Al servizio del Ranger. Intervista a Claudio Villa

di Lorenzo Barruscotto*

La polvere del deserto si infila proprio tra le pieghe dei vestiti e cercando di scrollarcela di dosso facciamo più danni di un bisonte che starnutisce in un sacco di farina. Mentre i nostri cavalli si godono doppia razione di biada fresca nello stallaggio e l’oste, dopo averci portato al tavolo qualcosa con cui sciacquarci il gargarozzo, si prodiga per cuocere come si deve bistecche e patate, senza dimenticare la torta di mele, concediamo un po’ di riposo anche alla nostra schiena che è stata sbatacchiata sulla sella fin dalle prime luci dell’alba ed approfittiamo della sosta per fare quattro chiacchiere con Claudio Villa in merito al suo “Texone” dal titolo Tex l’inesorabile, realizzato su soggetto e sceneggiatura del curatore della testata Mauro Boselli.

tex inesorabile claudio villa intervista

Tu ormai lavori da tempo al servizio del Ranger e, così come il nome dell’eroe dalla stella d’argento è noto in ogni angolo della Frontiera, il tuo è conosciuto da tutti nel mondo del fumetto, da neofiti e da collezionisti di vecchia data, da chi ama le nuvole parlanti e da chi ne è solamente un… conoscente alla lontana. Com’è cambiato nel corso degli anni il tuo rapporto individuale con Tex, quali sono le emozioni che oggi ti suscita disegnarlo, forte dell’esperienza acquisita sulle piste del West?

C’è sempre il piacere di una scoperta nuova. Nonostante gli anni trascorsi, trovi una “via” che non avevi percorso per cercare sfumature nuove, più consapevoli, della psicologia di Tex che si esprimono nella regia, nelle espressioni… Scopro che un personaggio non è mai “finito”, ma ci sono ancora molte cose da trovare dopo tanto tempo che lo si “frequenta”, proprio come se fosse una persona vera. Il difficile è organizzare i segni in modo da trasmettere tutto quel che si è imparato.

Quali sono i tuoi ferri del mestiere? Preferisci matite e pennini o ti avvali di supporti digitali?

Sono un dinosauro sopravvissuto in mezzo al digitale. Ultimamente il “massimo” della tecnologia che uso è una penna giapponese o un pennarello calibrato, al posto del pennino. Per il resto pennelli, di cui sono sempre alla ricerca, provando tutto quel che riesco a trovare in giro.

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Dal numero 401 L’oro di Klaatu (1994), tu hai ricevuto in eredità l’onore e l’onere di copertinista ufficiale di Tex dopo Galep. L’idea comune è che una cover debba fungere da riassunto che attrae l’occhio del lettore, racchiudendo in una sola immagine ciò che per un film è rappresentato dal trailer. Volendo dare una sbirciata dietro le quinte, ci sono variazioni tra il modo di affrontare la preparazione e la realizzazione di una copertina e quello di una storia completa?

La copertina, soprattutto quella di Tex, ha i suoi “comandamenti”. Il “linguaggio” è descrittivo e quasi mai “emotivo”. Tex, sempre presente, non deve mai dare l’idea di sovrastare troppo il nemico di turno. Non va raccontato il finale della storia e l’azione deve essere “congelata” un secondo prima della sua conclusione. Le prime copertine di Galep hanno goduto il vantaggio di muoversi in un terreno inesplorato e hanno spaziato anche in scelte grafiche ardite e belle. Abbiamo visto molte cover “generiche” che sono rimaste nella mente e nel cuore dei lettori, me compreso. Dopo tutto questo tempo, direi che le migliori scelte siano state ampiamente sfruttate. E la strada da percorrere per arrivare alla “prossima copertina” si fa sensibilmente più angusta.

Nel tempo abbiamo anche visto il consolidarsi dell’immagine di copertina presa direttamente da una scena della storia. Ma è una scelta che alla lunga presenta dei rischi. “Copertinizzare” una scena interna, oltre al logico lavoro di ridefinizione della situazione, porta il più delle volte a una illustrazione più curata, mentre il senso di una copertina potrebbe andare al di là di questo limite, anche per le storie di avventura pura, quali quelle del Ranger.

Per fortuna, ultimamente stiamo esplorando altre strade. Operazione forse poco visibile da fuori, ma stiamo cercando di “aprire”, con moderazione, i confini che si erano formati fino a ora.

Sono uscite diverse edizioni della storia, dal classico formato “bonelliano” nella “Ranger box” presentata a Lucca al gigantesco volume dalla copertina rossa, fino alle svariate “limited edition”. È vero che la versione cartonata mantiene le misure delle tavole originali su cui disegni solitamente?

Sì, confermo. Con l’evidente cambio di formato da pagina 68. Cominciavo a percepire la gabbia che usavo come un po’ “stretta”. Avevo in studio le fotocopie delle tavole di Giovanni Ticci e, a occhio, sembravano avere inquadrature più “ariose”. Così da un certo punto della storia ho adottato la sua gabbia. Il formato in “originale” lo mette in evidenza, ma nella versione da edicola la differenza tra i due formati sparirà.

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C’è qualche personaggio della storia a cui sei particolarmente legato? E più in generale, quale personaggio della saga di Tex occupa un posto speciale per te, magari in seguito a un determinato ricordo o perché vorresti (ri)disegnarlo in un’avventura?

Disegnandoli, ti affezioni ad un po’ tutti i personaggi. Quello più simpatico è stato il vecchio aiutante dello sceriffo Rupert: Duffy. Che permetteva di “osare” un po’ di più sulle espressioni facciali. Ampliando lo sguardo, il personaggio che avrei voglia di maneggiare ancora, dato che ho contribuito alla sua creazione, è la Tigre Nera.

Il grande lavoro di documentazione che sta alla base della realizzazione grafica di una sceneggiatura di Tex è ben noto a tutti gli appassionati, dalle armi ad alcuni riferimenti storici, giusto per fare un paio di esempi. Sebbene tu sia un veterano delle piste che conducono alla Riserva Navajo, qual è il materiale che utilizzi al fine di verificare il realismo che caratterizza ogni singola tavola delle tue storie?

Prima di Internet, libri sul West. Ora, con la Rete, è tutto più “a portata di mano”. Mi sono fatto molte cartelline virtuali piene di foto di armi, cavalli, villaggi, paesaggi… Ma non si deve dimenticare che Tex è anche fantasia e, dopo un “ancoraggio” preciso alla realtà, bisogna anche saper volare nei territori dell’invenzione.

Ciò che talvolta non tutti si soffermano a considerare è che spesso la collaborazione tra disegnatore e sceneggiatore dev’essere presumibilmente serrata, al di là dalla lunghezza della storia. Ci sono dettagli nella vicenda frutto di tuoi suggerimenti, dal look degli “attori” a svolte nella trama, conseguenza del confronto con Boselli?

Boselli ha una sceneggiatura molto solida. L’occhio del disegnatore individua a volte strade da percorrere che rendono la scena più intensa. D’altronde è il compito del disegnatore: in quanto responsabile della parte visiva del fumetto, deve sì seguire per bene la sceneggiatura, ma lo specifico del suo lavoro è diventare un “valore aggiunto” che ne esalta il sapore. Se la cosa è fatta con tutti i crismi, il risultato non può che essere soddisfacente per entrambi, sceneggiatore e disegnatore. Il dialogo tra i due è comunque fondamentale. Il fumetto è un lavoro fatto in sinergia tra due persone e se non c’è scambio, fiducia reciproca, rischia di non funzionare.

Nello specifico mi sono attenuto quasi sempre alle indicazioni di Mauro, salvo nelle volte in cui mi sembrava che una cosa potesse funzionare meglio se vista in un altro modo. È stata una soddisfazione vedere quelle vignette superare “l’esame” della supervisione che fa Boselli a ogni consegna, segno che non avevo stravolto niente ed ero rimasto nell’atmosfera voluta.

Rispetto al lavoro di Boselli, devo dire che è stato veramente bravo e mi ha stupito vedere come, nonostante il gran tempo passato tra una frazione di lavoro e l’altra, sia riuscito a tenere la stessa “temperatura emotiva” e leggendo la storia non si sentono “stacchi”, cadute di tensione… Un gran lavoro!

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Tu sei un punto di riferimento per chiunque voglia prendere una matita in mano, professionista o dilettante. Prima di diventare un Obi-Wan Kenobi del disegno, quali sono stati i tuoi maestri?

Andiamoci piano con questi riconoscimenti, che ho ancora tante cose da imparare. Questo lavoro ha una curva di apprendimento praticamente infinita. Finché ne hai voglia e ti senti impegnato, s’intende. Di maestri ne ho avuti tantissimi, sia in “carne e ossa”, come Franco Bignotti, che mi ha insegnato le basi della professione, sia “virtuali”, nel senso che non li ho mai frequentati personalmente, ma mi hanno insegnato moltissimo.

La mia formazione, i miei gusti sul disegno devono molto a un tratto piuttosto “classico” derivato da artisti come Curt Swan, disegnatore di Superman negli anni Sessanta, poi un altro grande e dinamicissimo maestro è stato Neal Adams, con i suoi potentissimi personaggi, John Romita Sr., John Buscema e da questa parte dell’oceano i disegnatori del fumetto franco-belga, come Hermann e Jean Giraud. Gli elenchi sono, alla lunga, sterili e mi fermerei qui, aggiungendo solo che anche l’Italia ha dato tanti maestri al fumetto, che mi hanno insegnato molto e a cui devo molto.

Spesso nelle pagine di Tex, e non solo, si nascondono citazioni e omaggi ad esempio a celebri film, attribuendo il volto di un attore iconico a un personaggio. È avvenuto anche nella progettazione di questa vicenda? E prima ancora, come hai creato il tuo Tex e gli altri?

Per quanto riguarda i personaggi specifici di questa storia, l’unico “aggancio” a un personaggio conosciuto è Duffy, l’aiutante dello sceriffo, che ricorda Walter Brennan in Un dollaro d’onore (Rio Bravo, 1959). Per quanto riguarda i quattro pards sono sempre alla ricerca di un “modello” per Tex, ma è difficile. Ti rendi conto che a ogni volto esaminato manca sempre quel “qualcosa” che rende Tex “l’autentico” Tex. I “papabili” sono Josh Brolin e Richard Burgi.

Per Kit Willer, da tempo, ho un volto di riferimento: Jeffrey Hunter. Dall’espressione decisa e solare, sarebbe credibilissimo. Per Tiger Jack la faccia da cui partire, secondo me, è Rodney A. Grant, “Vento nei capelli” del film Balla coi lupi (1990). Kit Carson  è un Tom Selleck con i capelli bianchi. Bisogna tener conto che poi vanno “truccati”, quando li si disegna, per avvicinarsi ai “veri” Tex, Carson, Kit e Tiger del fumetto.


*La versione integrale di questa intervista è disponibile sul mensile Fumo di China 296, ora in edicola, fumetteria e online.

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