“Batman: Il bambino d’oro”, un grande ok boomer

batman bambino oro frank miller

Ambientato tre anni dopo gli eventi di Cavaliere Oscuro III – Razza suprema, Il bambino d’oro di Frank Miller e Rafael Grampá narra dell’ennesimo tentativo di conquista della Terra da parte di Darkseid, partendo questa volta dalla politica statunitense. A cercare di fermare il tiranno di Apokolips troviamo una nuova generazione di eroi. In prima linea Carrie Kelley, nei panni di Batwoman, e il suo esercito di seguaci. A questi si aggiungeranno presto, seppure con una certa riluttanza, anche i figli di Superman e Wonder Woman: Lara e Jonathan Kent. E sarà proprio quest’ultimo, il bambino d’oro del titolo, a rivelarsi l’ostacolo più duro per la marcia trionfale del malvagio alieno.

Il bambino d’oro è la settima incursione di Miller nell’universo narrativo di Batman. Dal 1986 – anno in cui uscì Il ritorno del Cavaliere Oscuro – a oggi, l’autore ha costruito una sua personale mitologia attorno all’uomo pipistrello, spesso completamente slegata da quella delineata da DC Comics per la serie principale. Se in alcuni casi si parla di capolavori senza tempo – oltre al già citato Ritorno, abbiamo anche Anno uno in collaborazione con David Mazzucchelli – capaci ancora oggi di influenzare la visione del personaggio, altre sortite per le strade di Gotham si sono dimostrate lavori ben più divisivi. Da Il cavaliere oscuro colpisce ancora molti appassionati hanno infatti cominciato a non apprezzare del tutto la deriva presa dal fumettista, sempre più provocatorio e sopra le righe, indefinibile nel suo andamento anarcoide e fuori da ogni logica.

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Una pericolosa tendenza che ebbe il suo massimo momento di esposizione nel 2005, con l’uscita del famigerato secondo numero di All-Star Batman & Robin. Nell’albo in questione era contenuta la punch line «What are you, dense? Are you retarded or something? Who the hell do you think I am? I’m the goddamn Batman!» diventata in un soffio materiale per meme e articoli al vetriolo. A quel punto della carriera di Miller non si capiva se la sua scrittura si fosse avvitata su se stessa o fosse diventata una sorta di feroce parodia di quello stile grim & gritty che aveva contribuito a portare al successo. Era evidente che ci fosse un intento provocatorio – che arrivò dritto al punto, vedendo le reazioni – ma erano gli obiettivi di un umorismo tanto caustico a non essere completamente a fuoco.

Razza suprema, scritto in collaborazione con un più controllato Azzarello, si dimostrò una delusione. Un’operazione di worldbuilding eccessivamente decompressa, senza autentici punti di interesse se non negli occasionali picchi di ignoranza tamarra e autocompiaciuta. In occasione dell’ultimo numero Andrea Antonazzo scriveva: «Sul finale di storia ritorna persino Donald Trump, che propone di costruire una rete intorno alla Terra per impedire agli alieni di avvicinarsi. E ritornano in mente le parole di Miller durante la scorsa Lucca, quando definì il presidente americano “un pagliaccio molto pericoloso”. Magari sarà lui il criminale principale di DK4. Ovviamente nei panni sgargianti del Joker». E così effettivamente è stato.

Ne Il bambino d’oro scopriamo che dietro alla candidatura di Trump come presidente degli Stati Uniti ci sono niente meno che Joker e Darkseid. Il loro piano è quello di renderlo una sorta di agente del caos e di far sprofondare l’intera nazione – e con essa il mondo – nell’anarchia più incontrollata. L’idea, già di per sé abbastanza piatta e pretestuosa, viene tratteggiata in maniera grossolana, limitandosi a una satira di grana grossa contro un obiettivo fin troppo facile. Tutto è superficiale e le provocazioni spesso sfiorano il puerile. Tappezzare Gotham City con poster elettorali di Trump che si rifanno esplicitamente a quelli arcinoti di Obama disegnati da Shepard Fairey, per esempio, è una scelta di un qualunquismo devastante. L’equivalente di entrare in un bar e mettersi a declamare «Tanto i politici sono tutti ladri uguali». Il fatto che a un intento così caustico venga poi fatto seguire un messaggio edificante sul potere delle nuove generazioni – con tanto di cameo di Greta Thunberg – rende lo spunto della storia ancora più gratuito. 

A tentare di salvare l’intera operazione è stato chiamato il disegnatore brasiliano Rafael Grampá, noto soprattutto per il graphic novel Mesmo Delivery e una serie di ottime cover per i principali editori nordamericani. Nonostante si trovi tra le mani una sceneggiatura indubbiamente debole, le sue matite riescono a brillare. Le tavole sono un trait d’union tra le anatomie espressioniste di Frank Miller – anche troppo espressioniste, se si guarda il testone di Jonathan – e il tratteggio e il gusto per la meraviglia di Frank Quitely. Come se non fosse già un risultato notevole, ai margini delle vignette fa sempre capolino una sensibilità stilizzata e cartoonesca. Le forme si ammorbidiscono e si semplificano, mentre emerge una personalità del tratto meno cruda e spigolosa rispetto a quanto si vede nei riquadri più centrali alla narrazione. Anche se non ci si trova mai davanti a effetti speciali davvero memorabili – se si esclude qualche scena di massa e una visione a raggi X di un ospedale – la sensazione è quella che ogni riquadro sia un tesoro da analizzare con cura. Nelle vignette di questo volume convivono una serie infinita di stimoli, idee, ispirazioni. Il risultato è ricco e stratificato, mai pesante o fine a se stesso.

Il gusto per il design di Grampá emerge, oltre che dall’impatto delle tavole, anche dalla cura dei particolari. In particolare il personaggio di Carrie Kelly risulta progettato in maniera certosina. Rispetto alle sue incarnazioni precedenti ora abbiamo una controparte di Batman che ne veste davvero i panni nel migliore dei modi. Non più una scolaretta in gita o una ragazza costretta a vestire un costume non suo, ma un’autentica macchina da guerra pronta per la più cruda guerriglia urbana. Oltretutto non penso esista un costume di Batman dove il logo sia incorporato in maniera più organica nella struttura della tuta. 

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La stessa cura la troviamo nella rappresentazione di Lara Kent: simbolo del papà sul petto (ma in versione dark, con sfondo nero, come farebbe ogni adolescente edgy), stivaletti simil Yeezy ai piedi e chiodo con il logo di mamma sulla schiena. Quando apre la bocca per chiedersi se valga la pena salvarci per l’ennesima volta non si rimane di certo stupiti. Peccato che questo tipo di finezze finiscano per essere coperte da tonnellate di didascalie, riempite con i soliti testi stentorei con con cui Miller fa parlare i suoi personaggi da trent’anni a questa parte.

Batman, Il bambino d’oro poteva essere una grande occasione per dare una rilettura contemporanea al supereroe più iconico dell’industria del fumetto. I tanti riferimenti al presente, il Joker tanto terrorista quanto agente della cosa pubblica (che, senza tirare in ballo esplicitamente Trump, sarebbe stato ancora più Trump dell’originale), il gusto estetico, i giovani smaniosi di fare le cose a modo loro. Peccato che tutto si sia risolto puntando al ribasso. Sostituendo le tavole dei giornalisti televisivi de Il ritorno del Cavaliere Oscuro con schermate di testate online, imbastendo una trama priva di qualsiasi mordente attorno a un’idea balzana e infilando qualche faccia nota tra i personaggi. Davvero troppo poco.

La tensione tra eroi zoomer e il vecchio mondo non si avverte in nessuna maniera, e qui sta il punto più critico di tutta l’operazione. Vedere la nuova, tostissima Batwoman comunicare con Batman attraverso delle emoji su Whatsapp implorando la sua approvazione significa non avere capito nulla di una generazione della quale chi è venuto prima pare non sapere cosa fare. E ambientare una delle scene più concitate del fumetto in una sala giochi – di quelle con le file di cabinati a gettoni – fa capire come i riferimenti temporali non siano esattamente centrati.

Se volessimo fare della facile sociologia verrebbe da dire che Miller sia finito per comportarsi come il classico boomer. Sbeffeggiato – a ragione – dagli adolescenti perché ancora convinto che tutto giri attorno alla visione del mondo con cui lui stesso è cresciuto. E incapace di tratteggiare una società, magari ancora in nuce, che rappresenta di per certo il futuro più prossimo. Per quanto un fuoriclasse come Grampá possa fare i salti mortali, non basta certo il suo talento per salvare una storia che manca di lucidità proprio quando occorre sferrare il colpo più duro. Frank Miller ha voluto spostare le sue provocazioni su un piano che non gli compete, e il risultato sono 48 pagine di noia.

Batman: Il ritorno del Cavaliere Oscuro – Il bambino d’oro
di Frank Miller e Rafael Grampá
traduzione di Leonardo Rizzi
Panini Comics, giugno 2020
brossura, 48 pp., colore
5,90 €

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