“Dylan Dog 666”, il ritorno dello stesso diverso

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Tutte le copertine del ciclo 666, disegnate dal sempre ispiratissimo Gigi Cavenago.

Avevamo lasciato Dylan Dog, agli inizi del 2020, immerso nella metanarrazione. L’Indagatore dell’Incubo era parecchio indaffarato: da un lato a navigare tra le “isole delle storie” della sua serie, dall’altro ad uccidere il suo padre artistico, Tiziano Sclavi, per trovare una nuova strada biografica e editoriale al passo coi tempi. Questo era il succo, quantomeno, dell’episodio 400 della testata, successivo al “ciclo della Meteora” in cui il mondo dylaniato era stato devastato, facendo tabula rasa di decenni di personaggi, ambientazioni e atmosfere. Da quel giro di boa, la serie regolare ha subito la sua trasformazione più radicale in 34 anni, grazie a un nuovo ciclo narrativo – intitolato “Dylan Dog 666” – che ha occupato i numeri 401-406. E che ha riscritto la continuity del personaggio.

Ultimate Old Boy

L’abitudine al “reboot” è largamente diffusa negli Stati Uniti, ma si è affacciata talvolta anche in Italia (il primo esempio importante, nel 2001, fu la terza serie di Pikappa, e più di recente anche Diabolik ha subito la stessa sorte con DK e Martin Mystére con le Nuove avventure a colori). Dopo lo schianto della Meteora, la serie ha cambiato orizzonti: al centro ci sono vicende ambientate in un universo parallelo a quello dylandoghiano, in parte simile e in parte diverso. I primi sei albi di questo nuovo ciclo, tuttavia, giocano a riscrivere il personaggio partendo però dalle sue fondamenta: i primi albi della serie di Sclavi, gli ormai “leggendari” esordi del personaggio trent’anni or sono.

Il confronto con quegli episodi non è solo di superficie, e in questo senso opera il “gioco” dei riferimenti in cui – come ha scritto il nostro Davide Scagni a proposito del #401 – «il piacere della lettura sta soprattutto nel confronto con quanto narrato nell’originale, e nelle variazioni più o meno inattese che vengono man a mano snocciolate, inerenti luoghi, situazioni e personaggi già noti coinvolti in situazioni sorprendenti, potenzialmente gravide di conseguenze».

Considerato che i lettori di quelle storie – più volte ristampate e più volte citate – sono stati davvero numerosi, il gioco ha davvero senso. Un lucido realismo di mercato: sollecitare la memoria degli aficionados fedeli, ma anche incuriosire i lettori più recenti e sensibili al ‘mito sclaviano’, e contemporaneamente aprire all’effetto nostalgia-canaglia per gli ex-lettori nel frattempo spariti dal radar di via Buonarroti.

Piedi per terra, dunque, ma anche creatività: il rapporto con quegli episodi “fondativi” non solo non è 1:1, ma è anche spiazzante. Roberto Recchioni, curatore della collana e sceneggiatore di tutto il ciclo, riesce a trarre in inganno i lettori facendo loro credere che si troveranno davanti a dei veri e propri remake … finché non si rivelano tutt’altro. Un racconto nuovo e originale vestito da remake, insomma.

Se i primi due, in effetti, sono riscritture di La notte dei morti viventi (Dylan Dog 1) e liquidano velocemente Jack lo squartatore (Dylan Dog 2), già dal #403 compare una trama orizzontale che lega il ciclo fino alla sua conclusione e relativizza la citazione di Le notti di luna piena (Dylan Dog 3), limitata a qualche pagina di excursus onirico. 

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Nicola Mari (e Dylan Dog) alle prese con i licantropi nel numero 403.

Il tradimento dei modelli prosegue e si spinge ancora oltre. DD #404 stravolge infatti il memorabile Il fantasma di Anna Never (DD #4), mantenendone il tema dell’alcolismo ma spostando il focus dal comprimario di turno al titolare della testata e alla sua lotta con i propri demoni, nella figura ancora una volta della “recchioniana” Mater Morbi, personaggio che nella mitologia dello sceneggiatore incarna malattia e ossessioni. Addirittura l’albo 405 utilizza un titolo che richiama Gli uccisori (Dylan Dog 5) per portare completamente fuori strada i fan, ovvero somministrando loro ben altra vicenda. Infine l’episodio numero 406 si libera di qualsiasi postura da remake e, fin dalla copertina, ci sbatte in faccia la conclusione del ciclo.

Gli uccisori, Il male… sempre amato le scene supersplatter in Dylan Dog con la gente comune che si ammazza. Questa è dal preludio a L’uccisore, ultime pagine del numero 404.

Dylan vecchio, Dylan nuovo 

La trovata di questo ciclo – forse quello meglio progettato dagli inizi della gestione Recchioni – sta poi nella paradossale capriola prospettica che segna l’andamento della serie e del personaggio: gli albi progrediscono dal più tradizionalista al più originale, mentre il personaggio evolve al contrario, dal nuovo al vecchio. 

Dylan esordisce nel numero 401 (anzi, nelle ultime tavole del numero 400) sotto vesti ben diverse da quelle solite, ma nel corso degli albi si avvicina via via sempre più all’Old Boy a cui i lettori sono abituati da 30 anni. Nelle prime immagini pubblicate, a colpire era la differenza rispetto al canone fissato da Sclavi: barba lunga, cappotto invece della classica giacca nera, come assistente Gnaghi – il muto aiutante di Francesco Dellamorte – invece di Groucho. Alcolizzato, non aveva ancora compiuto il percorso di redenzione che l’avrebbe portato alla sobrietà e che nella serie storica avevamo visto in episodi ambientati nel suo passato [nota per i pignoli: lo so che nelle prime storie di Sclavi ogni tanto Dylan ha bevuto, ma era prima che si fissasse il canone del personaggio].

Al suo ingresso nel “ciclo 666”, questo Dylan è un personaggio più cupo, cinico e disilluso della sua versione tradizionale: più egoista, più egocentrico, più antipatico. Addirittura non si fa scrupoli a uccidere a sangue freddo per punire un colpevole intoccabile, in modo ancora più diretto e crudo di quanto fece la sua ‘old version’ sia né Gli uccisori sia ai tempi del ciclo della Meteora (quando sparò a John Ghost). Ed è proprio questo episodio a ritornare nel finale del numero 406, quando il Groucho assassino che Dylan insegue da diversi episodi cerca di spingerlo a ucciderlo per ristabilire l’ordine nel multiverso… Questa volta, però, l’Old Boy si rifiuta di ammazzare a sangue freddo, in un gioco di specchi con gli attimi che hanno preceduto la fine del mondo: se allora Recchioni aveva raccontato la caduta del protagonista per cercare di salvare tutti, qui ne mostra un’evoluzione, una maturazione. Che in realtà si rivela un ritorno alle premesse più classiche della personalità del personaggio, ovvero al Dylan che evita di ricorrere alla violenza persino davanti ai mostri.

A sangue freddo no, ma quando il comico diventa un mostro?

Recchioni, al termine di Dylan Dog 666, ci conduce così a un nuovo status quo della serie. In cui diversi aspetti sono tornati al proprio posto, e nuovi equilibri ne sono nati: 

  • torna Bloch, il cui rapporto con Dylan si stringe ancora di più: in questa realtà sono anche legalmente padre e figlio adottivo
  • rimangono in scena l’ispettore Carpenter e Raina, con cui l’Indagatore dell’Incubo è addirittura stato sposato
  • Xabaras, ancora vivo, può tornare come sempre
  • Lord Wells purtroppo no
  • non sono ancora comparsi altri comprimari come Madame Trelkowski, Kim, Morgana, Cagliostro e soprattutto John Ghost, convitato di pietra del ciclo
  • infine, al fianco di Dylan torna Groucho (“un” Groucho, abbiamo imparato) al posto del fu Gnaghi.

La mappa del mondo di Dylan si è quindi ricomposta, con qualche nuova geografia. Più che una ristrutturazione, sembra una mano di bianco – per attirare nuovi inquilini nel condominio – senza spaventare i vecchi. Valgono le abusate ma sempre chiare parole di Tancredi Falconeri ne Il Gattopardo: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi».

L’allenatore nel pallone

Quindi questo storyarc Dylan Dog 666 è una buona lettura? In verità no, o almeno non quanto avrebbe potuto essere. Per spiegarmi, allora, parto dal bicchiere mezzo pieno. 

Innanzitutto mi schiero fra coloro che pensano sia stato un buon modo per rilanciare il personaggio in un momento in cui sembrava arrivato a raschiare il fondo del barile, con storie poco ispirate, spesso retoriche. Insieme al “ciclo della Meteora” è servito a riaccendere i riflettori sulla serie, con l’obiettivo di imprimere nuove energie rivolte ai nuovi lettori, che mi auguro siano arrivati; e agli autori, che mi auguro stimolati a esplorare strade poco battute. 

Il cambio di passo della collana è una ulteriore, interessante conseguenza editoriale: la serie alternerà storie autoconclusive ad archi narrativi più lunghi, come quello annunciato per i numeri dal numero 409 in poi (il ritorno dello spettro del buio, Mana Cerace). 

Dylan Dog 666 ha inoltre offerto elementi che potrebbero tornare utili al cantiere della futura/probabile serie televisiva, fornendo soggetti che rileggono le prime avventure in chiave più contemporanea, con una trama orizzontale, inserendo nuovi personaggi – inclusi rappresentanti di minoranze sociali ignorate nel 1986 – ed escludendo Groucho, sempre problematico negli Stati Uniti per questioni di diritti. 

Insomma: è stato un modo intelligente per riappropriarsi delle origini ormai lontane del personaggio, riallacciandosi non solo ai primi albi ma ancora più a fondo con Dellamorte Dellamore, il romanzo di Sclavi che fece da prototipo per il personaggio.

E poi c’è il bicchiere mezzo vuoto.

Dylan Dog cita Unbreakable
La citazione da Unbreakable (M. Night Shyamalan, 2000)

Le buone intuizioni narrative e le brillanti azioni editoriali si scontrano con la loro messa in scena che, invece, non mi è parsa altrettanto riuscita. In questi sei episodi, Recchioni esaspera ulteriormente quelli che sono i cliché più vistosi nella sua scrittura, ovvero la piattezza dei dialoghi e l’uso smodato di citazioni. Tutti i suoi personaggi parlano, purtroppo, per frasi fatte: dalle parti più di Schwarzenegger in Commando che di Dylan Dog, per dirla in termini anni ottanta. I balloon di dialogo straripano di parole “altrui”, inserite tra quelle dei personaggi della serie senza che il loro richiamo abbia davvero un senso, come un secondo livello di lettura. Per quale motivo Dylan utilizza dei versi del Don Chisciotte di Guccini mentre parla con un corriere? O perché citare un intero monologo da Unbreakable di Shyamalan, interrompendo di colpo il ritmo della narrazione solo per abbandonarsi alla citazione?

Ne avevo già scritto a proposito del numero 400, che faceva un uso altrettanto pesante di richiami alla cultura pop: lo stile di scrittura di Recchioni è ancora tremendamente artefatto, costruito per accumulo di suggestioni esterne che non si amalgamano tra loro. L’esempio perfetto – visivo e non verbale, per una volta – si trova a pagina 83 di Dylan Dog 405, dove la sequenza disegnata da Giorgio Pontrelli “a macchie di inchiostro” viene brutalmente spezzata da una tavola che ne ricalca una celebre di Devilman di Go Nagai, rompendo il riuscito effetto grafico per il mero gusto di una citazione. La sequenza, affascinante, non aveva nessun bisogno di un calco altrui per generare l’atmosfera che voleva suggerire.

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Quando un fumetto prende una stecca: la sequenza di Pontrelli “interrotta” dalla citazione di Nagai

La voce dello sceneggiatore è quindi molto invasiva, un rumore di fondo in tutte le parole dei suoi personaggi che schiaccia il lettore e azzera le possibilità di emozionarsi per quel che succede. Non è un caso che la sequenza migliore di questi sei albi sia quella completamente muta di Dylan Dog 404, in cui la regia dettata dalla sua sceneggiatura è interpretata da un Sergio Gerasi in gran forma, senza che nessuna reference testuale – magari tratta da una commedia romantica anni Novanta – appesantisca il tutto.

All’opposto, il sesto albo del ciclo è occupato per due terzi dalla sequenza peggiore dell’intero storyarc. Dylan e Gnaghi esplorano un manicomio, incontrando un pazzo dopo l’altro e fuggendo o sconfiggendolo ogni volta, non senza una buona dose di retorica o di citazioni. Un catalogo di immagini horror – dal mostro degli abissi agli uomini morenti fusi insieme – che non ha alcuna utilità nell’economia della storia se non rallentare il ritmo: il numero precedente si era chiuso con il detective che aveva avuto l’intuizione su dove trovare il serial killer; queste 60 tavole sembrano solo un modo di riempire pagine per arrivare al finale.

L’effetto è quello di sfogliare un bestiario, una sorta di sussidiario illustrato di orrori privo di quell’umorismo nero e quella assurdità spiazzante con cui Sclavi – quando pure faceva ricorso a stratagemmi simili – era in grado di illuminare l’atmosfera, trasformando il gioco citazionista in un incubo. Qui invece il gioco rimane gioco, e l’esplorazione dei due si riduce a una corsa retorica, livello dopo livello, come in uno sparatutto il cui protagonista gira armato di una pistola caricata a parole.

I mostri di Corrado Roi sono sempre inquietanti, anche quando sono degli allungabrodo.

Va detto che dal punto di vista della gestione degli autori, Recchioni è stato davvero bravo. I disegnatori di Dylan Dog 666 sono stati utilizzati al meglio, abbinati perfettamente alle sceneggiature, spesso chiaramente scritte sapendo chi le avrebbe realizzate. Recchioni ha in questo dimostrato un talento autentico, quello di un allenatore che sa chi schierare nei vari ruoli affinché dia il meglio in partita. Non è la prima volta che lo dimostra. Ma con ogni probabilità, questa è la più felice.

Per continuare a dare sostanza alla serie, però, dovrebbe forse rinunciare a indossare lui stesso calzoncini e scarpe con i tacchetti. Il meglio potrebbe arrivare concentrandosi sul suo ruolo in panchina: estrarre dal cappello altre buone idee, di marketing o narrative, da far sviluppare ad altri autori abbinandoli ogni volta al miglior disegnatore possibile. Sono abbastanza convinto che la nuova strada del personaggio, seguendo lo schema di gioco che Dylan Dog 666 ha fatto intravedere, potrebbe regalare belle soddisfazioni. In fondo, per superare una lunga crisi generazionale e tornare a vincere, molte vecchie squadre blasonate hanno insegnato la lezione: un bravo allenatore dedicato, un calciomercato attento, e un buon clima in spogliatoio.

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