Sunday Page: Sara Menetti su “Professor Bell” di Joann Sfar

Ogni settimana su Sunday Page un ospite ci spiega una tavola a cui è particolarmente legato o che lo ha colpito per motivi tecnici, artistici o emotivi. Le conversazioni possono divagare nelle acque aperte del fumetto, ma parte tutto dalla stessa domanda: «Se ora ti chiedessi di indicare una pagina che ami di un fumetto, quale sceglieresti e perché?».

Questa domenica è ospite Sara Menetti. Membro del collettivo Mammaiuto dal 2013, ha studiato presso la ScuolaComics di Firenze per poi lavorare come fumettista e illustratrice freelance per agenzie e case editrici italiane ed estere. È autrice dei volumi Fototessere, i carnet di viaggio Tokyo e la raccolta di storie brevi Pupe. Per Feltrinelli Comics ha pubblicato Centimetri, storia breve contenuta nell’antologia Post Pink, e Pregnancy Comic Journal, il diario autobiografico della sua prima gravidanza.

professor bell sfar

Come mai hai scelto una tavola da Professor Bell?

Sono molto affezionata al lavoro di Joann Sfar. È uno dei primi autori in cui mi sono imbattuta quando ho scoperto l’esistenza di fumetti diversi da quelli che potevo trovare in edicola (generalmente, storie a puntate con personaggi che si muovono in un mondo più o meno invariabile), e ne sono rimasta folgorata. Ha contribuito a farmi vedere un “altro” modo di fare fumetti, un modo più congeniale alle storie che volevo leggere e raccontare. Ma oltre al legame emotivo nei confronti di questo volume, trovo che le sue opere abbiano una capacità rara di dipingere atmosfere surreali, mistiche, alchemiche eppure tangibili, popolate da personaggi assolutamente umani.

Tra tutti i suoi racconti, la seconda uscita della saga del Professor Bell, Le bambole di Gerusalemme, è quello che mi delizia di più, a causa dell’ambientazione colma di religione, leggende e cabale.

E di questa pagina cosa ci racconti?

Ero indecisa tra un paio di tavole di questo volume e una tratta da Il piccolo mondo del Golem: tutte le pagine selezionate mi hanno fatto provare istantaneo affetto nei confronti dei personaggi illustrati, tanto che a distanza di anni mi ricordo ancora con precisione le vignette, le inquadrature e i tratteggi.

In questa tavola abbiamo il Professor Bell che, accompagnato dal fantasma Eliphas (il quale compare nel primo volume della saga ed, evidentemente, rimane in qualità di “assistente”), scende in un pozzo dove è sepolto il Diavolo sconfitto mille anni fa: i due devono cercare indizi, per impedire al nuovo Diavolo venuto dagli inferi di uscire da Gerusalemme e portare la distruzione ovunque.

Il pozzo è profondo e le prime vignette servono a introdurre l’ambiente abbandonato e presumibilmente colmo di trappole (avevo chiarissima in mente la sagomina del fantasma Eliphas che svirgola via da qualcosa che vede, o crede di vedere, più in basso). A metà pagina la coppia trova la tomba circondata da tesori archeologici (nei confronti dei quali Bell sottolinea la sua natura spiccia e dissacrante); si suppone che il demonio nel profondo della sua tomba sia bello che morto, dopotutto si trova disteso su una stele… E invece in fondo alla pagina, con naturalezza, si desta e spiega che stava solo facendo un pisolino. È un essere con le corna da caprone, la coda da ratto e il naso da cinghiale, ma ha un paio di adorabili occhialini inforcati sul lunghissimo muso e si muove con pacatezza davanti a questi due stranieri, i primi che vede dopo mille anni.

Trovo che in questa tavola ci siano tutti gli elementi che mi fanno apprezzare Sfar: non è tanto la composizione a colpirmi (si tratta di regolari vignette senza particolari soluzioni grafiche), ma da questo assemblaggio emerge con forza l’ “umanità” che riesce a dare ai personaggi più disparati (un fantasma che si preoccupa dei tesori archeologici! Il Diavolo che si sente in dovere di spiegare che stava semplicemente dormendo!), semplicemente con poche parole in un balloon e dei tratteggi di china.

Non posso non volere bene agli esseri che popolano le pagine di questi fumetti: per quanto si tratti di esseri diabolici, mostruosi e capaci di turpi azioni, Sfar li fa parlare, ne racconta le storie e li accoglie nel mondo che disegna, con tutte le loro contraddizioni.

Ti ricordi come e quando hai scoperto questo fumetto?

Credo di aver trovato prima la raccolta di racconti Il piccolo mondo del Golem, forse a Lucca Comics. Mi colpì la copertina, semplicissima, di un bell’azzurro e con sagomine di esseri irreali ritratti in quella che sembrava una stramba foto di famiglia. Avendolo amato moltissimo, ho poi acquistato i due volumi di Professor Bell (Il messicano a due teste e Le bambole di Gerusalemme) a una qualche edizione successiva del festival.

Sfar è un autore a cui pensi anche quando lavori ai tuoi fumetti?

Da lui ho imparato l’economia dei personaggi: nessuno è banale o piatto, nessuno è lì per essere funzionale alla storia, ma hanno tutti qualcosa da raccontare e l’insieme di queste motivazioni fa andare avanti la narrazione, con risultati a volte rocamboleschi. Sono personaggi che cooperano e collaborano non per decisione dell’autore, ma perché ognuno di essi ha un motivo per farlo. Trovo che sia questo uno degli aspetti capaci di rendere un racconto vivo e vitale.

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