“Il nuovo mondo”, una retrotopia tra Verhoeven e Shakespeare

In un futuro non troppo lontano gli Stati Uniti sono stati dilaniati da una devastante guerra civile. Quella che era stata la prima potenza mondiale ora soccombe sotto le spinte separatiste e i saccheggi delle economie straniere. L’unico stato a essere riuscito a emergere da un simile contesto è la Nuova California, quasi un’utopia all’intero di uno scenario desolato e fuori controllo.

A New Los Angeles il programma televisivo più seguito è una sorta di reality-show incentrato sulle imprese di super-poliziotti venerati come campioni sportivi. Il format è una versione estrema di Cops, con la differenza che, dopo aver seguito l’ennesimo arresto, il pubblico ha la possibilità di decidere la sorte dei criminali in stato di fermo. Sarà infatti il giudizio popolare a decidere se il malvivente di turno dovrà essere giustiziato – in diretta naturalmente – o meno.

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In questo contesto conosciamo Stella Maris, astro nascente del network televisivo a cui la popolarità è sempre rimasta preclusa in virtù del suo rifiuto di uccidere. Il corso della sua vita cambierà in maniera radicale quando finirà per incrociare – durante una festa – l’hacker Kirby Shakaku Miyazaki. La passione tra i due è istantanea, così come l’inevitabile e problematica storia d’amore che ne seguirà. 

Ne Il nuovo mondo i propositi di Ales Kot e Tradd Moore sono chiari fin dalla premessa. Basare un fumetto distopico pubblicato nel 2019 su un medium a oggi morente come la televisione rende esplicita l’intenzione di costruire un mondo di fantascienza retrò. Come se fossimo sospesi tra il Robocop di Paul Verhoeven e L’uomo in fuga di Stephen King, con in più grosse iniezioni di Métal Hurlant (Philippe Druillet su tutti).

Il mondo messo in piedi dai tre autori – l’apporto della colorista Heather Moore è fondamentale – si muove tra stilizzazione estrema e un accumulo di particolari quasi compulsivo. La maggior parte delle superfici si caratterizza per tinte piatte delimitate da grossi tratti neri, mentre occasionalmente fanno capolino gradienti sintetici come a dare un ulteriore sferzata anni Ottanta all’insieme. 

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Tradd Moore gestisce il ritmo del disegno da autentico funambolo, alternando sezioni asciutte fino all’astrazione – la stessa copertina del numero uno è quasi parodistica – a esplosioni di arzigogoli dall’incedere parametrico. In questo senso, spesso i particolari più minuti sono esplicitamente inseriti con l’ausilio di software per il ritocco grafico – le varie carte da parati, i tappeti nell’appartamento del protagonista – mentre in altri casi l’incedere della mano del disegnatore è così meccanico da sembrare il risultato di un plug-in (parametrico, appunto, alla Grasshopper) di un programma di modellazione. 

Basti vedere la vegetazione che circonda il palazzo presidenziale o le piastrelle del bagno che apre il terzo numero. Non sembrano frutto di un tratto umano, ma il risultato di valori inseriti in una linea di programma. Queste trovate, assieme a un tratto pulito e plastificato fino al paradosso, sembrano studiate per rafforzare l’idea di finzione che le emittenti televisive della Nuova California non fanno che trasmettere ventiquattr’ore su ventiquattro.

Su un impianto così pericolosamente sospeso tra freschezza e kitsch la sceneggiatura imbastisce una sorta di rilettura a duecento all’ora di Romeo e Giulietta, dove l’amore proibito sboccia tra una star ribelle di un programma televisivo giustizialista e un attivista vegano e straight-edge. 

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In mezzo c’è un sacco di politica, riferimenti al presente – dal muro sul confine con il Messico al design della protagonista, identica a FKA Twigs – violenza da film pulp anni Novanta, vecchi rancori, umorismo slapstick e qualche trovata di regia decisamente sopra le righe.

Spesso e volentieri gli autori approfittano di un disegno e di una regia così antinaturalistici per costruire momenti ancora più stilizzati – come l’incontro dei due giovani in discoteca o ogni altro passaggio più intenso – ma il risultato è così urlato da farci ritrovare in più di un’occasione immersi in un’emotività da soap-opera

Si tratta di frangenti dove ogni aspetto della pagina – dalla costruzione del layout, ai colori fino al disegno vero e proprio – è così improntato all’obiettivo di emozionare da perdere ogni grazia e sconfinare semplicemente nell’eccesso. Non ho idea di quali possano essere state le intenzioni degli autori, se giocare con il camp o cercare davvero di fare qualcosa di meno banale di un semplice fumetto d’evasione, ma il risultato non sempre appassiona come dovrebbe.

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A conti fatti Il nuovo mondo forse non è un fumetto imperdibile, ma è così sfrontato e sentito da risultare comunque decisamente divertente. Kot e Moore continuano a muoversi nel mainstream piegandolo a loro piacimento e a giocare con le aspettative dei lettori.

Se il disegnatore ha dimostrato così tanto carattere da dare nuova forma a Silver Surfer con la miniserie Nero – rubando la scena alla superstar Donny Cates – lo sceneggiatore ha dimostrato più volte di saper seminare il panico in ambito major. I suoi Secret Avenger rimangono a oggi una delle letture più fuori canone dell’universo Marvel da molto tempo a questa parte, senza rinunciare oltretutto a un’incontestabile ed esplicito afflato politico (aspetto che troverà poi il massimo raggiungimento in Days of Hate). Forse l’impatto dei due autori in questo caso non è così deflagrante, ma la loro potenza è così palese da imprimersi anche in un divertissement come questo.

Il nuovo mondo 1
di Ales Kot e Tradd Moore
traduzione di Michele Innocenti
saldaPress, giugno 2020
cartonato, 176 pp., colore
19,90 €

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