Com’è il Texone di Massimo Carnevale

texone massimo carnevale bonelli tex

Ombre misteriose si aggirano sulla fiorente cittadina di Cedar Grove. Sono i “kedaghe”, le controfigure malvagie degli dèi indiani venute a vendicare la strage della tribù dei Kansa che abitava in origine quei territori, prima che i bianchi ne prendessero possesso con la violenza e l’oppressione. I kedaghe sono riuniti in un carnival, una specie di carovana di spettacoli itineranti, con fenomeni da baraccone e mostruosità ambulanti alla maniera dei freak di Todd Browning, e si sono alleati con i fratelli Fortune, noti rapinatori di banche di cui Tex e Kit Carson seguono le tracce.

Come un deus ex machina della tragedia greca classica, il dark carnival è tornato nel luogo del massacro per riportare giustizia e rimettere ordine nel mondo: Tommy Skeleton, così sottile che se lo porta via il vento, Jack Shado, il cupo direttore dell’indian carnival, la strega ragno, l’uomo tatuato, la donna più bella del mondo, Madame Zara l’indovina, sembrano tutti artisti da circo ma ricordano in modo fin troppo sinistro certe divinità indiane, ormai sepolte sotto le leggi della cosiddetta società civile.

Non poteva esserci teatro più adatto di questo per la prima incursione di Massimo Carnevale nell’universo texiano. Una prima volta sofferta, con travagli e ripensamenti, se pensiamo che Carnevale inizialmente rinunciò alla prima storia da lui assegnata, Luna insanguinata, un’altra avventura di genere weird western che fu poi pubblicata sulla serie regolare di Tex con i disegni di Corrado Mastantuono. Per fortuna, in seguito, Carnevale ci ripensò, e il curatore texiano Mauro Boselli non si lasciò sfuggire l’occasione di affidargli questa vicenda di atmosfere ventose, neri profondi e spiriti maligni che ritornano dall’aldilà per reclamare vendetta.

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Ispirato al romanzo Il popolo dell’autunno di Ray Bradbury, il racconto si apre come una ricerca piuttosto tradizionale dei nostri pard ai due fratelli Fortune – classiche figure di astuti banditi ladri di banche – per poi cedere al fascino inquietante della carovana di dèi iracondi e alla loro smania vendicativa che assume i tratti di una giustizia soprannaturale e inevitabile.

Carnevale rende bene il sentimento lugubre e ventoso della storia, la sfolgorante desolazione delle autunnali praterie del Kansas dove si compì la strage degli indiani innocenti e su cui si costruì la pacifica cittadina di Cedar Grove, una cittadina – e una civiltà, quella americana – edificata sulla paura, e che da questa paura alla fine troverà la propria catarsi. Il disegnatore inoltre tratteggia con piglio sicuro i volti dei tanti personaggi, al servizio di una sceneggiatura ben calibrata di Boselli (a parte forse un dialogo un po’ troppo lungo e ridondante tra un cacciatore di taglie e Madame Zara) che conduce a un lieto fine particolarmente improvviso e sofferto.

Il suo tratto si mantiene entro i confini della tradizione bonelliana, nel rigoroso rispetto della gabbia a sei vignette, con poche eccezioni a valorizzare i momenti di maggiore pathos. La sua interpretazione non può certo annoverarsi tra le visioni più innovative del personaggio: nomi come Kubert, Magnus, Breccia o Bernet hanno senza dubbio offerto versioni più radicali e di “rottura” rispetto al canone visivo e grafico texiano. L’approccio di Carnevale al ranger è più prudente e se vogliamo più profondo, meno evidente.

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Il suo uso del nero e delle inquadrature conserva una classicità al servizio della tradizione, iscrivendosi nel solco dei designatori più dinamici della serie, dal maestro Giovanni Ticci fino a Corrado Mastantuono e Stefano Andreucci. Ma forse l’elemento su cui il segno di Carnevale dà il meglio di sé è nella raffigurazione del vento: questo elemento onnipresente, che dà il nome agli indiani Kansa, che fa scricchiolare il legno delle case e crea un concerto di spettri, portando con sé le voci di coloro che sono morti sulla strada della (presunta) civilizzazione.

In questa piccola storia di inseguimenti e di vendette, ciò che permane in sottofondo è il triste lamento di questi dèi vendicativi, destinati alla sconfitta e all’oblio. Nella rassicurante rigidità della gabbia bonelliana si rispecchia un’idea immutabile del mondo, per la quale gli spiriti dei morti devono sempre trovare pace, gli innocenti devono essere riscattati e i colpevoli puniti. Per fortuna c’è ancora Tex a illuderci ancora una volta che le cose possano essere rimesse in ordine. Che la Storia sia un insieme di battaglie vinte dai buoni, e che il bene alla fine prevale sulle ingiustizie e i massacri insensati. Non è andata proprio così, come la Storia ci dice, ma ci piace pensare che almeno l’invincibile Tex rimetta a posto le cose e che la storia parallela nella quale lui vive prima o poi diventi anche la nostra.

Tex: La vendetta delle ombre (su Speciale Tex 36)
di Mauro Boselli e Massimo Carnevale
Sergio Bonelli Editore, giugno 2020
Brossurato, 264 pp., b/n
8,90 €

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