“Murderabilia”: i crimini di un personaggio e i misfatti di un autore

di Emanuele Rossi Ragno

murderabilia alvaro ortiz bao fumetto

Nella vita di Malmö Rodriguez sono le scelte istintive a fare la differenza. Quando si ritrova solo nei pressi di un piccolo paese di provincia, il giovane ha davanti a sé tre opzioni: fare ritorno nella città da cui proviene, col rischio di non trovare nessuno disposto ad accompagnarlo; pernottare nell’unico motel nei paraggi, molto isolato e non meno dispendioso; trascorrere qualche giorno in più nella casa che sta lasciando, dimora di un uomo al quale ha appena venduto i due gatti appartenuti a suo zio, morto pochi giorni prima per un arresto cardiaco. Dopo un attimo di esitazione, Rodriguez si avvia mestamente verso il motel. Vi rimarrà molto più del previsto.

L’incipit di Murderabilia di Álvaro Ortiz fa subito chiarezza su alcuni aspetti del suo protagonista, un individuo solo, fragile e in cerca di conferme sulla propria identità e che per tutta la durata dell’opera parla in oversound, lui in campo e la sua voce fuori campo. Anche nelle vignette in cui è coinvolto materialmente nell’azione si rivolge a noi, troncando la quarta parete e tutto il naturalismo possibile della scena. Una tecnica dosata con intelligenza, debitrice di serie TV come House of Cards, film come L’odore della notte e drammi teatrali degni del miglior Brecht.

È anche, però, uno dei pochi punti di forza del fumetto. L’unica eccezione a una cronaca affastellata di handicap, scelte narrative audaci e poco sviluppate e inserti psicologici che tardano a emergere dal contesto. Ortiz, per sua stessa ammissione, vuole lasciare del tutto libero il lettore di interpretare gli eventi, tentando di creare un’empatia crescente tra lui e il goffo protagonista.

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Ma è proprio Malmö Rodriguez il punto debole dell’opera: una figura che non ispira simpatia né compassione, non tanto per la superficialità che lo caratterizza nelle scelte, ma per l’ottusa stupidità con cui si approccia alle relazioni e al mondo che lo circonda. L’autore riversa in lui il peggio di questo stesso universo, forzandone la crudeltà – che si traduce spesso e volentieri in scene di violenza esplicita, fortemente stigmatizzata dai disegni – e mostrandoci lati oscuri e debolezze di tutti coloro che ci vivono.

Marcy, ad esempio, è la proprietaria del motel in cui si ferma Rodriguez. Tra i due si crea un legame su cui Ortiz insiste parecchio, suggerendo una chiave di lettura psicologica senza però dare sfogo ai sentimenti dei due giovani, ma soltanto mostrandoci la loro squilibrata way of life. Quando poi tenta di rivalutare Marcy con un colpo di scena interessante è troppo tardi per svuotarla del cliché di “rude ragazza di campagna” che le ha imposto a più riprese.

E come lei, anche la figura del vecchio a cui Rodriguez vende i gatti resta intrappolata in questo schema: il protagonista, dapprima ostile nei suoi confronti, comincia a fargli visita sempre più spesso. Gli oggetti strettamente connessi a decessi, crimini e serial killer spietati che l’uomo colleziona – i “murderabilia” del titolo – esercitano su di lui un grande fascino. Ma la superficialità con cui Ortiz li descrive è tale da renderli vuoti, evanescenti, proprio a dispetto del titolo. Anche se fossero dei MacGuffin, utili per depistare la narrazione, sarebbe superfluo concentrarvisi così a lungo e in così tante circostanze.

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Murderabilia potrebbe essere tranquillamente paragonato a certi film di Cronenberg o Tarantino, da History of Violence a C’era una volta a Hollywood. Ma se questi film descrivono da vari punti di vista un’umanità consapevole delle proprie azioni e ben collocata nella scala sociale – gente dalla quale potersi aspettare o meno un atto di violenza efferato – il protagonista del fumetto di Ortiz è emblema di un’efferatezza anonima, quasi mai messa in discussione come scelta, ma sempre ritenuta una necessità.

Murderabilia avrebbe potuto essere un graphic novel riuscito sulla tragedia del male che non può che generare altro male, ma nel finale l’autore priva Rodriguez di un punto di vista sulle cose, dopo che fino ad allora questo stesso elemento era stato – stilisticamente e narrativamente – un pregio dell’opera.

Forse Ortiz pensava che il lettore potesse ritenersi in parte responsabile della violenza commessa dal protagonista, man mano che si immedesimava in lui. A questa ipotesi, però, fa da contraltare la parabola umana di un individuo mediocre e inutile, nel quale è davvero difficile identificarsi. Rodriguez tenta di fare lo scrittore pur non avendo idea di cosa scrivere, e non a caso Ortiz gli conferisce una crisi creativa affrontata e metabolizzata in prima persona, nel periodo in cui ha realizzato questa storia.

In sintesi, Murderabilia è un’opera tutto sommato ben gestita tecnicamente, ma che non lascia mai nulla di vero al lettore.

Murderabilia
di Álvaro Ortiz
traduzione di Valentina Grieco
Bao Publishing, febbraio 2019
cartonato, 112 pp., colore
17,00 €

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