Neve e “Aqua granda” a Venezia

di Claudio Dell’Orso*

neve didier convard editoriale cosmo

Perlomeno curioso l’aspetto fisico del ragazzotto. Il protagonista del serial francese Neige – ambientato in un futuro molto (speriamo!) remoto – somiglia all’eterno sbarbatello reporter Tintin. Trasportato, però, in una futuristica realtà sottozero evocata in tavole disegnate con struggente, livida bellezza.

Andante sull’efebico, porta i capelli biondi a casco tenuti sollevati da una bandana rossa, il faccino slavato ha lineamenti delicati, lo sguardo che dimostra la stessa determinazione da cherubino volonteroso del suo presunto omologo. Solo che al posto del maglioncino azzurro girocollo e i pantaloni alla zuava del collega, indossa il giubbotto foderato di pelliccia, le salopette, i gambali e porta sulla schiena lo spadone. Concediamogli, semmai, l’alibi che non ostenta il ciuffetto laccato sulla fronte. Possiede pure un cane, il levriero Traccia che – uguale all’appiccicaticcio Milou – lo segue dappertutto. Per fortuna, ci vengono risparmiati i commenti della cara bestiola. Fu chiamato Neve perché salvato, ancora lattante, mentre agonizzava quasi assiderato sepolto dal candido manto fra le braccia dei genitori uccisi. Chi lo strappò alla morte e in seguito lo volle adottare è Northman (nomen omen), solitario anziano piuttosto combattivo – fondatore della società segreta I Dodici – che lo spingerà verso rischiose imprese.

Ha brutti ricordi d’infanzia, Neve. E un avvenire mica roseo, nell’Europa seppellita dalla glaciazione senza speranza che ha disgregato il tessuto politico-sociale. Le frontiere diventate superflue, distrutta ogni convivenza civile, valgono ancora certe strambe autorità nonostante lo scatenarsi d’istinti predatori. Le stagioni sono soltanto ricordi svaniti per sempre. E nell’eterno inverno, sotto la luce barcollante, i profughi del consorzio umano cercano tra gli stenti di sopravvivere.

La colpa primigenia risale al computer Orion che controllava l’evolversi delle stagioni in Europa tramite una capillare rete di stazioni. Per un errore, ha distrutto l’equilibrio meteorologico ed ecologico continentale con conseguente abbassamento polare delle temperature e scatenando – le disgrazie non arrivano mai sole – un’epidemia: il mal d’Orion. I Dodici, organizzazione tipo loggia massonica, possiedono le chiavi del muro che impedisce l’invasione del vecchio continente mentre carestie, inquinamenti e guerre flagellano il cosiddetto mondo esterno.

Arriva a Venezia, chissà quando. Luogo opprimente, seppur ancora incantevole sotto il cielo color piombo. Fatiscenti palazzi di una cupa bellezza emergono circondati dalla laguna diventata nemica. Nell’attesa di crollare, finiscono spesso affogati nella nebbia.

La città o quel che ne rimane è abitata da strani, lunari autoctoni riuniti in consorterie. L’alta marea l’ha ormai stabilmente quasi inghiottita. Del Ponte di Rialto e di Palazzo Ducale, prigionieri nel mantello di neve, sporgono dall’acqua i livelli superiori praticabili tramite passatoie, mentre Piazza San Marco sembra un lago ostile. (Queste tavole premonitrici e inquietanti ricordano la chiamata Aqua granda, l’eccezionale alta marea verificatasi nel novembre 2019 per alcuni giorni consecutivi, allagando l’intera città. Il chiacchieratissimo sistema di difesa dalle acque alte detto Mose nel serial ovviamente non esiste ma la laguna rappresentata come un invasivo braccio di mare è purtroppo incombente realtà).

I superstiti abitanti, gli intrallazzatori, i gaudenti provocatori e i malmostosi che la frequentano, usano esibire le loro mosse sui tetti, entrare in azione stando appollaiati dentro baracche fatiscenti. I più fortunati che riescono ancora a conservare antiche abitudini, sono riparati dentro le sale agibili di dimore avite o del Palazzo Ducale. Rare le gondole e le imbarcazioni che attraversano le acque del Canal Grande, dove lastre di ghiaccio galleggiano ostacolando la navigazione.

In questa snowapocalypse, la laguna è attraversabile per alcune ore in particolari tratti. Dai tetti candidi, un’atmosfera da tragedia natalizia pervade ogni angolo fatiscente che il mare lentamente trangugia. Gli ostinati che vi dimorano saltabeccano da una parte all’altra attraverso le passerelle a livello dei balconi negli ultimi piani dei palazzi. Un silenzio pesante sovrasta le chiese, le statue sulle facciate assumono pose grottesche sotto il manto ghiacciato, i marmi degli antichi palazzi si sfaldano nel precario equilibrio della melma impregnata di salsedine.

La gente è tornata a indossare vestiti di foggia antica in una sorta di esorcizzazione dello sprofondamento atteso. Spudorato il divertimento, la voglia di sesso, l’istinto di cupio dissolvi nell’ubriacarsi e stordire se stessi per dimenticare il destino incombente. In aspra rassegnazione, nessuno sarà risparmiato nella gelida landa. I più frenetici di vita sono i gabbiani e i corvi che volteggiano instancabili fra acqua, cielo e davanzali delle finestre cercando il cibo.

neve didier convard

Neige, mix tra barboso feuilleton ecologico, letteratura fantastica postatomica e paranoie millenaristiche, ha avuto inizio nel 1987. Il serial franco-belga, pubblicato in Francia prima sul settimanale Tintin del 1979 e quindi dalle Editions Glénat in tredici cartonati (l’ultimo datato 2007, più due sequel), fu presentato in Italia sul mensile Comic Art tra giugno 1990 e gennaio 1998.

Recentemente, nel 2015, l’Editoriale Cosmo di Reggio Emilia ha meritoriamente ripreso il serial pubblicando nella miniserie Neve tre titoli: Alba rossa, Il diavolo, La breccia. L’anno successivo esce con la testata intitolata Neve. Fondazione la storia completa Il sangue degli innocenti.

Nel ciclo intitolato L’opera dei Dodici, l’avventura Intermezzo viene divisa in movimenti (capitoli) stile libretto di melodramma italiano: L’acqua, La notte, Il diavolo. L’autore del soggetto, nominatosi “Librettista”, è Didier Convard (classe 1950) appassionato d’esoterismo. Il disegnatore che mette in scena l’immagine angosciosa di una città lagunare prossima ventura, Christian Gine, nato tre anni prima, si definisce curatore di “costumi e scenografia”.

Il protagonista Neve deve incontrare il Doge Nostrorom, numero Cinque dei Dodici, decisi a impegnare le risorse nella “derisoria e stancante battaglia contro il tempo”. È un tentativo velleitario più che disperato: salvare l’ex capoluogo lagunare e le opere artistiche dall’erosione marina. Il Doge intende ritrovare la chiave che consente di aprire una provvisoria breccia nella barriera elettromagnetica sigillante l’Europa.

Nel frattempo, gli undici membri della squadra sono incaricati chi di salvare gli animali, chi la flora, mentre altri la ricerca medica e scientifica. In pratica, i progressi tecnologici, la memoria culturale, le conoscenze del passato, le tradizioni secolari, i civili rapporti a stento sopravvissuti del mondo precedente la catastrofe non devono andare perduti nel caos dell’arrivata Armageddon.

Neve, su incarico di Northman che l’ha iniziato alla società segreta, dovrà recuperare le dodici chiavi che garantiscono la chiusura del muro contro le infiltrazioni esterne. I Dodici – destinati a mai più incontrarsi agendo in solitudine – hanno un unico mezzo di comunicazione: questo adolescente incaricato della perigliosa missione di salvare il mondo. Hai detto niente.

Lui, intanto, è pedinato da una sinuosa ragazza travestita da spaventapasseri di mal augurante nome: Cogli-la-Morte. Sguardo perfido, bocca a cuoricino, ha la spada presto sguainata pronta al micidiale uso. Situazione paradossale. La perfida, pur spasimando per avere il suo amore, intende ucciderlo. Siamo al masochismo funerario.

L’accoglienza nella città lagunare si rivela rischiosa. Sbarcato assieme al cane, traghettato da gondola motorizzata guidata a poppa da un Caronte intabarrato in domino nero, una banda di “trampolieri”, ai quali Neve chiede informazioni su come raggiungere il Doge, lo costringe a un tuffo nell’acqua. Viste le temperature, immersione fatale. Arrivano in soccorso i sommozzatori, usciti da sommergibili tascabili, al servizio dei carnavalier, reggitori di Venezia. Trasferito dentro Palazzo Ducale ancora incosciente, potrà incontrare il Doge. Un anziano malato, terminale come l’ex Serenissima, Neve viene a conoscerne il segreto, sorprendendolo a iniettarsi nelle vene le ultime fiale di siero. Esaurite le scorte, dovrà abbandonare la scena ma, prima, scegliere nella congrega il suo successore. Alla luce spettrale proveniente dal cielo e tra forme di ghiaccio vaganti, il corteo dei carnavalier sulle gondole, in prima fila Doge e Neve, dirige verso la Chiesa della Salute per l’annuale cerimonia.

Il derisorio rito dello Sposalizio del Mare (avveniva a maggio per la Festa della Sensa all’Ascensione, quando il Doge sull’imbarcazione chiamata Bucintoro gettava un anello nel Mar Adriatico chiamato Golfo di Venezia, significando l’unione della Serenissima con le acque) consiste nel controllo ufficiale di quanto la città risulta affondata durante l’anno precedente.

I veneziani superstiti ascoltano che la misurazione ha accertato l’abbassamento di “soli” due centimetri sul livello del mare. Lanciato l’anello, i tamburi segnalano l’inizio della baraonda festaiola. Durante il baccanale, Neve abbigliato da paggio crede d’imboscarsi con Almira, eburnea pulzella di lacrima facile e sensi tumultuosi. Sembra un’attrice del cinema muto, attaccata alla tenda del salotto per esibire la disperazione, lanciando languide occhiate nell’ombra verso lo spettatore.

La vergine il ventre / mostra / affinché l’amore vi entri./ A Venezia gioisce ancora, / danza con la morte”.

Neve cede invece al fascino di una damina settecentesca, parrucca bianca, mascherina nera dotata di veletta, il corpo da ardenti prodezze. Abbassa la scollatura dicendo: «Ho bisogno del tuo calore, della tua vita… L’aria di Venezia rende gelida la mia pelle!». Impossibile darle torto.

L’atto consumato, si accorgerà aver sfogato i sensi della tagliagole Cogli-la-Morte, la sua inseguitrice da un anno. Perché tanto accanimento? Neve rappresenta un grande pericolo per il mondo esterno. E costei intende spaccargli il cuore. Ci penserà Nostrorom a salvare lo sprovveduto, affrontando la tentatrice dal dolce visino che fugge dopo averlo colpito con l’elsa sul capo.

Neve entrerà in seguito all’interno della calotta colma d’acqua in cui tra specchi muranesi e vasellame cesellato galleggiano quadri di Tiziano, Carpaccio, Tintoretto, Cima da Conegliano. A rovinare la collezione, galleggia il cadavere putrefatto del guardiano che, sorpreso da una falla, tiene ancora al collo la chiave da recuperare.

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La strana coppia cacciatrice – preda s’incontrerà un’altra volta, sulla gondola, mentre il protagonista lascia Venezia. Fiocca la neve e la dama piange affondando la lama dentro il petto del ragazzo. Sbudella pure Traccia accorso a difendere il padroncino. Presa la chiave che le consente di ritornare nel mondo esterno, annuncia «Non dimenticherò il tuo sacrificio, mio bel principe!». Sardonico epitaffio in bilico fra Eros e Thanatos.

Mica finisce lì. Accorre poco dopo la sempre illibata Almira, raccoglie i corpi di Neve e del cane e li porta con sé. L’avveniristica tecnologia, funzionante nonostante le avverse condizioni climatiche, salva in laboratorio il ragazzo, perseguitato dalla jella. Pure Traccia la sfangherà.

Del resto, Neve si era messo in letargo automatico. Chiusa l’emorragia, isolato il cervello, bloccata la necrosi del corpo, appare pronto per la resurrezione. Propiziata dallo stesso Northman che, trasgredendo ai suo stessi ordini, ha seguito mascherato il figlio putativo per proteggerlo, sapendo che servirà da esca per intrappolare la sottovalutata Cogli-la-Morte.

«Svegliati, Venezia! Esci dalle brume ghiacciate! Svegliati, Venezia! Abbandona gli amanti uccisi! Svegliati, Venezia! La luce vuol abbracciarti!», grida un tizio che pare uscito dalla corte dei miracoli. A chi rivolga tale esortazione fra i tetti innevati lo si ignora. La mancata assassina, che senza scrupoli ha soppresso altri che ne intralciavano i piani, stabilito un patto con i “carnascialeschi”, rinuncia alla chiave e rischia di finire nei bordelli intorno al Campo San Geremia. Va bene l’agonia di Venezia, ma i piaceri sono assicurati.

Il Doge muore trafitto dalla lama di Cogli-la-Morte dopo averla sfidata a duello. La salma stesa sopra il catafalco uscirà da Palazzo Ducale in gondola (col motore fuoribordo!) dal finestrone, il livello dell’acqua avendo sommerso il davanzale che dà sul Molo. Accompagnato in corteo dalle altre imbarcazioni, la gondola con il catafalco si ferma al centro del Bacino di San Marco, di fronte l’Isola di San Giorgio, per la cerimonia.

Al fischio del becchino, accorrono stormi di gabbiani che divorano la salma. «Lo porteranno con loro! Al di sopra dei palazzi, nelle calli… nel vento, nella neve… dappertutto! Nostrorom diventerà un corpo unico con la sua città!» sentenzia Almira. L’insaziata riuscirà finalmente a sequestrare il biondino per alcune notti nell’alcova. Mica come il casto Tintin, lui! Nel frattempo, Cogli-la-Morte, sia pur consapevole del fallimento della missione, rimasta incinta di Neve, partorisce un fantolino nel gelo d’una casupola, al lume e calore di stitico fuocherello.

Urla il vento, impazza la bufera e strilla il neonato. Programma futuro: insegnargli a uccidere suo padre. Su questo finale viene ricordata una canzone intonata dai bambini veneziani. Strano. Perché, in questo serial nemmeno un piccolo indigeno appare di sguincio.

Nei versi ricorre la risata del demonio «che il Cielo se la ricorda ancora». L’angelo del male «non era altro che una gran bella mignotta / che recitava la sua farsa galeotta». Cosa mai vorrà dire con esagerata enfasi? Forse che la diabolica apparenza ha più valore della mercenaria disponibilità? Boh!

*Questo articolo è originariamente apparso su Fumetto n. 113, pubblicato dall’associazione Anafi.

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