Surf e autobiografismo: “A ondate” di AJ Dungo

a ondate dungo bao

Il surf è uno degli sport che più ha ispirato scrittori, musicisti, registi di documentari o fiction a raccontare le origini di questa pratica e il suo impatto sulla cultura americana, o a utilizzare l’arte dello svicolare sulle onde come sfondo per i propri lavori. Perché è uno sport che si presta a essere raccontato e mostrato, visivo, dinamico ma anche introspettivo.

Proprio per queste caratteristiche è strano che nei fumetti l’argomento sia stato (quasi del tutto) ignorato. Perfino nella prolifica produzione Disney, le storie in cui Topolino o Paperino surfano sono quasi inesistenti. Certo, esiste un famoso supereroe che surfa, ma lo fa tra le galassie più che tra i flutti dell’oceano. A colmare il vuoto è arrivato A ondate, fumetto d’esordio di AJ Dungo, illustratore nativo della Florida ma cresciuto in California, con un passato da surfista amatoriale e CMF designer di scarpe.

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Dungo parte da un impianto canonico, unire la Storia del surf moderno – universale, conosciuta, epica – con quella personale, intima del proprio rapporto con la tavola, per poi ripercorrere la propria sofferta storia d’amore con una coetanea di nome Kristen. Da una parte le vite dell’atleta olimpionico Duke Kahanamoku, inventore del surf, e di Tom Blake, che contribuì alla diffusione dello sport in tutto l’Occidente, dall’altra quella di Kristen, ragazza di cui AJ si innamora colpita in giovane età da un osteosarcoma. Raccontando la vita di due grandi atleti ed evangelizzatori sportivi che hanno immolato le proprie esistenze sull’altare della disciplina, l’autore sembra dirci che il surf, come l’amore provato da AJ, è più grande di tutte le storie in cui è stato protagonista. Il surf va oltre quelle piccole anime che si agitano sulla superficie dell’acqua, ed è il motivo che spinge le persone ad armarsi di tavola e paraffina: sfiorare il trascendente.

Se i rapporti umani sono il cuore del fumetto, la protagonista della storia che emerge con più forza è l’acqua. Dungo dimostra una padronanza del linguaggio notevole che gli permette di raccontarla in modo personale. Ci riempie la pagina, i personaggi sono figurine a mollo nel fluire dell’oceano. Vediamo di rado le loro facce, che sono spesso girate a guardare l’orizzonte o, quando Dungo ce le mostra, sono ritratte con un minimalismo di ferro. I primi piani sono aboliti in favore di enormi volumi d’acqua che sorreggono, travolgono o incorniciano i personaggi. L’autore disegna ogni piega del tessuto acquatico, e fa lo stesso con le increspature dei vestiti che si confondono con il panneggio delle onde. È dell’acqua in perpetuo movimento che vediamo le smorfie, o le microespressioni che siamo abituati a leggere sul volto umano.

Anche i corpi che disegna Dungo sono liquidi, sembrano goccioloni d’acqua che accolgono al loro interno quantità variabili di liquido. In certe situazioni, per enfatizzare i gesti, i personaggi hanno appendici enormi, braccia bislunghe o piedi grossi come pinne. Ricordano un po’ il tratto di Olivier Schrauwen, ripulito per le masse.

Il libro va avanti e indietro nel tempo, dividendosi in capitoli monocromati impostati prevalentemente sulle variazioni di turchese. Oltre a essere una scelta sensata, data l’ambientazione, l’uso di questo preciso tono di azzurro a bassa intensità ricorda quello di altri fumetti in cui il tema della memoria e dell’autobiografismo è centrale (Fun Home di Alison Bechdel, Over Easy di Mimi Pond, Arsène Schrauwen di Olivier Schrauwen, Bloom di Kevin Panetta e Savanna Ganucheau, E la chiamano estate di Jillian e Mariko Tamaki).

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L’unico vero problema è che le due storie – quella del surf e quella di Kristen – viaggiano parallele senza mai raccontarsi nulla, e il loro incontro non sembra nascere da una vera, incontenibile necessità. Certo, il surf è un elemento importante nelle vite dei protagonisti: per Kristen rappresenta una valvola di sfogo dalla malattia e dalle certezze che il suo corpo le sottraeva, per AJ un modo di venire a patti con le sofferenze della ragazza, ma a un certo punto descriverne le origini o raccontare i trascorsi di Kahanamoku e Blake iniziano a sembrare esercizi decontestualizzati dal flusso narrativo. Non che la parte storica non sia interessante – fa scontrare l’idea di una bellezza per pochi che, nel tentativo di farla conoscere a più persone, viene corrotta, e contiene una concisa ma efficace dimostrazione del potere dell’immagine (il surf inizia a diffondersi anche perché Blake riesce a fotografare da vicino i surfisti in azione) – però più ci si addentra nelle vicende più si perde la connessione con le vite di AJ e Kristen, che, a differenza del William Finnegan di Giorni selvaggi, esistono anche fuori dal mondo del surf.

Dentro A ondate c’è molta ambizione, c’è voglia di dire tutto, di scaricare addosso al lettore il proprio bagaglio di emozioni ed esperienze. Per fortuna, lo stile trattenuto di Dungo gli impedisce di sbrodolare fuori dalla pagina, ha un fraseggio asciutto e una compostezza nel modo in cui narra. Anche le tante illustrazioni a pagina intera (o a doppia pagina, perfino) disseminate nel volume arrivano al lettore non come esclamazioni urlate ma come strumento efficace per comunicare un senso di vuoto e isolamento, spaziale ed emotivo, nonché per rallentare l’azione, dando alla lettura una dimensione contemplativa. A ondate si prende il suo tempo, muovendosi come la marea, incessantemente.

A ondate
di AJ Dungo
traduzione di Michele Foschini
Bao Publishing, luglio 2020
brossurato, 376 pp., tricromia
21,00 €

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