvisa quanto prevedibile, che interrompe il flusso della fabbrica e cambia le abitudini, impone nuove regole ai sopravvissuti, richiede ferreo isolamento e niente panico e massima attenzione. Una tragedia annunciata, dice qualcuno: «Adesso tireranno fuori il pallottoliere e si metteranno a piangere davanti allo specchio».

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Il segno a matita di Setola graffia le pagine e i volti, pone sulle superfici una patina di sporco e di polvere che traduce l’aria malsana, il fetore dei corpi, il marciume di un mondo infetto che nonostante tutto si ostina a vivere. Questo piccolo racconto fatto di grandi tavole macchiate è così contemporaneo da fare male.

Preciso nella descrizione di un sistema già da tempo malato che sta progressivamente consumandosi. Dolorosamente presente e mai così efficace come in quest’epoca di emergenza forzata, giunta improvvisa a scardinare le nostre abitudini. “Gli sprecati” siamo tutti noi, vittime e fautori di questo nostro Paese indebolito, ferito, sempre condannato a qualcosa, e di questo mondo in costante movimento, che non può permettersi di fermarsi mai a scapito di tutto. Anche della salute. In attesa di una vera via di fuga, uno spiraglio di luce.

Gli sprecati
di Michelangelo Setola
Canicola Edizioni, gennaio 2020
spillato, 28 pp., b/n
17,00 €

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