“Rusty Brown”, il fumetto infinito di Chris Ware

rusty brown christ ware graphic novel coconino press

Di tutti i progetti di Chris Ware, uno dei più importanti fumettisti viventi, Rusty Brown è probabilmente il più maturo, il più ambizioso e il più narrativamente riuscito. Il lavoro sul linguaggio (il miracoloso miscuglio di immagini fisse, grafica e narrazione che i nostalgici come me si ostinano ancora a chiamare fumetto) portato avanti con Jimmy Corrigan (2000) ed “esteso spazialmente” (ci vorrebbe un saggio a parte, per descrivere precisamente il concetto) in Building Stories (2012), con Rusty Brown trova un significativo punto di arrivo, quello in cui il talento grafico e visivo di Ware si sposa meglio con le sue ambizioni di scrittura.

Non si tratta soltanto di identificare le innovazioni linguistiche e strutturali che caratterizzano il lavoro di Ware, ma di riconoscere come queste soluzioni si inseriscono organicamente all’interno della narrazione, ne costituiscono il fondamento. La difficoltà strutturale che caratterizzava il precedente lavoro di Ware, Building Stories – probabilmente uno degli esperimenti narrativi più audaci di questo scorcio di millennio, costituito da una serie di elementi modulari, oggetti-libro di diversi formati, inseriti in una scatola, che potevano essere letti separatamente l’uno dall’altro ma che formavano, nella loro concatenazione, un unico edificio narrativo – con Rusty Brown trova una decisa semplificazione nella rassicurante linearità del formato graphic novel.

L’oggetto-libro si materializza in un romanzo per immagini a tavole orizzontali in cui si intrecciano le vicende di diversi personaggi in un contesto chiuso e spazialmente definito. Ma il legame tra le storie e i personaggi all’interno del contesto – un piccolo paese del Nebraska, solcato dalla neve – crea possibilità di racconto praticamente infinite. Il romanzo si compone di diverse parti, che erano state pubblicate originariamente all’interno della collana Acme Novelty Library, e che qui trovano una loro estensione e organizzazione.

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Ogni elemento si lega al precedente e al successivo, componendo così un racconto in fieri. Tant’è che il romanzo non può dirsi concluso, semplicemente perché non prevede una conclusione: è un’opera pensata per muoversi progressivamente in avanti, senza chiudersi mai. Una mappa narrativa dove ogni personaggio attiva un nuovo flusso. La sua molteplicità si manifesta sin dalla sovracoperta, composta da quattro facce che possono essere utilizzate alternativamente come copertina del libro, a suggerire ulteriori chiavi di lettura.

Il racconto di apertura è pensato come un breve programma televisivo dedicato alla neve: ogni singolo fiocco è unico e non ripetibile, una struttura complessa che, toccato il suolo, dura un secondo prima di sciogliersi. Ogni singolo fiocco che atterra sul mondo chiuso di Rusty Brown è un nuovo racconto potenziale. Il bianco della neve che ricopre le case nasconde e rivela allo stesso tempo le storie che sono al suo interno, le immagini che possono scaturire dal foglio. Una struttura frattale dove ogni fiocco racchiude una potenzialità di ulteriori spunti.

Il primo fiocco che osserviamo, prima che si sciolga, è dunque quello di Rusty Brown, un bambino solitario innamorato del suo pupazzo di Supergirl. Questo nipote di Charlie B. e pronipote di Buster B. che dà il titolo al graphic novel si iscrive perfettamente nella tipologia di personaggi insoliti e asociali di Ware, perennemente in bilico tra una realtà spaventosa e violenta e un’immaginazione sfrenata e alienante. Lo seguiamo mentre si alza dal letto, mentre scopre di avere il potere del super-udito, mentre spala la neve per ordine del triste padre Woody, per poi andare a scuola dove il padre è uno degli insegnanti e dove il povero Rusty, ad onta del suo superpotere (ear-man il suo nome da battaglia), è vittima di continui atti di bullismo da parte dei compagni più grandi, tra i quali l’arrogante Jordan Lint.

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In parallelo, a fondo pagina, confinata in minuscole vignette quadrate, scorre la mattinata di Chalky White, bambino appena trasferito nella metropoli di Rusty Brown che oggi affronta il suo primo giorno nella nuova scuola, accolto con tenerezza dalla maestra Joanne Cole. Ad accompagnare Chalky c’è la sorella maggiore Alice, con la quale – mentre le vignette a lei dedicate si prendono sempre più spazio sulla pagina – percorriamo i corridoi dell’edificio scolastico, saliamo sulle scale antincendio per un giro panoramico della facciata ed entriamo nell’aula dove il professor Chris Ware (si, proprio lui, o meglio una sua versione alternativa, forse solo un po’ più stronza e frustrata dell’autore) sta tenendo una accalorata lezione di disegno, mentre guarda di nascosto sotto le gonne delle studentesse, in una scena più patetica che divertente.

Questa prima parte introduttiva serve a presentare scenario e personaggi e risulta la più familiare ai temi di Ware. I flussi paralleli di Chalky e Rusty si intrecciano come la loro amicizia, alimentata dalla comune solitudine, da una mascolinità problematica e da un feticismo quasi patologico, guidata da un’immaginazione fuori controllo che rappresenta una fuga da una realtà umiliante e dolorosa.

Il capitolo successivo si focalizza invece sulla figura triste e meschina di Woody Brown, il padre di Rusty (ovvero la sua versione adulta e disillusa) e sul suo passato di scrittore di racconti di fantascienza. Comincia dunque il racconto dei “Cani Guida di Marte”, la storia di due coppie (con i rispettivi cani) che colonizzano la superficie di Marte, un racconto in cui la tensione e l’orrore crescenti richiamano direttamente le classiche storie di fantascienza pubblicate sulle riviste pulp negli anni Cinquanta. Mentre assistiamo dunque a un fallimentare dramma d’amore del giovane Woody, scopriamo come questa piccola storia di fantascienza sia la cosa che lo rende più orgoglioso, un piccolo lampo di felicità e di orgoglio in una vita colma di amarezze e fallimenti.

Il blocco successivo, dedicato a Jordan Lint, è forse quello più ambizioso e radicale del libro. Ware decide di raccontare l’intera vita di un uomo orribile, dalla nascita alla morte, un anno per pagina: la mappa grafica di un’esistenza. Di tavola in tavola, ripercorriamo dunque le scelte, gli errori, le gioie, gli incidenti e ancora gli errori ripetuti di quest’uomo fin troppo normale nella sua meschinità, in un susseguirsi vorticoso e potentissimo di immagini ricorrenti, flussi di coscienza, eventi significativi e irrilevanti che ci consegnano un individuo indegno di amore, incapace di osservare oggettivamente se stesso e il male che portano le sue scelte sbagliate.

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È il momento in cui lo stile grafico di Ware assume le forme più diverse: dalle figure quasi geometriche che caratterizzano i primi anni di vita di Jordan, accompagnandolo nel processo di acquisizione del linguaggio e di coscienza del reale (la mamma, la casa, il padre violento, il possesso delle cose, la morte), fino a uno stile più sviluppato negli anni dell’adolescenza e della maturità, con la scoperta del sesso, la musica, lo sport, in un’alternanza di eccitazione, insicurezza, rabbia che si concreta in un accumulo di vignette disordinate di varie dimensioni e testi dai colori accesi. Nell’età adulta le immagini si fanno più ordinate, i contorni solidi, le vignette si trasformano in schermi di computer, mentre affiorano ricordi sepolti nella memoria disegnati con uno stile nervoso, linee rosse che tracciano segni corposi su uno sfondo bianco. Fino alla fine di tutto, il bianco che cancella ogni immagine, infiniti punti sulla pagina ad attivare la possibilità di un altro segno, la neve che sotterra il mondo ancora una volta e introduce la prossima storia. 

Il blocco finale di questo libro infinito è dedicato a Joanne Cole, insegnante di colore in una scuola per ricchi bianchi, che già abbiamo conosciuto nei capitoli precedenti. La narrazione della sua vita, presentata in uno stile non lineare che intreccia passato e presente, ci introduce una figura più sfaccettata e positiva degli altri personaggi, una donna che ha sofferto molto nella vita ma al contempo ha trovato degli spiragli di luce e di speranza, nel suo rapporto con i bambini, nella musica, nella religione. La sua storia si chiude con un intervallo, di nuovo coperto di neve, che rimanda a un seguito ancora da concepire.

Rusty Brown rappresenta l’apice di un percorso che, iniziato 18 anni fa, ha condotto verso un linguaggio visivo-narrativo maturo. Difficile immaginare si possa andare oltre. Quello che possiamo auspicare, per questo romanzo infinito, è che continui a crescere come ha fatto finora, a espandersi in ogni direzione possibile, per raccogliere altri fiocchi di neve prima che si sciolgano, per allargare ancora, in questo scorcio di nuovo millennio, i confini di quella mappa che noi ostinati continuiamo a chiamare fumetto.

Rusty Brown
di Chris Ware
traduzione di Francesco Pacifico

Coconino Press, luglio 2020
brossurato, 358 pp, colore
40,00 €

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