“Il Vittorioso” ha fatto la storia del fumetto italiano

di Franco Ragni*

il vittorioso numero 1 fumetti

P. Bologna, Il Mistero di Saturno, dalla prima pagina de Il Vittorioso 1 del 1937

Quella de Il Vittorioso fu storia dall’inizio insolito e coraggioso, poi premiata da un successo forse inaspettato, cui seguì una fase di declino fino alla chiusura dell’esperienza trentennale (1937-1966). Diverse la cause, come si tenterà di spiegare, e non ultima la difficoltà di una formula un tempo fortunata: il giornale per ragazzi.

Ma la chiusura lasciò molti orfani e nel 1987 un gruppo di antichi lettori, convenuti dai quattro angoli d’Italia, si ritrovò per scoprire che si poteva andare oltre la generica nostalgia, cercando di perpetuare gli antichi e mai dimenticati valori respirati grazie a quel giornalino. Fu ed è un unicum questa associazione degli Amici del Vittorioso… Ma ora facciamo un passo indietro.

Il Vittorioso

Dovrò cercare di essere sintetico (ma quelli furono trent’anni davvero tosti) e faccio solo un breve inciso per evidenziare Il Vittorioso quale prodotto di punta di un’editoria cattolica per ragazzi dalla lunga storia, spesso illustre, ma altrettanto spesso trascurata dagli studi di settore, pur competenti, succedutisi nella seconda metà del secolo scorso.

Ciò detto, veniamo ora agli anni Trenta, quelli della moltiplicazione di testate per ragazzi, spesso debitrici alla pubblicistica statunitense di storie a fumetti, là pensate come prodotto d’evasione per i lettori dei grandi quotidiani, e logica espressione dell’american way of life.

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Caesar, un Romano eroico, ma non in guerra, da Il Vittorioso 39 del 1939

L’esplosione del fenomeno, inaspettata, aveva colto in contropiede non solo il mondo della cultura tradizionale ma anche le istituzioni: da una parte il Regime e dall’altra la Chiesa, per l’inevitabile e indesiderata influenza che esercitava sulle giovani generazioni. Esperienze rivolte per lo più all’infanzia (vedi Corriere dei Piccoli) erano consolidate, ma ora si presentava troppo stridente la differenza di approccio al mondo dell’avventura tra il modello nostrano/casereccio e quello americano: basti pensare (è solo un esempio, ma non banale) alle ricorrenti presenze femminili, di bellissime e poco vestite ragazze (principesse, guerriere, ecc.) determinate a contendersi i favori degli ipervitaminici e biondi eroi alla Flash Gordon (L’Avventuroso), o Brick Bradford (L’Audace).

Donnine o no, il fenomeno non era eludibile e tanto valeva, obtorto collo, adeguarsi e misurarsi sullo stesso terreno, con contenuti “educativi” nella difficile speranza di risultati positivi. Fu una sfida che nel tempo venne raccolta dalle associazioni giovanili dei movi-menti forti: il Fascismo e la Chiesa Cattolica, prima, e poi – nel dopoguerra – anche il Partito Comunista, ma l’unica che si rivelò competitiva fu quella cattolica, con Il Vittorioso, appunto.

La nascita fu all’inizio del 1937 sotto la direzione di un cinquantenne Don Vittorio Regretti, ma regista dell’intera operazione era stato Luigi Gedda, dal 1934 presidente della GIAC (Gioventù italiana di Azione Cattolica). Caratteristica peculiare del nuovo nato era il ricorso rigoroso a soli autori italiani e, stando alla prima impressione, l’analisi dei primi numeri non è decisamente confortante sul piano della qualità complessiva, anche se sul piatto della bilancia si evidenziarono presto autentici pezzi da novanta, come Sebastiano Craveri, Franco Caprioli e Kurt Caesar.

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Craveri, Il Cometino utilitario, da Il Vittorioso 17 del 1946

La scelta di campo era ovviamente la difesa dei valori tradizionali con un affiancamento discreto e misurato alle posizioni del mondo cattolico, ma senza ostentazioni predicatorie di tipo confessional/moraleggiante. Fu una scelta accorta e pagante, come peraltro la campagna di lancio attraverso i movimenti giovanili cattolici e l’obiettiva sinergia tra presenza in edicola e diffusione nelle parrocchie: due valide stampelle per questo campione della “buona stampa”.

Dal canto suo, il titolo Il Vittorioso evocava significati non solo religiosi ma anche patriottici, strizzando l’occhio al Regime (che già vedeva con favore il ricorso ad autori autarchici) in quel clima contagioso di recenti entusiasmi “imperiali”. Tanto più che nel 1938 sulla prima pagina comparvero le affascinanti prodezze di Romano il Legionario in lotta coi “Rossi” nei cieli di Spagna, a consacrare Kurt Caesar tra gli astri del settimanale cattolico per ragazzi.

Da notare che Romano si segnalò anche quale unico personaggio seriale a lunga gittata (1938-43) nella storia del settimanale: lasciata la Spagna, approdò infatti all’Artico e poi, con la guerra, fu sul Mediterraneo e in Africa, sempre compiendo gesta strepitose (ma senza protervia) fino a che nel 1943 venne opportunamente dirottato in Asia, lontano da una nostrana situazione militare sempre più imbarazzante. Peraltro Il Vittorioso, fin dai mesi della neutralità e poi lungo la guerra, aveva molto annacquato le posizioni retorico/nazionalistiche, e la partecipazione agli eventi fu per lo più improntata all’esaltazione del sacrificio dei soldati al fronte e all’invocazione dell’aiuto divino su loro e sui loro affetti familiari.

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Jacovitti, Pippo e il Faraone, 13° puntata, da Il Vittorioso 30 del 1948

Col procedere infausto degli eventi, nel corso del 1943 il giornalino perse il colore, ma il peggio venne poi con l’Armistizio e la spaccatura tra un Sud in mani angloamericane e un Nord in quelle tedesche. Tra il settembre del 1943 e il giugno del 1944 (liberazione di Roma) la pubblicazione fu così praticamente sospesa, e la ripresa fu sostanzialmente zoppa poiché diversi collaboratori e buona parte dei potenziali lettori erano isolati a nord
della “linea gotica”. Comunque il giornalino riprese in breve i colori, e inaugurò anche una interessante attenzione per racconti dal sapore neorealistico (pur sempre per ragazzi, ovviamente).

Due protagonisti di quel periodo meritano una citazione per l’ancora inossidabile notorietà. Uno è Jacovitti che aveva esordito diciassettenne nel 1940 con un Pippo e gli Inglesi dal tratto ancora acerbo che però evidenziava grandi potenzialità. L’altro, sul fronte degli autori-soggettisti, era Gianluigi Bonelli, talentuoso, prolifico e destinato nel dopoguerra a grandi e ancora attuali fortune fumettistiche, perpetuate di generazione in generazione.

Altre citazioni si potrebbero fare (Grilli, Paparella, Chiletto, i due Cozzi, ecc.) ma dobbiamo stringere, non tralasciando comunque di sottolineare la valida presenza di pagine di narrativa e di belle rubriche di tipo sportivo e culturale, dovute a collaboratori di eccellente spessore. Il dopoguerra vedeva sulla scena un movimento cattolico di grande vitalità, anche stimolata da nuove e inedite contese politico/ culturali tra due movimenti aspiranti egemoni (DC e PCI), mentre nel frattempo nasceva un profluvio di proposte fumettistiche di ogni genere che però non impedirono a Il Vittorioso di crescere con successo sul piano della qualità e su quello della diffusione.

Ciò si dovette anche (o soprattutto) all’arrivo nel 1948, come Redattore Capo, di un ventitreenne Domenico Volpi che avrebbe poi tenuto le redini fino alla fine. Le funzioni erano in realtà quelle di Direttore, anche se in questo ruolo figurava formalmente il presidente di turno della Gioventù di Azione Cattolica.

Altro fattore di successo fu l’innesto di un gruppo di autori da togliersi il cappello: De Luca, Giovannini, Ferrari, Polese, Bellavitis, De Amicis, Landolfi, ecc., a rinforzare la scuderia. Ma scrittori e soggettisti non erano da meno, contando su nomi di valore come lo stesso Volpi, e poi Belloni, Bravetta, Forina, Cassone, Basari, Roudolph, D’Antonio, la bravissima Renata De Barba Gelardini, ecc.

Aumentano le pagine, successo e crisi

Frutto visibile del successo fu il passaggio verso la fine del 1950 alle 16 pagine, scelta apparentemente controcorrente in un’epoca in cui i generici giornalini si convertivano gradualmente alla configurazione ad albo tutto a fumetti, con storie spesso autoconclusive e comunque non centellinate tavola per tavola.

L’avvento degli albi tascabili non fu comunque ignorato dalla redazione e dopo precedenti incursioni minori nel settore, a fine 1952 nacque in quel formato ad albo tascabile il Capitan Walter, sorta di “fratello minore” che ebbe buon successo, ma purtroppo interrotto nel 1957 dalla morte di Guido Fantoni, papà del personaggio (aviatore, naturalmente) che dava nome e lustro alla testata. Fece seguito perciò il nuovo albo Jolly, senza più personaggio fisso, che però a differenza del predecessore ebbe vita difficile e chiuse i battenti dopo poco nel 1960.

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Caprioli, mare in tempesta da Tahorai Tiki Tabù, da Il Vittorioso 2 del 1954

Altra cosa furono gli Albi del Vittorioso, che con diverse denominazioni e suddivisi in diverse collane, a seconda del formato e dal genere di racconti pubblicati, caratterizzarono pressoché tutta la vita del settimanale cattolico con una doppia funzione: riproporre storie già pubblicate in forma intera, autoconclusiva; fungere da palestra, con storie nuove e inedite, a giovani autori e collaboratori potenziali, allo scopo di valutarli e farli maturare.

Le collane più famose, tipiche degli anni Cinquanta, furono: la serie di Ted (avventura); la serie di Jim Brady (poliziesco, o simili); la serie di Pippo (umoristico, di Jacovitti in pratica); la serie di Giraffone (grande formato, indipendentemente dal genere).

La nuova impostazione comportò la novità di una sorta di terza pagina di tipo culturale introdotta da una bella copertina (spesso di Caesar, ma anche di altri grandi autori), e sempre più spesso l’argomento fu fatto emigrare in magnifici paginoni centrali illustrati. Qui, a mio parere, Caesar colse l’occasione per esprimere la sua vera anima di illustratore, liberandosi dai vincoli costrittivi della storia disegnata. Peraltro, nel ruolo di disegnatore “tecnologico” era arrivato in scuderia anche il giovane e validissimo Zeccara.

Si videro nei cosiddetti “cineromanzi” grandi realizzazioni (vedi De Luca, Giovannini, Ferrari, ecc.), mentre venivano ad affiancarsi nuove leve come Guerri, D’Antonio, Perego, Tosi, Boscarato, Canale, ecc., ma il disegnatore-simbolo de Il Vittorioso era divenuto l’esplosivo Jacovitti, che senza colpa aveva messo in ombra il bravo ma declinante Craveri. Ad arricchire il quadro dei disegnatori umoristici era intanto apparso sulla scena il bravissimo Landolfi, destinato a grande successo con la lunghissima saga seriale di Procopio, il suo personaggio-simbolo.

Si incrociarono storie di ogni tipo e per tutti i gusti: dall’umoristico, allo storico, al western, all’avventuroso, al fantascientifico/realistico (niente omini verdi ed extraterrestri!), e anche i grandi eventi mediatici internazionali si prestavano a trasposizioni fumettistiche. Il tutto, come sempre, vedeva lo scrupolo degli autori nei riguardi della fedeltà storico-ambientale delle rappresentazioni, come pure nelle parti scritte, il che faceva di questo giornalino anche un valido complemento scolastico.

Due fatti importanti nel 1955: l’uno apparentemente minore col passaggio alla stampa a rotocalco (ma con un sensibile scadimento nella resa nei colori); l’altro col passaggio alle 24 pagine che a parere dello scrivente non segnò tanto la risposta a un consenso crescente, quanto un tentativo di fronteggiare i primi segni di crisi: era l’epoca del boom economico, il mondo cambiava, e l’associazionismo cattolico pure. Dal 1954 c’era la TV, concorrenza e distrazioni per un pubblico giovanile aumentavano ma, parallelamente, lo staff redazionale guidato da un infaticabile Domenico Volpi non desisteva dalla sfida.

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Landolfi, Procopio, da Il Vittorioso 9 del 1954

È anche da notare che con le pagine aumentavano anche le parti disegnate, quelle scritte, e le collaborazioni, e il governo della situazione (e della redazione) diveniva più complesso. Diverse storie furono autoconclusive e col tempo se ne riciclarono di vecchie già pubblicate. I costi aumentavano e le entrate diminuivano.

Un colpo non da poco fu nel 1957 il defilamento di Jacovitti, che con Cocco Bill divenne la stella de Il Giorno dei Ragazzi, supplemento settimanale al nuovo quotidiano milanese. Comprensibile: ancora molto giovane (34 anni), già celebre ma pur sempre rinchiuso nel “ghetto cattolico”, con questa scelta si avviò ad una graduale (all’inizio non facile) ammissione nei santuari della cultura laica, fondamentali per un’accettazione globale, senza se e senza ma.

A mio parere nei suoi lavori aveva acquisito molto in “maniera”, perdendo però altrettanto in freschezza, ma il successo in crescendo inarrestabile gli diede ragione. La collaborazione con Il Vittorioso, più rallentata, proseguì, ma intanto anche altri membri della scuderia si guardavano attorno per collaborazioni alternative, anche verso l’estero. C’erano di contro nuovi nomi, peraltro validissimi (Battaglia, Sciotti, D’Antonio, Tarquinio, ecc.) e sul fronte dei soggettisti fece la sua comparsa anche un giovane Claudio Nizzi.

Comunque sia, con la fine del ’66, anno 30°, Il Vittorioso chiudeva i battenti di una storia lunga, complessa e anche gloriosa (al di là di limiti e difetti che gli si potessero trovare). Il sottoscritto, sull’inserto di Fumetto 11 (Anafi, 1994) dedicato a Il Vittorioso, scriveva: «(…) era probabilmente troppo impegnativo da produrre e la qualità stessa lo rese, nel tempo, marginale in un’epoca di massificazione della cultura in tutte le sue espressioni, fumetti compresi, quelli per ragazzi (…)».

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De Luca, La sfinge nera, da Il Vittorioso 15 del 1950

Resto di questa opinione, anche se un’accorta politica di investimento su questa qualità avrebbe consentito all’editore (l’Azione Cattolica, ammesso che lo volesse) di proseguire la strada con gli adeguamenti del caso. Domenico Volpi, peraltro, non manca ancora oggi di sottolineare come causa principale del declino fosse stato questo disinteresse dell’Azione Cattolica. Si noti, al proposito, che Il Giornalino delle edizioni Paoline, tra l’altro arricchito dal travaso nelle sue file di molti degli autori “vittoriosi”, avrebbe poi conosciuto un bel periodo di fortune sul piano della qualità e anche su quello delle sperimentazioni grafiche.

Sulle ceneri del defunto Il Vittorioso, viceversa, e a seguito di una sorta di fusione con Vera Vita, altro periodico giovanile cattolico per ragazzi, nacque il periodico Vitt., ma con persone diverse e impostazione differente, più moderna secondo le intenzioni. Ebbe vita stentata e dopo meno di tre anni chiuse i battenti senza lasciare rimpianti.

Vent’anni dopo, l’Associazione

Sarà un resoconto più stringato, e con partenza nel 1987, come già accennato all’inizio di questo articolo. Tutto nacque da un appello pubblicato su Famiglia Cristiana, a firma di Sergio Chiodini antico lettore del settimanale, per cercare condivisione sul ricordo nostalgico di quelle letture che avevano segnato così profondamente gli anni giovanili. La cosa funzionò e furono poi in 26 a ritrovarsi in Milano, fare amicizia e decidere in concreto di dare vita a una specifica associazione.

Nonostante fossero persone sparse un po’ dovunque in Italia, la cosa funzionò, tanto da far nascere in alcuni perfino l’idea irrealistica di far rinascere Il Vittorioso, idea che ovviamente tramontò presto. Nel gennaio 1989, intanto, l’Associazione assunse veste legale con Atto notarile e veniva confermato primo presidente Ernesto Porta, con vice presidente Tolmino Franzoso.

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Copertina di InformaVitt 24, giugno 1997

Era importante sostanziare il legame associativo con un proprio organo ufficiale, che in forma di spartano bollettino, curato in origine da Antonio Cadoni, dapprima col nome NostalVitt e poi InformaVitt a cura di Bruno Tortellotti, si sviluppò fino ad assumere i caratteri di vera (e interessante) rivista in formato A4, anche se frutto di un ammirevole e pazientissimo lavoro di montaggio ad opera di Tortellotti: vero collage di dattiloscritti e immagini, poi fotocopiati e assemblati.

A partire dal primo numero del 1996 (erano quattro numeri l’anno), la rivista assunse una grafica professionale e accattivante, venendo curata da Renato Vermi, socio ormai storico ma anche professionista del settore. La maggiore diffusione dell’informatica resero gradualmente più funzionali operazioni e interazione con lettori e collaboratori. InformaVitt era una bella rivista, e integrava le funzioni di strumento culturale nel settore e di dialogo coi soci.

Per inciso, ogni anno c’era un incontro-convegno in località diverse e nel 2001 si tenne a Roma, culla de Il Vittorioso, presenti Domenico Volpi e altri protagonisti della storia del giornalino. Come dire: un’iniezione di ottimismo, sennonché poco più di tre anni dopo (2005) sembrò che il ciclo si stesse chiudendo sulla base di due fattori: stanchezza di chi era in trincea e l’inesorabile legge dell’anagrafe.

pipo e la guerra jacovitti

Jacovitti, Albi del Vittorioso, Pippo e la guerra, 1949

Se ne parlò nel corso di un’assemblea a Milano e un nuovo gruppo dirigente e operativo prese in mano la situazione quasi senza soluzione di continuità (solo pochi mesi), e la storia riprese. Ci fu una nuova efficiente presidenza (Piergiorgio Gallinoni) a rilanciare l’esperienza, qui esemplificata col passaggio dall’InformaVitt al nuovo Vitt&Dintorni affidato alla valida mano di Bruno Maggi, mentre Direttore responsabile fu (lo è ancora) Stefano Gorla, sacerdote barnabita, espertissimo e introdotto nel mondo dei fumetti, oltre che socio da lunga data dell’Associazione. La rivista prese impostazione modificata privilegiando il settore di riferimento, quello fumettistico, e allentando la veste di organo relazionale coi lettori.

Infine l’altro (e ultimo) momento di crisi nel recente 2016, ma con il rapido approdo a una nuova presidenza (Vito Mastrorocco) e a una ripartenza in grande stile, con rinnovata vitalità a 360 gradi dei possibili coinvolgimenti dell’Associazione. Già, da sempre, la rivista era aperta anche al mondo complessivo del fumetto, al di là del semplice “revival Vittorioso”, ma con il nuovo corso la presenza in questo settore non si è limitata alla sola rivista, ma si è fatta incisiva per l’Associazione in quanto tale.

Sintomo (o prova?) ne è stata la presenza frequente a esposizioni, mostre-mercato e manifestazioni di settore. Importantissima poi è stata soprattutto la Mostra che il WOW, Museo del Fumetto di Milano ha dedicato a Il Vittorioso dal 2 giugno al 21 ottobre del 2018.

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Copertina di Vitt&Dintorni 39, marzo 2019

L’esito positivo di questo attivismo è stato sicuramente certificato da un rilancio d’immagine, a nuove adesioni caratterizzate da forte motivazione, dallo sviluppo della rivista (anche il colore)e dall’emersione di nuove collaborazioni.

In aprile del 2019, poi, un nuovo incontro a Roma ha visto ancora il lucido e incisivo contributo di un inossidabile Domenico Volpi a dare freschezza alla vecchia e nuova avventura dell’Associazione.

Nel complesso, gli ultimi eventi hanno costituito perciò quella che si dice “una botta di vita” per l’Associazione Amici del Vittorioso, ma senza dimenticare il passato: onore, perciò, ai fondatori (molti ancora presenti) e alla loro profetica “visione”.

*Questo articolo è originariamente apparso su Fumetto n. 114, pubblicato dall’associazione Anafi, con il titolo “Il Vittorioso: trentadue anni di storia… con un seguito”.

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