All You Need Is Love: i Secret Avengers di Aleš Kot e Michael Walsh

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Secret Avengers di Aleš Kot e Michael Walsh è uno dei cicli di storie di Marvel Comics ingiustamente meno considerati degli ultimi anni: una gestione tutto sommato breve – 16 numeri, usciti tra il 2013 e il 2014 – ma così ricca di personaggi e di momenti unici da meritarsi ancora oggi, a sei anni dalla conclusione, un minimo di approfondimento. 

La squadra dei “Vendicatori Segreti” era nata nel 2010 come ennesimo gruppo supereroistico pensato per black-op. Proprio come era stato in precedenza per l’X-Force rispetto agli X-Men, anche in questo caso si trattava di un piccolo nucleo di agenti impegnato in operazioni troppo discutibili per la loro controparte mainstream. In realtà si trattava di serie semplicemente più vicine all’idea di spionaggio e di spy-story rispetto alle narrazioni di più ampio respiro delle testate principali.

Kot e Walsh arrivarono sulle pagine di Secret Avengers dopo due gestioni di scrittori come Ed Brubaker e Rick Remender, in grado di orchestrare grandi storie rimanendo nel solco tracciato dal Nick Fury di Jim Steranko. All’epoca del suo coinvolgimento il giovane scrittore ceco non era ancora affermato, ma aveva già all’attivo diverse uscite per tutte le principali case editrici statunitensi. Prevalentemente Image Comics, ma anche DC Comics, Valiant Entertainment e la stessa Marvel. La sua capacità di adattarsi a ogni contesto senza rinunciare alla propria visione politica del mondo gli aveva permesso di guadagnarsi in breve tempo un ruolo di spicco presso la Casa delle Idee, trovandosi nel giro di un anno alla guida di tre serie (Secret Avengers, Bucky Barnes: The Winter Soldier e Iron Patriot).   

Anche il canadese Walsh esordì con una propria serie per Image (Comeback), che non era nulla di particolare ma gli permise di far conoscere il suo tratto, elegante e ricco di suggestioni retrò. Walsh si ritrovò ben presto a lavorare con una serie impressionante di case editrici, ma la sua collaborazione più importante e duratura rimane a oggi quella con la Marvel. Dopo aver lavorato agli adattamenti di Star Wars arrivò a vincere un Eisner Award per il lavoro svolto assieme a Tom King e Gabriel Hernandez Walta su The Vision.

Con il coinvolgimento di due autori dalla personalità così spiccata, la rottura con le gestioni precedenti era prevedibile. Il cambio di direzione fu messo in chiaro da Kot e Walsh fin dalla formazione della squadra. Se nei primi Secret Avengers avevamo Capitan America, Bestia, War Machine, Valchiria, Moon Knight, Nova, Vedova Nera, Sharon Carter e Ant-Man adesso tutto era nettamente ridimensionato. 

L’idea di fondo è il classico team-up implausibile di facce note – Maria Hill, Nick Fury, l’agente Coulson, Spider-Woman, Vedova Nera e l’imbucato Occhio di Falco – impegnato in operazioni enormi anche per qualsiasi squadra mainstream dell’universo Marvel. Una specie di Sporca Dozzina in seno allo S.H.I.E.L.D. Sono gli stessi personaggi a definirsi come «dei Thunderbolts di bravi ragazzi» (in riferimento al gruppo Marvel composto da super-cattivi), introducendo oltretutto una propensione metalinguistica che di tanto in tanto farà capolino per tutto lo svolgersi della trama.

La vicenda dunque non parte certo nel migliore dei modi, ma prende presto una svolta del tutto inaspettata – decisamente più brillante – quando sulla serie arrivano M.O.D.O.K. e il suo assistente, Lady Bullseye, Nick Fury e l’ordigno esplosivo senziente Vladimir. Unica creazione originale, quest’ultima, in mezzo a una seconda linea di strani personaggi introdotti da autori come Jack Kirby, Ed Brubaker e Alan Moore. E a quel punto che Secret Avengers trova una sua identità ben definita, tra una trama sempre più delirante ed enorme, un fine lavoro psicologico e riferimenti politici non troppo velati.

La sceneggiatura stessa diventa brillante e piena di senso dell’umorismo, alternando scene d’azione stilizzate quanto basta a trovate del tutto surreali, tipo una bomba senziente con la passione per il gelato. Si chiacchiera tanto, si salta avanti e indietro nel tempo, tutto viaggia a mille all’ora e ben presto si finisce invischiati in una ragnatela fatta di fantascienza hardcore, proiezioni psichiche della città murata di Kowloon, dimensioni parallele vagamente lovecraftiane, riferimenti a Jorge Luis Borges e stalli alla messicana sotto lo sguardo di placidi sciamani sudamericani.

Pensate a un punto d’incontro tra la rilettura fighetta e vagamente post-hipster dell’Occhio di Falco di Matt Fraction e David Aja e il gusto per l’intreccio e le speculazioni parascientifiche di Warren Ellis. La lunga ombra dello sceneggiatore di Planetary si estende su tutto il lavoro di Kot e Walsh – comicità cervellotica compresa – con la grossa differenza che su queste pagine la carica politica perde il consueto nichilismo e si presta invece a uno slancio ottimistico verso il futuro.

Eppure l’avvio suggerirebbe esattamente l’opposto. Appena entra in scena, il personaggio di Maria Hill si rivela – nonostante tutte le buone intenzioni a motivarne ogni scelta – come tutt’altro che positivo. Manipolatrice, spietata, completamente votata alla missione. Una sorta di Jack Bauer a capo della più potente agenzia di sicurezza del mondo. Prima della fine della gestione di Kot e Walsh la sua visione sulla realtà cambierà però completamente.

A indirizzarla verso uno nuovo stadio della sua vita sarà il più implausibile degli eventi: l’amore provato per lei da M.O.D.O.K. Lo scienziato a capo dell’organizzazione terroristica A.I.M. subirà infatti a sua volta un’epifania del tutto inedita: dopo aver passato gli ultimi 50 anni provando ad affermare se stesso come la più geniale e machiavellica mente criminale in circolazione, ora matura ammirazione e attrazione per qualcuno che reputa alla sua altezza. Ogni sua macchinazione, piano segreto o progetto di conquista passa sullo sfondo, messo in secondo piano dai sentimenti provati per l’agente Hill.

Per evitare il terrificante effetto “colpo di scena da soap-opera venezuelana” gli autori si prendono il loro tempo e introducono questa svolta narrativa poco per volta, sfruttando una serie di scene dove il tempo rallenta e mostrandoci i due protagonisti impegnati in conversazioni profonde e strutturate. Il meccanismo funziona bene e il dubbio che il terrorista provi qualcosa arriva a noi lettori ben prima della rivelazione esplicita. 

Kot e Walsh giocano con il lettore e aprono queste parentesi con estrema facilità, sospendendo per un attimo la serie dalla sua maratona forzata di “coolness”. I personaggi perdono la loro essenza di figurine bidimensionali sballottate all’interno di un surreale plot narrativo e acquistano profondità. Il punto centrale di tutto smette di essere l’azione o l’umorismo e si passa a parlare di quello che è davvero al centro di tutto Secret Avengers: amore ed empatia emergono infatti come temi portanti della serie, e i due autori si muovono da funamboli per evitare di finire in territori intrisi di facili sentimentalismi. 

Nonostante in ogni numero siano disseminate numerose spacconate, quello che risolverà la situazione non sarà una missione suicida, qualche frase fatta e il solito ipertrofismo da cinema reaganiano, ma la capacità di mettersi nella testa di chi ci sta di fronte e provare il suo stesso dolore. Il villain non cederà sotto la consueta gragnuola di pugni, ma semplicemente vedendo qualcuno piangere e provare dispiacere per la sua storia tormentata.

Se si prende in esame la gran parte dei super-cattivi da fumetto di supereroi non è raro incappare in personaggi incattiviti dalla vita, pronti a tutto per prendersi una meritata rivalsa. Solo che una volta diventati adulti – e indossato un improbabile costume – non troveranno che altri personaggi altrettanto problematici desiderosi di prenderli a pugni. Solo abbastanza furbi da mettersi dalla parte giusta della legge per poterlo fare, passando oltretutto per i buoni della situazione.

Era la tesi centrale di Watchmen, e Secret Avengers ha la presunzione di spingersi nello stesso solco, dimostrando cosa succederebbe se i supereroi cominciassero a comportarsi da eroi davvero positivi. Se i Thunderbolts di Warren Ellis erano una sorta di Arancia meccanica dei comics mainstream, Kot e Walsh ne realizzano una controparte positiva e piena di speranza

Si tratta di una tesi importante, a un passo da certo facile idealismo, così i due autori decidono per un approccio del tutto atipico. Per una volta disegni e sceneggiatura funzionano benissimo proprio perché completamente scollati tra loro. Walsh non sbaglia un colpo e costruisce per 16 numeri una regia ruffiana e leggera fatta di tratti retrò, citazioni, soluzioni iperpop e precisione nell’azione. Tutto quello che ha reso memorabili alcune tra le migliori run Marvel degli anni recenti è ripreso – senza mai nascondere l’origine – e aggiunto a un piatto già di per sé ricchissimo.

La grossa differenza tra il mero giocattolo metalinguistico che poteva essere e il gran lavoro che invece ci viene consegnato è la capacità del disegnatore di rallentare quando la sceneggiatura ne sente il bisogno e di cominciare a concentrarsi meno sulle coreografie e più sui personaggi. Kot approfitta del talento di Walsh per scendere nel loro intimo e indagarlo come mai ci si sarebbe aspettati. Mentre l’occhio si diverte a saltare attraverso la pagina per cogliere le mille trovate di regia, si avverte che non si tratta della solita serie eccentrica e stravagante per il mero gusto di esserlo.

Prima dell’ultima pagina tutti i personaggi saranno cambiati, forti di una maturazione molto più terremotante delle conseguenze di un mega-evento qualsiasi. E per un Nick Fury impegnato a fare surf con un agente Coulson ritrovato dopo un momento di dura crisi personale, Maria Hill ci apre il suo cuore e ci fa capire quanto possa essere grande e spaventoso ciò che non si conosce. In un ovvio parallelo politico con la politica estera degli Stati Uniti, la paura per lo sconosciuto ha il potere di renderci aggressivi e chiusi su noi stessi, desiderosi di prendere il controllo per imporre ovunque la nostra visione del mondo.

Kot non ha mai nascosto la sua anima politica e non ha certo cominciato a farlo scrivendo per le grandi major del fumetto statunitense. Così per lui la soluzione non è l’invasione di quello spazio vuoto, e neppure l’imposizione coatta della propria persona in un territorio vergine, quanto lo sguardo pieno di amore (ancora!), curiosità e speranza per quello che in quei territori sconfinati potremmo trovare. Ad arrivare a questa conclusione è proprio la stessa Hill, non dal ponte del suo Helicarrier ma sorseggiando un tè nel tinello della nuova casa di campagna di M.O.D.O.K.

Secret Avengers 1/14
(su Avengers Deluxe Presenta 7-12-14)
di Aleš Kot e Michael Walsh
Panini Comics, 2015-2016

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