“Lettere a me stessa”: l’autoterapia di Kabi Nagata

di Valeria Righele

Nel Giappone degli anni Novanta era in voga tra le studentesse delle scuole medie scambiarsi un quaderno in cui condividevano esperienze e pensieri quotidiani. Le pagine del cosiddetto “Kōkan Nikki” potevano essere decorate in nei modi più svariati, con l’ausilio di fotografie, ritagli di riviste, penne colorate. Anche la fumettista Kabi Nagata quand’era più giovane teneva un diario di questo tipo e ovviamente ci disegnava. Solo che invece di condividerlo con le coetanee, lo realizzava da sola, era una conversazione a senso unico.

Lettere a me stessa Kabi Nagata

Dopo La mia prima volta – My Lesbian Experience with Loneliness, pubblicato in Italia da J-Pop nel 2019 (per noi uno dei migliori graphic novel stranieri usciti in Italia l’anno scorso e listato da Amazon tra i migliori usciti in USA nel 2017), un manga autobiografico in cui raccontava la scoperta della propria sessualità e i sofferti tentativi di colmare i vuoti della propria vita, Kabi Nagata riceve la proposta dal suo editore giapponese di lavorare a una nuova storia a puntate con lei stessa come protagonista. Indecisa sulla trama, dopo diversi brainstorming scartati e ripresi, decide di realizzare tutto in forma di diario indirizzato a se stessa. Esattamente come faceva quand’era piccola.

Il risultato è Lettere a me stessa – Dopo la mia prima volta (anch’esso pubblicato in Italia da J-Pop). Un’opera proposta esattamente come “sequel” del suo bestseller, in cui la narrazione riprende da dove si era interrotta. Si tratta di un volume decisamente più oscuro e cupo del precedente, dove le riflessioni sulla famiglia, la solitudine, i sentimenti di inadeguatezza e l’aggravarsi della salute mentale dell’autrice vengono stemperati a stento dal tono autoironico che accompagna il rosa pastello e i disegni fortemente stilizzati.

Kabi scrive molto, scrive a se stessa pur di trovare qualcuno che l’ascolti. Iniziando i capitoli/lettere con un saluto retorico («Cara Kabi Nagata, buongiorno. Da quanto tempo! Sono Kabi Nagata»), racconta alla sé del futuro le battaglie quotidiane con la depressione, il desiderio di approvazione dei genitori e il sogno di diventare un’artista riconosciuta e un essere umano degno d’amore. Non è un mettersi a nudo fine a se stesso, ma una maniera per analizzare coscientemente la propria vulnerabilità.

lettere a me stessa Kabi Nagata
Hitori kokan nikki @2016 Kabi Nagata/Shogakukan

Vicina a compiere trent’anni e desiderosa di provare la propria indipendenza economica, va a vivere da sola e ha un primo, vero, appuntamento con una ragazza. Ma la morsa della solitudine e il senso di colpa per essersi allontanata da sua madre la perseguitano e si ripresentano, ancora e ancora, facendole fare continui passi indietro anche quando sembra trovare un equilibrio.

Il percorso tortuoso che compie la sua mente per trovare pace viene riportato sulla pagina con una narrazione ondivaga, ripetitiva, a tratti esasperata. È così che l’autrice comunica il ciclo della malattia mentale, in cui tensione e paura che prima erano assenti si acutizzano all’improvviso, risultando talmente invalidanti e schiaccianti da renderle impossibile affrontare le attività di ogni giorno, come il lavoro, il godimento del tempo libero e il mantenimento delle relazioni. Fino a non riuscire nemmeno ad alzarsi dal letto o a prendersi cura di sé fisicamente.

Non importa che la sua carriera da mangaka sia decollata e ora non sia più costretta a svolgere i mille lavoretti part-time di cui raccontava in My lesbian experience. Kabi davanti a sé ha uno scoglio ben più grande: la sua passione si è trasformata in un lavoro a tempo pieno che la costringe a stare china su un tavolo da disegno in completo isolamento.

La consapevolezza della propria inefficienza, unita a insicurezza patologica e a un forte senso di inquietudine, la portano a un blocco creativo e allo sviluppo di nuove dipendenze (alcool e medicine) pur di distrarsi dall’incessante ruminare sui propri sbagli e sulle proprie colpe. Come se non bastasse, anche le reazioni del pubblico influiscono sulla trama della serie. Kabi descrive infatti minuziosamente come il successo di My Lesbian Experience e persino i riscontri alle prime lettere di questo “diario in solitaria” abbiano influenzato la sua vita personale, perpetuando la sua ansia e l’autolesionismo. Un’angoscia tanto più forte quando si tramuta nel pensiero che i suoi genitori possano leggere la sua serie, scoprendo non solo che prova un profondo risentimento nei loro confronti ma anche che si è rivolta a un’agenzia di escort lesbiche per provare finalmente un po’ di calore umano.

In tutti i modi prova a nascondere ai suoi il libro, fino a quando, rassegnata, chiede il loro parere e si sente rispondere che avrebbe fatto meglio a fermarsi lì (sua madre dice glaciale: «Invece di diventare famosa, preferirei mi aiutassi in casa» e per tutta risposta Kabi si ritrova a prendere a pugni la scatola di copie di spettanza del libro, fino a farsi sanguinare le nocche delle mani).

Eppure proprio nel momento di maggior bisogno, questo divario con i genitori si assottiglia. La madre e il padre sono al suo fianco quando finisce all’ospedale e sono presenti, disponibili e ottimisti, quando esce per tornare a casa. Persino i nonni, leggendo i suoi libri e riconoscendo il suo impegno nell’averli scritti, si congratulano con lei.

lettere a me stessa Kabi Nagata
Hitori kokan nikki @2016 Kabi Nagata/Shogakukan

La vita dell’autrice non smette di essere complicata per questo, certo. Continuano a esserci alti e bassi, momenti di grande confusione e disperazione, sfide e difficoltà. Ma se non altro riconoscendo che attorno a lei ci sono delle relazioni reali e gratificanti, può realizzare il desiderio di sentirsi amata («A quanto pare un desiderio che si è realizzato nientemeno che a casa mia», scrive nel primo epilogo. «Adesso cercherò di farlo diventare realtà anche con qualcuno non della famiglia»).

La miseria, i dettagli sgradevoli, l’infelicità: tutto quello che le è servito per imparare che la vita è qualcosa per cui vale la pena lottare è presente nelle sue lettere, per mostrarci che anche l’infelicità e le battute d’arresto possono essere utili, insegnandoci qualcosa. L’apprezzamento ricevuto da My Lesbian Experience era dovuto all’onestà bruciante con cui Nagata ha raccontato le proprie difficoltà con la salute mentale e la propria omosessualità e all’immediatezza del linguaggio che utilizzava per confessarsi.

Secondo alcuni fan Lettere a me stessa non è riuscito a eguagliare il precedessore, e la durezza dei temi trattati ha reso la lettura pesante, dolorosa, persino confusionaria. A questi fan delusi ci pensa l’autrice stessa a rispondere, nel secondo epilogo inserito a fine volume, spiegando con una pazienza encomiabile che quella che ha disegnato è la sua vita e non c’è modo di edulcorare ciò che le è successo o sapere se le scelte che descrive si riveleranno giuste o meno: «La vita è fatta così, quindi sono sicura che comprenderete». Il fatto che riesca a mettere dei paletti tra il suo cuore e il pubblico è interessante e positivo.

Tutta l’opera di Kabi Nagata trasmette un forte messaggio sull’imparare a prendersi cura di sé e volersi bene e, come tutta la buona letteratura dedicata alla salute mentale, riesce a far sentire le persone meno sole nella loro singolarità.

Lettere a me stessa. Dopo la mia prima volta
di Kabi Nagata
traduzione di Carlotta Spiga
J-Pop, maggio 2020
brossurato, 340 pp., bicromia
16,00 €

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