Il fardello di Enki Bilal

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Come un fardello, un peso sulle spalle da portare nel Purgatorio della sua personalissima arte. È quello che sopporta Enki Bilal e che rivela in una sua simbolica illustrazione per il volume L’état de stocks (1986, Futuropolis). In quella fragile cassa legata con lo spago e che tiene sulla schiena piegata dal peso, l’etichetta indica la direzione della sua vita: da Belgrado a Parigi. Sul contenuto della cassa, magari, vi diremo più avanti. Quello che conta, adesso, è la scena che sta in secondo piano, affollata di persone, animali, rovine e cose. Dentro quella folla ci sono alcuni dei protagonisti ricorrenti nelle storie raccontate da Bilal e, in particolare, nella saga di Alcide Nikopol, apparsa giusto 40 anni fa, nel luglio del 1980. Tre volumi seminali – e disseminati di altre fecondazioni – da La Fiera degli Immortali (1980) a La Donna Trappola (1986), a Freddo Equatore (1992), per una trilogia che segna uno spartiacque nel suo lavoro e che darà vita a successive trilogie a cascata.

A Parigi, da Belgrado, Enki Bilal c’era arrivato nel 1961, dieci anni dopo la sua nascita (il 7 ottobre del 1951) da madre ceca e padre bosniaco. Qui disegna e impara, mette a frutto negli anni due incontri fondamentali: con René Goscinny, che lo introduce nella rivista Pilote, e con Pierre Christin, scrittore e sceneggiatore di talento, con cui tra i Settanta e gli Ottanta firma una serie di albi che gettano le fondamenta del nuovo fumetto europeo (da La crociera dei dimenticati a Il vascello di pietra, a La città che non esisteva, fino alle sue due opere più politiche, Le falangi dell’ordine nero e Partita di caccia). Poi l’arrivo a Métal Hurlant e l’avvio con Exterminator 17 (1979, con Philip Dionnet) della svolta vera. Bilal si mette in proprio, scrive e disegna tutto da solo: nasce Nikopol.

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Nikopol è l’alter ego di Enki Bilal fin dal nome: dentro c’è la parola nike (dea greca della vittoria) che altro non è se non l’anagramma di enki. E Nike sarà l’«erede» di Nikopol in Il sonno del mostro (1998), primo capitolo di un’altra saga in tre, forse Quattro? capitoli. Precipita dallo spazio, Nikopol, dov’era stato imprigionato e ibernato per diserzione trent’anni prima della caduta della sua navicella nella Parigi del 2023. Ad accoglierlo una folla di pitocchi urlanti che vive nell’arrondissement dov’è confinata la maggior parte della popolazione povera. Il resto, ovvero i ricchi, l’esercito e il potere fascista dittatoriale esercitato da Jean-Ferdinand Choublanc occupano il centro. A sottrarlo alla polizia e a salvarlo – si fa per dire – un dio con la testa di falco: Horus. Che non se la intende troppo con il suo «olimpo» di dei egizi (Toth, Anubis, Bast), che giocano al Monopoli dentro una piramide levitante nel cielo di Parigi e tengono sotto ricatto la città.

Anche Horus è un disertore e cerca un corpo umano dove nascondersi e costruire la sua vendetta: quale meglio di quello di Nikopol, fresco di scongelamento? Detto fatto! Horus entra dentro Nikopol e da questo momento guiderà il suo corpo e la sua mente (ma non del tutto). Horus-Nikopol diventerà l’avversario del dittatore Choublanc e conquisterà il potere, rendendo Parigi un po’ più libera. Ma non è un lieto fine, perché Nikopol perderà la sua mente e anche il suo corpo (ma non del tutto). Per ritrovarlo, forse, dovrà migrare (ma è ancora lui? Eh già, le cose si sono complicate, adesso è riapparso Niko, figlio segreto di Nikopol, uguale sputato al papà) sempre in compagnia di Horus tra Londra, Berlino e l’Africa e dovrà attraversare gli altri due volumi di questa saga. Non aggiungiamo altro perché vi consigliamo di recuperare La trilogia di Nikopol (tutta tradotta da Alessandro Editore e ora riunita in un unico volume).

Torniamo al “fardello” di cui dicevamo. Sull’etichetta c’è scritto Belgrado e dentro la cassa ci sono le memorie, i ricordi di quella terra chiamata un tempo Jugoslavia, pesantemente ferita dalla Seconda guerra mondiale. Ma c’è, soprattutto, la visione profetica dei conflitti etnici e dell’altra guerra civile e internazionale che verrà negli anni Novanta. Le città devastate, le rovine, i detriti di cemento, le creature miserevoli e deformi (siano esse aliene, zoomorfe o meno), gli innesti tra corpi organici e meccanici disegnati da Enki Bilal fanno parte di panorami diversi eppure identici: quelli degli effetti di guerre e violenze.

Su decomposizione e morte s’affollano le mosche come nel ricordo che apre Il sonno del mostro, un’altra parte della profezia che verrà dopo: «Ho diciotto giorni e I remember le grosse mosche nere e l’aria tiepida dell’estate che penetra attraverso le crepe dell’ospedale. A diciotto giorni so riconoscere il soffio dell’aria dal soffio delle bombe, e uno sparo di mortaio da uno sparo di T34…». È Nike a parlare, ma è sempre lui, Nikopol o se preferite Enki. E siccome Bilal si esprime con il segno e il colore, la sua tavolozza è quella dei grigi cementificati, delle biacche gessose, delle colate di ruggine, complementi cromatici delle rovine e delle macerie. Punti neri come mosche fastidiose, fiocchi gelati di neve sporca e macchie di sangue. Il rosso abita le sue figure con schizzi e grumi; e il colore complementare è il blu che è l’altra metà del cielo, ovvero Jill Bioskope dai capelli blu. Che poi trascolorano in castano in Yelena o in rosso, ancora, in Leyla: femme piege, donne trappola, donne magnifiche, incontrate da Nikopol nelle sue varie incarnazioni.

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Negli stock di quella cassa ci sono dunque memorie del reale trasfigurate in arte, ma ci sono anche le suggestioni di una cultura visuale e non solo che Bilal incontra sul suo cammino da Belgrado a Parigi e oltre. Se facessimo un gioco con le date potremmo compilare un calendario di prestiti, citazioni, anticipazioni di quello che gli girava intorno tra i Sessanta i Settanta, gli Ottanta, i Novanta… Dal fumetto (e allora il gruppo di Métal Hurlant, Moebius in testa, anche lui con le sue creature dalle teste di cane o di rapace) al cinema (viene prima Bilal o Ridley Scott di Blade Runner? E le piramidi volanti di Stargate, appaiono prima o dopo La fiera degli Immortali?).

Del resto Bilal il cinema l’ha frequentato, collaborando più volte con Alain Resnais e firmando lui stesso tre film: Bunker Palace Hôtel (1989), Tykho Moon (1986), Immortel ad Vitam (2004), trasposizioni non felicissime del suo immaginario a fumetti. E ancora: le donne usate soltanto come fattrici di figli – sempre nella Fiera degli Immortali – hanno partorito prima o dopo le Ancelle di The Handmaid’s Tale di Margaret Atwood? Dalla letteratura (Nikopol/Niko cita a profusione i versi «maledetti» di Baudelaire) fino all’arte e alla pittura che Bilal omaggia con una fantastica serie di sperimentazioni pittoriche ne I fantasmi del Louvre (Futuropolis e in Italia Bao Publishing), mostra e libro. Di questo e delle affinità di alcuni aspetti della pittura di Enki Bilal con quella di Francis Bacon, se volete andate a leggere quanto scrissi qualche anno fa su Conversazioni sul Fumetto.

Proprio in questi giorni Enki Bilal è il protagonista di una mostra in Bretagna, a Landernau (dal 18 luglio al 4 gennaio 2021), organizzata dal Fonds Hélène et Édouard Leclerc pour la Culture, che propone alcuni inediti e mette a confronto sue opere con quelle di artisti come Jacques Callot, Francisco Goya, Gustave Doré, Hyeronimus Bosch e, appunto, Francis Bacon. Dimostrerà, ancora una volta, le sue radici artistiche e umane e la sua capacità di denuncia delle derive disumane della guerra e della violenza. Ma in Bilal ci sono anche i temi dell’inumano e dell’ibrido, affrontati più di recente nelle sue ultime opere da Animal’z a Bug. In fondo, stava già tutto in quella cassa che portava sulle spalle il giovane Nikopol: «Ho fatto del mondo la mia materia d’espressione artistica. Non faccio altro che esplorare i temi della nostra vita umana sulla terra». Parole e segni di Enki Bilal.

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