“La cucina della notte”, l’omaggio di Maurice Sendak ai fumetti

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Raccontare La cucina della notte di Maurice Sendak è facile. Il libro illustrato parla di Mickey, bambino che durante uno dei suoi sogni finisce in un’avventura ambientata in una cucina-stato. Le strade sono asfaltate con le piastrelle a scacchi tipiche dei cucinini di primo Novecento, i palazzi sono scatole di cereali e i grattacieli bottiglioni del latte, e un gruppo di panettieri giganti lo vuole cucinare come un dolce. Spiegare La cucina della notte di Maurice Sendak non è altrettanto immediato.

L’autore di Nel paese dei mostri selvaggi, e vincitore con quest’ultima opera della medaglia Caldecott nel 1964, scrisse e disegnò La cucina della notte (In the Night Kitchen) nel 1970 come omaggio alle proprie passioni infantili. Dentro vi finirono però anche riferimenti al vissuto dell’autore che resero il libro uno dei suoi più personali.

Già dalla dedica in apertura ai genitori, deceduti durante la realizzazione dell’albo, si intuisce quanto vicino al cuore di Sendak fosse questo lavoro. Ci sono piccole strizzatine d’occhio che Sendak fa a se stesso, perché al lettore non diranno granché, come l’indirizzo della casa d’infanzia («quella in cui sono stato più felice» raccontò al Washington Post), o la parola “champion” scritta su uno dei gagliardetti che svetta nel profilo della città (era l’incoraggiamento che gli ripeteva un’infermiera inglese quando venne ricoverato per un attacco cardiaco).

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Sotto la superficie di questi riferimenti ombelicali, il racconto si nutre di ricordi e interessi nati nell’infanzia e coltivati da adulto. L’illustratore affronta il rapporto con il cibo, l’amore per il latte, protagonista come oggetto di scena di alcune pagine («mi piaceva perfino quello andato a male» spiegò in un’intervista al Comics Journal «lo adoravo, era come un afrodisiaco») e per il mistero di preparazioni che venivano cucinate di notte, un momento esoterico della giornata, almeno agli occhi dei bambini.

In There’s a Mystery There: The Primal Vision of Maurice Sendak, l’autore ricorda di aver visitato, appena undicenne, l’Esposizione Universale di New York del 1939 e di essere rimasto colpito dal padiglione della ditta Sunshine Bakery il cui motto, stando ai ricordi di Sendak, era “Cuciniamo mentre dormi”. «Perché non aspettavano che mi fossi svegliato?» disse. «Perché tutte le cose belle succedono quando i bambini sono a letto?»

L’immagine dei cuochi indaffarati con farina e burro fornì lo spunto per quello che è il libro più “di pancia” dell’autore. L’amore fisico per la manipolazione degli ingredienti emerge dall’entusiasmo di Mickey, che si costruisce una tuta di impasto dopo aver perso i vestiti e poi, con la pasta della torta, modella un aeroplano. Sono sequenze esaltanti all’interno di un libro luminoso, innervato tuttavia da una sottile inquietudine.

I pasticceri, tutti con le fattezze pacioccone di Oliver Hardy, sono un omaggio a Stanlio e Ollio ma anche un richiamo al retaggio ebraico dell’autore – la scena di Mickey infornato dentro una torta per colpa di individui dal baffetto a spazzola (dove si intravede per giunta un barattolo marchiato dalla stella di Davide) non può che evocare gli orrori della seconda guerra mondiale. Diversi critici invece danno una lettura fruediana delle peripezie di Mickey, configurando la storia come una metafora della nascita o un viaggio nell’immaginario sessuale del bambino, tra nudità maschile, fluidi lattiginosi e forme falliche.

La cucina della notte è a oggi uno dei libri più censurati dalle biblioteche americane, per via della nudità di Mickey – che spinsero un educatore a improvvisarsi novello Braghettoni disegnandogli sopra un pannolino. In seguito all’uscita del libro, le cronache ci raccontano di una querelle che forse era più fomentata dall’editore che reale, ma è indubbio che l’assenza di vestiti e la rappresentazione dei genitali del protagonista dovevano aver turbato gli adulti.

Resisteva quell’idea di purezza associata all’infanzia che Sendak aveva scardinato più volte nel corso della sua produzione. Sendak non cercava di impartire insegnamenti di vita o far scendere dall’alto racconti cautelativi, ma solo di raccontare l’infanzia e le relazioni del bambino per quello che erano. «Penso che quello che ho offerto fosse diverso non perché disegnassi meglio degli altri o scrivessi meglio degli altri, ma perché sono stato più onesto degli altri» disse in Tell Them Anything You Want. «Ho detto tutto quello che ho voluto perché non credo all’infanzia, alla demarcazione dell’infanzia. “Oh, non puoi dirgli questo! Oh, non puoi dirgli quello”. Puoi dire quello che vuoi, purché sia vero. Se è vero, dillo.»

Quello de La cucina della notte è il Sendak più fumettoso, nel vero senso della parola. La trama pesca dal Little Nemo di Winsor McCay – in entrambi i lavori c’è un bambino che vive avventure folli nel mondo dei sogni, iniziando e concludendo il viaggio nel suo letto – e le tavole ricordano certe scansioni di McCay, con momenti di sequenzialità più da comic book che da picture book. «McCay e io serviamo lo stesso padrone, il nostro bambino interiore» affermò. «Ci facciamo ispirare non dalle effettive memorie d’infanzia ma dalle memorie emotive dei suoi patimenti. E nessuno di noi due ha dimenticato i propri sogni d’infanzia.» L’altro grande amore fumettistico di Sendak, Topolino, è citato nel nome del protagonista – Mickey.

Insieme a Nel paese dei mostri selvaggi e Outside Over There, La cucina della notte va a comporre una trilogia sullo sviluppo psicologico del bambino. Anche se è il secondo uscito in ordine di tempo in realtà rappresenta l’inizio, la fase della scoperta. Nel paese dei mostri selvaggi è il secondo atto, quello in cui tutto va a rotoli e il caos attanaglia la scena, lo stile è più spigoloso, la pagina coperta di ombreggiature a simulare l’adolescenza ispida, mentre Outside Over There sarà la chiusa adulta, disegnata seguendo lo stile romantico della pittura tedesca dell’Ottocento.

La cucina di notte presenta invece un tratto consistente, che fa venire voglia di allungare una mano per tastare le paste lievitate, le masse di burro o le guance dei cuochi. È un mondo dove tutto è pulito e luminoso e nulla sembra poter arrecare danno, grazie alle forme rotonde e alle proporzioni morbide da bambino che Sendak utilizza per i disegni.

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Sendak ci dice che solo i bambini possono sopravvivere all’infanzia, perché sono gli unici in grado di esercitare l’immaginazione, il ricordo, la rêverie. La cucina della notte è tutto lì, nella capacità di Mickey di fare e disfare il sogno, di costruire mondi seguendo come unica regola lo scollamento dalla realtà logica.

Uscito precedentemente con il titolo Luca la luna e il latte, La cucina della notte torna in libreria dopo anni di latitanza, grazie ad Adelphi, che sta riproponendo le opere di Sendak nella collana “I cavoli a merenda”. Luca la luna e il latte era un titolo forse più evocativo ma che geolocalizzava la vicenda e portava all’attenzione del lettore una serie di elementi visivi spuri.

A differenza di Nel paese dei mostri selvaggi, La cucina della notte non è un titolo rimasto nell’immaginario dei lettori italiani e quindi la traduttrice Lisa Topi ha potuto avvicinarsi di più al testo inglese. È la prima volta che il titolo è scritto nello stesso font dell’originale, confermando, insieme alla cura della confezione, la ricerca filologica dietro all’iniziativa.

La cucina della notte
di Maurice Sendak
traduzione di Lisa Topi
Adelphi, luglio 2020
brossura, 48 pp., colore
19,00 €

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