“La casa dei dipinti che fingono”: Casty, l’horror e quel brutto colpo di scena finale

di Emanuele Rossi Ragno

Chi lo segue su Topolino da molti anni sa perfettamente cosa significhi leggere una storia di Casty e di conseguenza anche cosa aspettarsi: un intreccio sofisticato, il Mickey Mouse di Floyd Gottfredson e Romano Scarpa, comprimari dai nomi bizzarri e soprattutto una risoluzione inaspettata. Era lecito aspettarsi tutto questo dunque anche da Topolino e la casa dei dipinti che fingono, pubblicata ad aprile su Topolino 3361, ma a questo giro qualcosa non ha funzionato come avrebbe dovuto.

copertina topolino 3361

Pippo e Topolino entrano in possesso di una villa fuori città dove ha precedentemente vissuto Odoard Crunch, un pittore sul quale si sa molto poco se non che ha lasciato tutte le proprie opere nell’immobile. Spinti dalla curiosità, i due decidono di investigare sul suo passato, ma i quadri custoditi in mansarda – complice una sinistra maledizione – intralciano le indagini, e i due si ritrovano prigionieri dei dipinti, in un mondo fantastico a metà strada tra i cupi stati d’animo dell’artista e le atmosfere dark del cinema di Tim Burton.

casty casa dei dipinti che fingono topolino
Qual è il quadro, adesso?

Sebbene tutto si svolga nell’universo disneyano e alla fine le cose si sistemino, Topolino e Pippo devono fare i conti con un ambiente orrorifico vero e proprio, dove né loro né il lettore hanno la certezza di quel che potrebbe accadere. Anche la scelta più piccola potrebbe riflettersi con gravi conseguenze sui personaggi, che nell’impianto narrativo di Casty sembrano più i protagonisti di una fiaba dai toni appassiti che non le vittime di un’abitazione stregata.

I quadri non sono il risultato di un sortilegio, ma la prova di un mal di vivere, lo stare al mondo di un individuo in crisi (Crunch) che non sa come uscirne e che per ovviare a questa spiacevole situazione ricorre a una pittura magica, capace di sprigionare il suo talento. Così facendo l’artista tradisce se stesso ma non i propri lavori, che ne catturano le reali emozioni.

Tutta questa parte del racconto, compreso l’ingresso nella dimensione ultraterrena delle tele, è enfatizzata da un montaggio estremamente dinamico. Casty non solo preferisce lesinare sulla quantità di informazioni a beneficio di un ritmo incalzante e serrato, ma offre anche inquadrature che agevolano l’immedesimazione del lettore e gettano un velo di inquietudine sul racconto.

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Brrr…

Le vignette emblematiche in questo caso sono a pagina 22 e 35 del settimanale, ed entrambe sottolineano la presenza di un narratore onnisciente che sa ciò che accade e sa come renderlo interessante ai nostri occhi. Sono a fondo tavola e per questo funzionano ancora meglio, perché ci spingono a girare pagina tanto più in fretta di quanto già non faccia il ritmo, rendendo tutto molto più coinvolgente e stimolante.

Casty non ha mai negato le influenze che il cinema esercita sulla sua produzione. In questa storia, oltre alle già citate atmosfere burtoniane, sono i riferimenti a Hitchcock a farsi notare. Nelle prime tavole viene ripreso almeno tre volte Gli uccelli: nella storpiatura della località di vacanza dove si recano i Nostri (Rosega Town, che fa il verso alla Bodega Bay originale); nelle cornacchie che infestano la casa, fastidiose tanto quanto i volatili del film; nella casa stessa, che sembra la perfetta copia della dimora di Mitch nella pellicola.

La storia di Casty condivide curiosamente anche qualche similitudine nel titolo e nella trama con un altro film horror – in questo caso di produzione italiana – ovvero La casa delle finestre che ridono di Pupi Avati, ma in un’intervista è stato lo stesso l’autore a smentire di averlo usato come riferimento. E anche se all’inizio sembra di trovare flebili collegamenti con Il ritratto di Dorian Gray, la trama se ne discosta man mano in modo sempre più evidente: Odoard Crunch non si vede sottratta l’età, come invece accade al protagonista del romanzo di Wilde, ma i propri sentimenti, i propri sogni, i propri ricordi.

casty casa dei dipinti che fingono topolino
Già, chi…?

Messi spalle al muro dalle creature fuoriuscite dai quadri, Topolino e Pippo non sanno davvero come cavarsela, quando ecco che sulla soglia si presenta Odoard Crunch in persona. Nello stupore generale, l’artista racconta di aver avuto un colpo di fulmine proprio il giorno in cui si era ripromesso di dare fuoco alle tele, cinquant’anni prima. Le creature magiche lo perdonano e, come nelle fiabe, tutti finiscono per vivere “felici e contenti”.

Così, dopo molte peripezie, i due protagonisti non devono far altro che essere salvati. Motore della risoluzione è l’entrata in scena di un personaggio a cui Casty dimostra di tenere particolarmente – addirittura offrendogli una moglie, il buonumore e tanti “nipotini” – ma che nel momento in cui mette a posto le cose delude le aspettative del lettore. Era logico aspettarsi che Topolino e Pippo riuscissero a cavarsela in qualche modo, ma facendo affidamento solo e soltanto sulle loro forze, come in molte altre occasioni.

Qui invece l’abilità narrativa dell’autore si dimostra fine a se stessa: per quanto Casty fosse riuscito a infondere brivido, suspence e inquietudine al racconto, questo twist inatteso sconvolge in negativo ogni previsione, condizionando inevitabilmente tutto il senso della storia. L’artista redento diventa così solo un pallido deus ex machina nelle mani di un’eminenza grigia, e i prodotti del suo stato d’animo (i dipinti) non agiscono davvero in sincrono con le sue emozioni, se davvero Crunch è cambiato interiormente da cinquant’anni. Vivono di vita propria – «sono ormai un tutt’uno con la casa» – e probabilmente sarebbe stato molto più interessante vedere cosa avrebbero potuto inventarsi Topolino e Pippo per tenerli a bada.

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