Sunday Page: AJ Dungo su Adrian Tomine

*English text

Ogni settimana su Sunday Page un ospite ci spiega una tavola a cui è particolarmente legato o che lo ha colpito per motivi tecnici, artistici o emotivi. Le conversazioni possono divagare nelle acque aperte del fumetto, ma parte tutto dalla stessa domanda: «Se ora ti chiedessi di indicare una pagina che ami di un fumetto, quale sceglieresti e perché?».

Questa domenica è ospite AJ Dungo, illustratore nativo della Florida ma cresciuto in California, con un passato da CMF designer di scarpe che ha debuttato nel mondo dei fumetti nel 2019, con il graphic novel In Waves (pubblicato da Nobrow, in Italia da Bao Publishing con il titolo A ondate), racconto di un lutto autobiografico che si intreccia con la Storia del surf moderno e i suoi due più grandi protagonisti, Duke Kahanamoku e Tom Blake.

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Foto di AJ Dungo

Ho scelto Morire in piedi di Adrian Tomine, una raccolta di sei storie brevi. È uscita qualche anno fa e se non l’avete mai letta, fate un favore a voi stessi e compratene una copia il prima possibile. La storia che dà il nome alla raccolta è un capolavoro. Il modo in cui Tomine racconta è perfettamente consapevole dei propri mezzi; ritmo fluido, dialoghi azzeccati, personaggi convincenti. In una storia di ventuno pagine riesce a fare ciò che film di tre ore faticano a raggiungere.

Ho scelto questa pagina perché è una lezione per qualsiasi fumettista che spera di realizzare del lavoro di spessore. Nella pagina precedente, il padre e la figlia della storia hanno avuto una discussione molto accesa. Questo ci porta alla pagina che ho scelto. La parte superiore della tavola è senza parole, il lettore osserva ciò che il padre sta guardando da dietro una finestra: un momento di tenera intimità tra una madre e suo figlio. Le pose che disegna Tomine e i gesti silenziosi spiegano tutto.

Una vignetta mancante introduce la sequenza successiva. Il padre ha lunghi capelli arruffati e la figlia un taglio corto. È passato del tempo e c’è chiaramente un’omissione sulla pagina. Una volta che metti insieme i pezzi è straziante. Non serve dire niente. Il peggioramento delle condizioni di salute della madre è un fatto di cui non si parla mai ma che viene mostrato nel corso della storia in maniera poetica. All’inizio la donna è gioviale, poi la vediamo con un taglio di capelli diverso, e alla fine indossa un fazzoletto in testa e usa un camminatore.

Ti ricordi come hai scoperto quest’opera (e, in generale, il lavoro di Tomine)?

Questo era un fumetto molto atteso, all’epoca. Io studiavo alla scuola d’arte e lavoravo nella biblioteca della scuola, devo averlo visto lì per la prima volta. Lì ho anche scoperto i miei primi fumetti di Tomine. E poi un amico mi aveva prestato un’antologia di fumetti pubblicata da McSweeney’s dove c’era dentro un capitolo di Una lieve imperfezione.

Secondo te, la pagina sarebbe stata altrettanto efficace con meno vignette?

Penso di no. Io non avrei cambiato nulla. Penso che ogni vignetta sia necessaria. La terza vignetta, per esempio, sembrerebbe una ripetizione della precedente ma togliendola ti perderesti quel momento di intimità fisica del bacio e della carezza sui capelli. È un momento che Tomine prolunga per la giusta quantità di tempo.

C’è qualche lezione che hai imparato da questa pagina?

Adrian Tomine è uno dei miei fumettisti preferiti perché è capace di evocare emozioni forti attraverso quelli che sembrano tocchi semplici. Da questa tavola ho imparato come il silenzio possa essere più rumoroso e più importante del fumetto più dinamico e riempito di onomatopee. Quello che viene detto in un fumetto è tanto importante quanto quello che si decide di non dire. Tomine dà al lettore lo spazio per respirare. Si fida che il lettore possa ricostruire il senso della vicenda, mentre spesso il pubblico viene imboccato a forza dall’autore per paura che quest’ultimo non capisca. Alla fine, ti concentri verso una conclusione costruita in modo sofisticato; per me, questa pagina è un esempio di grande narrazione.

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