“Ghost in the Shell SAC_2045”, l’era della maniera sbarca su Netflix

Nei giorni scorsi ha fatto capolino su Netflix la nuova serie collocata nell’universo di Ghost in the Shell, una specie di monumento e mito fondante del cyberpunk. La serie si intitola Ghost in the Shell: SAC_2045 ed è composta da due stagioni di 12 episodi ciascuna (per adesso è uscita soltanto la prima). E me la sono vista in giapponese con i sottotitoli in italiano, perché è l’unico audio disponibile: per via del Coronavirus infatti si sono fermati anche molti doppiaggi, e Netflix ha spiegato che non vuole mettere a rischio la salute dei suoi “voice actor”.

Diciamolo subito: Ghost in the Shell versione SAC_2045 non è il capitolo migliore dell’opera iniziata nel 1998 con il manga di Masamune Shirow e poi adattata a film nel 1995 dal regista di Patlabor, Mamoru Oshii. Quello invece sì che è un monumento: Ghost in the Shell del 1995 è uno dei pochi film di animazione giapponese ad avere segnato un prima e un dopo, come ad esempio aveva già fatto Blade Runner. È da Ghost in the Shell che derivano Matrix e decine di altri racconti cyberpunk allucinati per il grande schermo. Tanti ma comunque tutti in retroguardia rispetto alla potenza grafica e alla fluidità dell’immaginazione lisergica creata da Shirow e da Oshii.

Masamune Shirow per un periodo è stato uno degli autori di manga più famosi fuori dal Giappone, e la vicinanza del suo tratto con il fumetto occidentale – soprattutto dei supereroi nello stile di Image Comics – lo ha reso molto facilmente palatabile. E poi Shirow si è inventato il maggiore Motoko Kusanagi, che è una delle figure di donna tipiche dei suoi manga, come Leona di Dominion Tank Police, Deunan di Appleseed e Seska di Orion. Le sue donne sono qualcosa di più che non un semplice elemento femminile da esibire con caratterizzazione fortemente giapponese. Sono un manifesto.

In quasi tutti i film e in tutti gli adattamenti di Ghost in the Shell il maggiore Motoko ricopre un ruolo fondamentale, che va ben oltre la sequenza iniziale dell’immancabile costruzione del corpo della donna (c’è anche in SAC_2045). Una bambola destrutturata che si costruisce e diventa potentemente sessualizzata ma altrettanto poco capita. Brillante esempio di incapacità di cogliere il simbolismo ineffabile di Shirow e Oshii è il film di Rupert Sanders con Scarlett Johansson, che è una festa per gli occhi e basta. Se lo avessero chiamato in un altro modo, avrebbero avuto migliore critica.

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Invece, questo SAC_2045 è a pieno titolo un passaggio importante del franchise, ma è anche un passaggio in qualche modo ridimensionato, minore, di maniera. Attenzione: è molto bello visivamente, ci sono i Tachioma, un sacco di armi disegnate con microscopica puntualità, è pieno di scene di azione e ha una trama che cresce visibilmente a partire dalla metà della stagione. È una serie povera però, sia da un punto di vista estetico che di trama.

Il bisogno di rifondare la serie, mantenendo una continuità con il lavoro fatto negli anni passati per Ghost in the Shell: Stand Alone Complex (due serie: 2002 e 2004, e il film S.A.C. Solid State Society del 2006), a mio avviso non è legato soltanto ad esigenze artistiche quanto al cambio di passo della nostra società. La fantascienza estrapola e proietta nel futuro i fili delle tendenze per vedere come si potrebbe riconfigurare il mondo, e i giapponesi, che vivono con il trauma del doppio olocausto nucleare (oppure potremmo dire che non hanno questo tabù, come invece noi occidentali), immaginano sempre una vita in parte fiorente ma profondamente diversa dopo le bombe. È quello che succede in SAC_2045.

Il pianeta è stabilizzato attorno a uno stato di guerra permanente per ragioni commerciali, la “guerra sostenibile” giocata da professionisti e che è l’economia trainante dopo che le multinazionali hanno fatto sprofondare nel default totale tutte le economie, il “global simultaneous default”. Tutte le valute, reali o virtuali, cancellate assieme ai risparmi, ai capitali e a intere economie. Le conseguenze sono terribili ma la vita va avanti.

I cyborg, l’intelligenza artificiale, la rete: c’è tutto. Al centro della storia però c’è un mondo balcanizzato, spaccato dal terrorismo, in cui la violenza contro tutto e contro tutti cresce in maniera sistematica. È una violenza populista, che nasce dal basso, che si coordina e diventa un comportamento emergente per via di masse di persone messe in rete e sempre più arrabbiate.

Le persone per sopravvivere devono fare il mutuo per i cybercervelli, gli impianti che potenziano la mente, ma anche per gli altri organi vitali. Il mondo diventa sempre più interconnesso, e così i corpi e le menti diventano facile preda degli hacker, mentre il sogno della realtà aumentata si sovrappone alla realtà normale e diventa virtuale: quello che non è mai avvenuto se non dentro i banchi di memoria e i processori del futuro è indistinguibile dal resto.

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Tuttavia, lo scenario geo-socio-politico nel quale si muovono il Maggiore e i suoi – in un lento percorso di ricomposizione della Sezione 9 – è di maniera e a volte quasi infantile. Di certo se ne sono viste interpretazioni migliori, ad esempio nel mondo dei videogiochi con Metal Gear Solid. Ghost in the Shell: SAC_2045 è un poliziesco con tanta politica e tante sparatorie, ma non c’è niente di trascendente, almeno nella prima serie.

I personaggi, come in tutti i gaiden e i reboot, hanno la caratteristica di acquistare profondità perché vivono vite leggermente diverse da quelle a cui siamo abituati, e questo aggiunge un piacevole e al tempo stesso disturbante senso di deja-vu incompleto, come se una mattina le coppie storiche della nostra compagnia di amici fossero state rimescolate e dovessimo farcene una ragione.

Arriviamo poi alla grafica. L’uso della computer grafica è diventato pervasivo nell’animazione asiatica, e questa serie non fa eccezione. Il computer è uno strumento espressivo come la penna, però, forse per questioni di budget, non c’è completezza. I personaggi sono animati più come in un videogioco che non come in un film, somigliano più alle action figure del Maggiore e dei suoi che non a personaggi con emozioni chiaramente visibili. Anche le quinte sono poverelle, e lo si nota soprattutto perché si salta dall’eccesso di dettaglio – quasi disturbante – degli oggetti principali al vuoto forse intenzionale – ma altrettanto disturbante – del contorno.

Ci sono alcuni set e alcune prospettive studiate e di qualità, ma molte altre sono molto limitate, quasi primitive, soprattutto se non sono in ambiente metropolitano. Il tutto si traduce in un generale senso di stranezza e spaesamento che è peraltro una caratteristica del manga fin da suoi esordi, soprattutto quello ambientato nella periferia giapponese. In questo caso però non ha quella qualità quasi surreale di altre opere.

Tachioma

Due note di colore: la prima riguarda i Tachioma, i robot “intelligenti” della serie fatti a forma di ragno. I piccoli carri armati “carini” di una serie che comunque un carro armato “vero” ce lo infila sempre dentro. Sembrano infantili, quasi inutili, ma il ruolo dei Tachioma è come quello del coro nelle commedie greche: serve a ribadire, sottolineare, commentare, esplicitare. E alleggerire ogni tanto. Parlano in maniera innocente, sorprendente, dialogica..

La seconda nota è per il Maggiore, che è un “oggetto”, perché cyborg e anche perché donna. Il suo ruolo e la sua presenza all’inizio sono inseriti nella politica “vera” come se fosse una proprietà e una “donna di conforto” anziché una specie di samurai in gonnella. E poi i vestiti: questa volta, oltre a un body scuro, le hanno finalmente disegnato anche un paio di pantaloni, che però hanno una vita bassa in modo imbarazzante. E la fondina con pistolona sul retro del girovita, ad altezza coccige, è la più truce metafora per “la coda della donna” che mi sia capitato di vedere dai tempi degli sbuffi rosa stile coda di coniglio delle ballerine francesi nel cinema americano degli anni Cinquanta o nei bar di Playboy dalla fine degli anni Sessanta.

Se siete fan della serie è un appuntamento immancabile. Sennò meglio risparmiare tempo e (ri)vedersi il film del 1995.

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