Cosa è rimasto di Carl Barks?

Il 25 agosto del 2000, nella sua casa di Grants Pass, Oregon, moriva il più influente fumettista Disney di tutti i tempi: Carl Barks. Aveva 99 anni e oltre 700 storie a fumetti alle spalle, quasi esclusivamente con protagonisti Paperino, zio Paperone o Qui, Quo e Qua. Tra queste, alcuni capolavori indiscussi come Paperino e il mistero degli incas (1949), Paperino e il ventino fatale (1952), Zio Paperone e la Stella del Polo (1953) o Zio Paperone e la dollarallergia (1954).

carl barks dipinto
Carl Barks in tarda età quando, smesso di fare il fumettista, si dedicò alla pittura di quadri ispirati alle sue storie più famose.

Barks iniziò la carriera come vignettista umoristico per riviste maschili, approdando in Disney a metà degli anni Trenta come intercalatore e poi come autore di gag e sceneggiatore per l’animazione. Molti dei più celebri cortometraggi di Paperino portano la sua firma, e fu quindi naturale che Dell Publishing – la casa editrice licenziataria dei diritti per i comic book – chiedesse a lui di realizzare i fumetti del personaggio. Non avevano in mente un impegno duraturo: volevano provare a inserire qualche storia inedita in albi che contenevano soprattutto ristampe. 

L’autore iniziò così nel 1942, quasi per caso, a fare fumetti di Paperino. Smise 32 anni dopo, quando era ormai noto in tutto il mondo come “L’uomo dei paperi”, primo fumettista Disney di cui il pubblico seppe il nome in un’epoca in cui gli autori erano sempre anonimi. Le sue opere erano amate da migliaia, milioni di lettori in tutto il mondo. Basti pensare che Walt Disney’s Comics and Stories, il mensile che scriveva e disegnava interamente da solo, negli anni Cinquanta era arrivato a vendere oltre tre milioni di copie.

Tra i fumettisti noti influenzati dal suo Paperino ci sono nomi insospettabili come Robert Crumb, Osamu Tezuka e Vittorio Giardino, ma la sua opera ha lasciato traccia nella cultura popolare anche fuori dal fumetto. Basti pensare a Steven Spielberg e George Lucas, che si sono ispirati anche alle sue avventure esotiche per i film di Indiana Jones. Per Lucas i fumetti di Carl Barks – «una parte impagabile del nostro panorama letterario» – avevano successo semplicemente perché sono innanzitutto “buone storie”, dal taglio molto cinematografico, capaci di trasportare i lettori in mondi fantastici. La sua prefazione al dodicesimo volume dell’integrale dell’opera di Barks pubblicata da Fantagraphics è una lettera d’amore appassionata, scritta da un ragazzino cresciuto che ha conosciuto l’avventura su quelle pagine in quadricromia.

In Italia, «il mondo sognante e misterioso di Paperino» ha lasciato un segno indelebile su Francesco Guccini, che ci ha addirittura dichiarato qualche anno fa che, per lui, Carl Barks avrebbe meritato il Nobel per la letteratura; su Roberto Vecchioni, che gli ha dedicato un racconto della sua antologia Viaggi del tempo immobile; addirittura su Dino Buzzati, che iniziava così la sua prefazione all’Oscar Mondadori Vita e dollari di Paperon de’ Paperoni: «Colleghi e amici, quando per caso vengono a sapere che io leggo volentieri le storie di Paperino, ridono di me, quasi fossi rimbambito. Ridano pure. Personalmente sono convinto che si tratta di una delle più grandi invenzioni narrative dei tempi moderni».

Una lunga intervista a Carl Barks prodotta nel 1995 dalla fumetteria Good Fellows Ky di Helsinki (Finlandia), in cui l’Uomo dei Paperi racconta la sua vita dall’infanzia e dai primi lavori come manovale fino alla pensione.

Chiaramente le sue tracce si trovano soprattutto nei fumetti Disney degli autori successivi. Quasi tutti lo citano come lettura imprescindibile, lo omaggiano nelle proprie storie e, più o meno consciamente, riutilizzano le sue invenzioni stilistiche e tematiche. La sua è una presenza costante ma meno visibile di quanto ci si aspetterebbe, con un andamento “carsico”: a volte compare in superficie, chiara, palese; più spesso scorre nel sottosuolo, dando nutrimento in modo sotterraneo alle opere che escono su Topolino. Per questo, a vent’anni di distanza dalla sua morte, è oggi importante domandarsi che cosa sia rimasto di Carl Barks nel fumetto disneyano contemporaneo.

“Quel becco troppo lungo”

Sembrerà strano, ma l’aspetto in cui Barks ha influenzato meno gli autori che l’hanno seguito è proprio quello più evidente, più esteriore, ovvero lo stile di disegno. A ben vedere, in realtà, il motivo può essere l’estrema varietà con cui disegnava i suoi paperi: non seguiva i model sheet, né quelli per l’animazione né quelli che si disegnava lui stesso, e l’aspetto dei personaggi varia spesso leggermente di storia in storia. Lo spiega bene Thomas Andrae nel suo saggio Carl Barks, signore di Paperopoli, pubblicato in Italia da ProGlo, riportando diversi esempi e anche testimonianze dirette dell’autore:

Verso la fine degli anni Quaranta, per esempio, cominciò a disegnare Paperino con un lungo becco. «[Intorno al 1949] qualcuno venne da me allo Studio Disney», ricordò Barks. «Una delle donne che lavoravano lì era inchiostratrice alla Disney, e io penso che sia stata lei a dirmi che ‘Corre voce per tutto lo studio che disegni quel becco troppo lungo’». Così Barks cominciò ad accorciare il becco del papero per portarlo a conformarsi con il Paperino dell’animazione.

Uno stile così mutevole non è certamente semplice da imitare. Non sorprende quindi che gli autori che sono riusciti a farlo proprio si contino sulle dita di una mano. In Italia l’unico barksiano puro è Marco Rota, autore classicissimo, a lungo caposervizio disegnatori di Topolino. Nonostante questo suo ruolo di supervisione redazionale, il suo stile non si è imposto nelle generazioni successive, che hanno preferito guardare a Giorgio Cavazzano o al limite a Massimo De Vita. Se sulle pagine di Topolino negli anni Ottanta/Novanta/Duemila c’erano tantissimi cavazzaniani – anche nomi oggi impensabili! – non c’era nessun rotiano.

Eppure il disegnatore milanese era riuscito a impadronirsi a fondo dello stile del maestro dell’Oregon. Da lui non aveva imparato solo a muovere i paperi con estremo dinamismo ma anche a staccarli dagli sfondi, utilizzando due segni completamente differenti per personaggi e ambienti. I primi sono classicissimi, con linee pulite e nette, pochissime ombre; i fondali, invece, sono molto particolareggiati, realistici, molto più di quelli che siamo abituati a vedere su Topolino.

marco rota vs carl barks
A sinistra, una tavola di Barks da Paperino e la clessidra magica (1950); a destra, Marco Rota da Buon compleanno, Paperino!

Più che nel nostro Paese, Rota ha avuto successo in Nord Europa, dove il pubblico, storicamente più classicista del nostro, ama chiunque si avvicini allo stile di Carl Barks, come l’americano William Van Horn e l’olandese Daan Jippes.

Barks intervistato dalla televisione danese nel 1994

L’imperatore del Calisota

Molto più diffuso è l’impatto che Carl Barks ha avuto sul cast Disney. Zio Paperone, è noto, l’ha inventato lui. Così come Gastone e Archimede, Ciccio, Amelia, i Bassotti, Rockerduck e Cuordipietra Famedoro, tutti nati nelle sue tavole. Ma anche personaggi che hanno esordito in animazione esistono solo grazie a lui: Qui, Quo e Qua compaiono in I nipoti di Paperino, corto co-sceneggiato da lui. E indovinate chi ha partecipato alla scrittura di Don Paperino, in cui compare una proto-Paperina, e in L’appuntamento di Paperino, in cui si vede finalmente la fidanzata di Donald Duck?

Possiamo dire, in sintesi, che a parte Paperino e Nonna Papera (che è di Al Taliaferro) e i personaggi creati successivamente negli Stati Uniti (Paperoga e Pico de Paperis) e in Italia (Brigitta, Paperetta Yé Yé, Sgrizzo, Reginella), il cast di Paperopoli è nato tutto dalla sua matita. Il nome stesso della città, Duckburg, compare per la prima volta in Paperino equilibrista (1944), quello dello stato in cui si trova, il Calisota, in Paperino contro l’uomo d’oro (1952). Carl Barks non ha quindi solo popolato la città, ma ha contribuito a fondarla. La sua opera è stata fondamentale per differenziare gli universi dei topi e dei paperi, che per lungo tempo avevano convissuto, aspetto fondante per tutte le storie successive.

carl barks famiglia paperi
Un quadro di Carl Barks dedicato alla famiglia dei paperi.

Questa ricchezza unica ha permesso a un autore/fan come Don Rosa di mettere ordine in quel mondo, costruendo alberi genealogici precisi e mappe di Paperopoli, trasformando spunti su spunti in un’opera di worldbuilding che ha fatto scuola. Lettori e fumettisti attuali riconoscono l’importanza di questo lavoro, tanto che chi scrive Topolino ormai rispetta alcuni dogmi del fumettista del Kentucky, ma all’epoca non fu altrettanto apprezzata da Barks, che al suo collega più giovane scriveva lettere di questo tono:

Penso che sarebbe meglio che tu evitassi ogni menzione della sorella di Paperino, Thelma (o Dumbella, che sia!). Ai lettori non verrà un esaurimento nervoso se la sua misteriosa apparizione e sparizione resterà inspiegata. Comunque, se senti di dover legittimare i nipoti dandole un nome plausibile e un marito responsabile, fai a modo tuo.

Per Barks i personaggi non erano persone vere, con parentele fisse e che si muovevano in mondi definiti al dettaglio. Erano più attori caratteristi, che interpretavano sempre la stessa parte in storie ogni volta leggermente diverse e scollegate le une dalle altre. Se in un’avventura Paperone rimaneva senza un soldo, poco importava raccontare come li avrebbe riguadagnati: il mese seguente il deposito sarebbe stato ugualmente strapieno di monetine, senza alcuna spiegazione, come se non fosse successo nulla. La mancanza non solo di una trama orizzontale ma addirittura di una semplice correlazione tra gli episodi è chiarissima proprio nell’introduzione dei personaggi. Se si esclude Paperone, che ha avuto un’iconica presentazione, tutti gli altri vengono trattati come se avessero sempre fatto parte del cast. 

carl barks prima storia zio paperone
«Tutti mi odiano e io odio tutti!». Il simpatico esordio di Paperone in Il Natale di Paperino sul Monte Orso (1947)

In Paperino lingualunga (1948), Gastone, entrando in casa di Paperino e togliendosi il cappotto, viene salutato come se fosse un volto noto, anche se è la prima volta in assoluto che compare. Lo stesso succede con i Bassotti: in La banda dei segugi (1951) Paperone ha pagato il nipote per disperarsi per lui per la scarcerazione della banda di ladri, chiaramente ben nota a entrambi, molto meno ai lettori che la sentono nominare per la prima volta. Poco importa, però: l’abilità di Barks nel tratteggiare i personaggi con pochissime vignette supplisce alla necessità di un’introduzione vera e propria e dà quasi l’impressione di conoscerli da sempre.

L’umorismo di tutti i giorni

Nel suo saggio Mickey – Uomini e topo, in cui racconta il proprio rapporto con Topolino, lo sceneggiatore Tito Faraci rivendica l’unicità della Disney nel panorama del fumetto popolare italiano nel racconto della quotidianità. A differenza di Tex, Diabolik, Dylan Dog, paperi e topi non vivono solo avventure e indagini ma anche «storie che riguardano problemi di soldi, lavoro, bollette da pagare… storie su equivoci e discussioni fra amici, fidanzati, parenti… storie su incidenti domestici, file al supermercato, vessazioni burocratiche…». È chiaramente una semplificazione, che ignora molto fumetto umoristico del passato e quel poco che ne è rimasto nel presente, ma che coglie un punto fondamentale e mette in luce uno dei generi che discendono direttamente da Barks (e in misura minore da Floyd Gottfredson, autore delle strip di Topolino dagli anni Trenta ai Settanta).

Barks aveva un talento unico per la commedia pura. Alcune delle sue storie migliori sono racconti della quotidianità di Paperino resi irresistibili da una sequenza di situazioni assurde, buffe, impossibili, surreali. C’è la serie dei racconti in cui deve tenere testa ai nipotini, o cercando di limitare i loro danni o aiutandoli in qualche compito, spesso finendo nei guai a causa della propria superbia; ci sono quelli in cui gareggia con Gastone, sfortuna contro fortuna sfacciata; quelli in cui si scopre bravissimo in un mestiere, dal demolitore all’estetista, per poi mandare tutto a ramengo per la sua cocciutaggine; quelli in cui combina un guaio e peggiora tremendamente la situazione nel tentativo di risolverlo fino al disastro finale. 

Sono tutti spaccati di vita di un uomo medio, che Barks racconta con ritmo serratissimo e moltissime gag partendo sempre da situazioni quasi realistiche e portandole all’estremo. Esemplare in questo senso è Paperino e la scavatrice (1949), che inizia con la dimenticanza dei regali di Natale per i nipotini, prosegue con un duello a colpi di scavatrice contro zio Paperone e si conclude con una classica commedia degli equivoci con travestimenti e scambi di persona.

carl barks paperino scavatrice
Il clou di Paperino e la scavatrice.

Le sue storie hanno una carica umoristica travolgente che di rado si ritrova altrove. Nonostante quello che scrive – giustamente – Faraci, i fumettisti Disney hanno imparato da Barks a raccontare situazioni di vita quotidiana, ma troppo spesso manca loro quella verve che riesce a trasformarle in perle di comicità. È difficilissimo trovare episodi barksiani di questo genere nella produzione successiva; forse solo Romano Scarpa è riuscito davvero a ricreare il tono, ad esempio in Paperino agente dell’F.B.I..

Quello che manca non sono (solo) le botte in testa al protagonista ma piuttosto lo sguardo critico nei confronti dei tipi umani che compaiono nelle storie. Carl Barks era crudele con i suoi personaggi, li maltrattava, li criticava, godeva nel metterne in luce i vizi. I suoi fumetti, soprattutto quelli brevi, erano opere umoristiche che sbeffeggiavano i difetti dell’uomo medio americano della sua epoca. Paperino molto spesso è ignorante e borioso, caratteristiche che convivono in modo naturale con la sua bontà d’animo e il suo coraggio, che lo aiutano a uscire dalle situazioni in cui si caccia. Il suo autore sottolinea di volta in volta le une e le altre, come per mostrare ai suoi giovani lettori qual è la via da seguire per diventare adulti per bene. Un taglio moralizzante? In parte sì, ma che non toglie nulla alla lettura del fumetto.

paperino e l'amuleto del cugino gastone
Il terribile segreto di Gastone: «Tanto tempo fa, in un momento di debolezza ho lavorato!» Da Paperino e l’amuleto del cugino Gastone, 1951.

Più sardonico era invece il modo in cui venivano tratteggiati alcuni personaggi secondari, soprattutto femminili. Paperina, ad esempio, e con lei moltissime altre donne, sono caricature un po’ misogine come quelle che hanno fatto per secoli la fortuna degli umoristi. La sua bidimensionalità stride al confronto con i caratteri sfaccettati di Paperino e Paperone o, addirittura, di Gastone. La papera serve soltanto per sgridare il fidanzato, essere il trofeo delle sue sfide o trascinarlo in qualche frivola occasione mondana. È uno dei rari casi in cui Barks mostra chiaramente una sensibilità diversa da quella attuale, influenzata certamente dalla sua gavetta sulle riviste maschili, infarcite di battute misogine. Al giorno d’oggi, per fortuna, una scrittura di questo tipo non sarebbe più accettata sulle pagine di Topolino.

Dal divano alla giungla più profonda

Ancora più importante per gli sviluppi successivi è il filone delle avventure umoristiche, che in Italia ha avuto prosecutori celebri in Romano Scarpa e Rodolfo Cimino (per intenderci, l’autore dei viaggi di Paperone su mezzi di trasporto assurdi e dei saggi con le barbe lunghissime).

Già la prima storia di Carl Barks, Paperino e l’oro del Pirata (1942, sceneggiata da Bob Karp e disegnata con Jack Hannah), era una buffa caccia al tesoro che strappava Paperino dal suo divano e lo mandava in luoghi lontani. La formula ebbe successo e fu riproposta con qualche variazione in Paperino e il fantasma della grotta (1947), Paperino e il mistero degli incas o Paperino e il cimiero vichingo (1952) e poi con maggior frequenza quando Paperone, entrato in pianta stabile nel cast, divenne il motore dell’azione: II sentiero dell’unicorno (1950), Le sette città di Cibola (1954), La favolosa pietra filosofale (1955), Il vello d’oro (1955) e altre ancora.

In questo caso Barks stesso ebbe un maestro, come si legge nel saggio di Andrae: «Quando si osservano le mie prime storie», spiegava Barks, «si nota come io stia tentando di applicare la formula stabilita da Gottfredson, una formula che prevedeva Topolino e altri personaggi coinvolti in situazioni buffe e al contempo alle prese con problemi seri, problemi che venivano da loro risolti con espedienti umoristici».

paperino e il fantasma della grotta
Scena di “combattimento” da Paperino e il fantasma della grotta.

L’opera di Barks cambiò l’equilibrio delle storie d’avventura in casa Disney. Prima di lui erano appannaggio del solo Topolino di Gottfredson, autore di decine di racconti pubblicati a puntate nelle strip quotidiane. La serie di Paperino di Al Taliaferro, che usciva anch’essa sui giornali, presentava invece strisce autoconclusive a gag, e solo in Italia e in Inghilterra era comparsa qualche storia più lunga, ovviamente ignota in America. Dopo Barks, invece, l’avventura diventò quasi esclusiva dei paperi. Paperone e nipoti, più simpatici alla massa dei lettori rispetto al topo anche per via di una scrittura spesso svogliata di quest’ultimo, furono scelti sempre più spesso come protagonisti di storie di ampio respiro, soprattutto in Italia, mentre l’altro fu utilizzato sempre più per gialli, se si escludono il già citato Scarpa, il suo erede Casty e pochi altri casi.

Questo mutamento di percezione e di ruolo dei personaggi dipende sicuramente anche da quante volte sono state ristampate le storie di Gottfredson e Barks. Il fumetto Disney in Italia è storicamente “usa e getta”, ancora oggi vive quasi esclusivamente in periodici da edicola e sono pochissimi i volumi da libreria che possono restare a catalogo per anni, ancora meno quelli dedicati agli autori classici. Per questo la frequenza di ristampa condiziona moltissimo la fortuna di una storia, il suo ricordo nei lettori. Il primo ha visto molte meno riedizioni dei suoi classici, in cui mostrava un modo di scrivere Topolino diverso da quello che andava per la maggiore e che l’aveva reso antipatico, e per questo ha avuto un’influenza tutto sommato minore rispetto al collega.

Basti pensare alla sorte delle loro storie più celebri e ristampate: Topolino e il mistero di Macchia Nera (1939) e Paperino e il ventino fatale (1952). La prima, pur essendo uscita ben 13 anni prima, ha goduto di molte meno edizioni, forse per via del formato a strisce, più scomodo da adattare, e della maggior lunghezza: le sue edizioni “popolari”, quindi non in volumi costosi o a tiratura limitata, sono soltanto 7. La seconda, invece, si è vista in ben 12 albi da edicola o allegati a quotidiani in poco più di 60 anni, circa una pubblicazione a lustro. Questa maggior frequenza, unita all’altissima qualità delle storie, ha contribuito alla “vittoria” dell’Uomo dei Paperi su quello dei Topi, motivo per cui fino a poco tempo fa le avventure su Topolino avevano sempre solo protagonisti piumati.

Il verbo di Barks, infine, è stato anche l’unico a potersi diffondere al di fuori del fumetto grazie alle due serie animate Ducktales, quella degli anni Ottanta e quella del 2017, che hanno attinto a piene mani nel suo corpus, portando al più ampio pubblico televisivo, ad esempio, l’avventura sotterranea con i fermini e i terrini e la ricerca della corona perduta di Gengis Khan.

Già nella sigla della serie del 2017 le citazioni barksiane si sprecano, con molte inquadrature ispirate ai suoi quadri.

Il fumetto Disney d’avventura oggi è quindi di matrice barksiana, passato ovviamente attraverso una naturale evoluzione negli stili di scrittura e di disegno e nelle tematiche, ma ancora abbastanza ancorato al modello da non far apparire troppo fuori dal tempo un’operazione di chiaro stampo nostalgico come la storia Zio Paperone e l’identità perduta di Vito Stabile e – guardacaso – Marco Rota, uscita su Topolino 3377 e 3378 dell’agosto 2020.

Paperone è ancora quello di Barks?

Arriviamo quindi a un punto fondamentale, che ci aiuterà – spero – a rispondere alla domanda che ho posto nel titolo dell’articolo, ovvero l’analisi della figura di Paperon de’ Paperoni, come era nel 1947, quando comparve per la prima volta in Il Natale di Paperino sul Monte Orso, e come è oggi.

Creando il suo avarastro, Barks non pensava di riproporlo in storie successive. Era una macchietta, lo zio ricchissimo, misantropo e un po’ sadico, buono per una storia tutta da ridere. Facendolo tornare in seguito una, due, tre volte, il fumettista si ritrovò in modo naturale a sfaccettare la sua personalità. Lo rese un uomo pieno di difetti tremendi ma capace anche di slanci passionali e di gesti di carità imprevedibili. È emblematico il finale di Zio Paperone e la Stella del Polo, quando, invece di riscuotere un debito dalla sua vecchia fiamma Doretta Doremì, ridotta in miseria, lo Zione le lascia trovare un tesoro in pepite d’oro, fingendo però di non averlo fatto intenzionalmente per non intaccare la sua fama di taccagno.

Ancora più interessante è il suo rapporto con il denaro. Storia dopo storia, Barks iniziò a disegnare sempre più mucchi di monete nell’ufficio di Paperone, inventando poi l’idea che ne avesse un deposito pieno da ben tre ettari cubici, dimensione fisicamente impossibile (l’ettaro è una misura di superficie, non può esistere un ettaro cubico) scelta per il suo valore iperbolico così come il termine inventato “fantastiliardo” (in inglese “centrifugilillion”). Questo volume impossibile non è pieno di banconote né di monete d’oro, bensì di spiccioli, nichelini e decini raccolti per terra, e il vecchio papero conosce la storia di ognuno di loro.

barks paperone ventino fatale
Paperone letteralmente sommerso dal suo denaro, in una delle scene iniziali del Ventino fatale.

Quello che Paperone ha con i suoi soldi, infatti, è un rapporto amoroso e totalizzante. Al termine di Zio Paperone e la disfida dei dollari (1952, in originale Only a Poor Old Man, da notare l’utilizzo della parola “uomo” e non “papero”) i nipoti lo lasciano da solo, disgustati dal suo preferire agli affetti una ricchezza che per tutta la storia non gli ha portato che guai. Per loro è solo un povero vecchio, ma lui non riesce a capire affatto il loro punto di vista: la cosa più bella della vita, per lui, è tuffarsi nelle monetine come un pesce baleno e scavarci gallerie come una talpa. «Nessuno è povero se può fare ogni tanto quello che gli piace.»

Così Paperone vive di paradossi, di scenate tragiche ogni volta che perde qualche dollaro, di rifiuti categorici di regalare soldi perché non se lo può permettere. Non sembra una posa da taccagno, Barks ci fa capire che lui è profondamente sincero, convinto di non potersi separare nemmeno da una banconota della sua immensa ricchezza. Perderne è quasi un dolore fisico per lui, quello di un genitore che vede andare via per sempre suo figlio. Specularmente, le poche volte che spende lo fa allo stesso modo in maniera esagerata, costruendo statue alte come montagne per dimostrarsi più ricco del Maragià del Verdestan o incaricando i nipoti di scialacquare milioni di dollari solo perché non c’è più spazio nel deposito.

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L’ossessione per la sicurezza del suo denaro, che deve proteggere da tarme, topi, polvere e, ovviamente, Bassotti, è alla base della fondamentale Zio Paperone e la disfida dei dollari.

In Italia, invece, la ricchezza del personaggio inizialmente non è stata capita. I primi autori che l’hanno utilizzato l’hanno appiattito sul solo aspetto della tirchieria, soprattutto lo stesso Guido Martina che negli stessi anni stava semplificando il carattere di Topolino. Il Paperone made in Italy era un affarista senza scrupoli, che rischiava sempre di scivolare nella malvagità, un avaro impenitente, un vero e proprio antagonista di Paperino. Si potrebbe obiettare che Martina e soci scrivevano in contemporanea a Barks e non potevano quindi cogliere appieno l’evoluzione che stava avvenendo in diretta. Eppure un loro contemporaneo ci era riuscito, il già citato Romano Scarpa, che, unico o quasi tra i primi Disney italiani, in storie come  La leggenda dello Scozzese Volante (1957), La Fondazione de’ Paperoni (1958), o L’uomo di Ula-Ula (1959) ne ha mostrato il lato umano sotto la scorza di taccagno.

Il fumettista veneziano ha fatto scuola tra le generazioni successive, a partire dal suo ex inchiostratore e poi sceneggiatore Cimino. Intanto anche l’opera di Carl Barks veniva riscoperta grazie a ristampe mirate. Il già citato Vita e dollari di Paperon de’ Paperoni del 1968, che proponeva esclusivamente alcune delle sue migliori storie (qui l’indice), e che per inciso fu il primo Oscar Mondadori in assoluto dedicato al fumetto, creò un primo canone. I lettori abituali di Topolino si potevano accorgere subito della differenza abissale tra quei racconti e tanti di quelli che trovavano in ogni uscita del settimanale.

In questo modo man mano la figura del papero scozzese cambiò, per ritornare sempre più alle sue radici. Oggi qualsiasi sceneggiatore conosce le storie fondanti del personaggio e lo scrive in modo molto più vicino a quello del periodo d’oro del cartoonist dell’Oregon rispetto a quanto veniva fatto negli anni Cinquanta e Sessanta. Quindi il Paperone che leggiamo oggi su Topolino è lo stesso ideato da Barks? No, in realtà. Nonostante gli assomigli molto, gli autori hanno via via smorzato le sue assurdità ed esagerazioni. In questo, per assurdo, era più efficace Martina, che lo rendeva protagonista di scenate esasperate, anche se diverse da quelle che si trovavano negli albi americani.

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Una delle tante pagine autoconclusive disegnate da Barks, che funzionavano grazie alla sua grande capacità nell’inventare gag.

Quello che è successo a Paperone, in sintesi, è successo all’opera di Barks nel complesso. La sua influenza, filtrata dalle esperienze di Scarpa, Cimino e Rosa, è forse in questi anni più forte che mai. Gli autori stanno riscoprendo le sue storie, anche con operazioni di remake più o meno riuscite e stanno cercando di rifarsi il più possibile a lui nello scrivere i personaggi. 

Probabilmente tutti coloro che lavorano per Topolino citeranno il suo nome come prima influenza delle proprie opere, o al limite nelle prime cinque, ed è una cosa che si vede concretamente nel modo in cui vengono trattati i personaggi. L’unica pecca è che per tutti, ormai, l’esistenza del deposito di Paperone è una cosa normale e scontata. Quello che manca per essere davvero barksiani è rendersi conto che avere un cubo di metallo su una collina, pieno di monetine di poco valore, è una cosa da malati di mente.

Si ringrazia Emanuele Rossi Ragno per la consulenza.

Per approfondire l’opera di Carl Barks, cosa impossibile in un solo articolo, consiglio di recuperare il saggio Carl Barks, signore di Paperopoli pubblicato da ProGlo.

Più difficile invece leggere le storie di Carl Barks in modo completo. Molte sono state ristampate nella collana Uack di Panini e nei volumi 4 e 11 di Tesori Disney International, mentre Giunti ha iniziato a pubblicare un’integrale chiamata Paperdinastia, ferma però da un paio d’anni al sesto volume. Al momento la migliore edizione resta La grande dinastia dei paperi, pubblicata in allegato alla Gazzetta dello Sport nel 2008, unica edizione al mondo che ristampa tutte le storie. Negli USA Fantagraphics sta pubblicando da anni The Complete Carl Barks Library, il cui ventitreesimo volume è in uscita nei primi giorni di settembre 2020.

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