10 anni senza Satoshi Kon

satoshi kon

Sono passati 10 anni dalla morte di Satoshi Kon, scomparso in giovane età nel 2010 a causa di un cancro pancreatico. La sua dipartita fu annunciata per mezzo di una toccante lettera d’addio in cui raccontava gli ultimi mesi di vita. Gli appassionati di animazione giapponese o chi, come il sottoscritto, dedicava saggi e articoli all’argomento, furono scossi da una tremenda consapevolezza, quella di aver perso uno dei più preziosi talenti del cinema contemporaneo. Che Kon avesse la personalità, le capacità, il polso del grande autore mi era chiaro da un bel po’, tanto da aver voluto dedicargli una monografia – Satoshi Kon. Il cinema attraverso lo specchio – pubblicata un anno prima della sua morte.

Su Fumettologica stiamo dedicando molto spazio a questa figura peculiare e strabiliante, che ha lasciato una traccia indelebile non solo nel campo animato ma anche in quello del fumetto. Ne abbiamo tracciato un profilo completo, e pian piano stiamo analizzando le singole opere, animate e non. Oggi, a distanza di dieci anni da quel fatidico momento, possiamo riflettere con la giusta freddezza sui motivi che ci portano a considerare Satoshi Kon un artista che ha lasciato alla contemporaneità un’eredità colossale.

Osservandone la carriera nella sua complessità si nota immediatamente un graduale  passaggio da un medium a un altro. Kon iniziò molto giovane, come fumettista, per poi passare al settore animato ricoprendo ruoli diversi e variegati e giunse alla regia alla fine di un percorso lungo: la classica gavetta in cui ebbe modo di espandere la sua consapevolezza autoriale e prendere le misure circa le coordinate concettuali che avrebbero composto l’architettura del Kon-pensiero.

satoshi kon Ohayo
Ohayo

Dall’esordio in veste di mangaka (1984 con Toriko) a quello di regista di un lungometraggio (1997, Perfect Blue, escludendo dunque le regia di un episodio di Le bizzarre avventure di JoJo) passarono 13 anni. Un lungo periodo in cui collaborò con Katsuhiro Otomo e Mamoru Oshii. Fu proprio nel rapporto con quest’ultimo, durante la lavorazione del manga Seraphim 266613336Wings, che la personalità di Kon emerse con forza, fino a dirompere definitivamente, rendendo impossibile il proseguimento della collaborazione.

Satoshi Kon è stata una figura ibrida che, partendo da suggestioni derivate dal cinema dal vivo e da un certo tipo di letteratura (Philip K. Dick, Yasutaka Tsutsui), ha saputo generare opere coerenti alla sua visione, in grado di riflettere trasversalmente sul presente. I temi che popolano i suoi lavori (disegnati o animati) sono tanti, ma quello che emerge oggi, con più chiarezza e lucidità, è il desiderio di indagare sul ruolo dell’immagine in una società massificata come quella contemporanea.

Le immagini, in movimento o meno, sono le vere protagoniste delle opere di Kon, soprattutto nel rapporto che ciascuno di noi instaura con esse, una relazione dialettica che, oggi, all’epoca dei social e dell’interpretazione del mondo e della Storia attraverso il filtro della riproduzione delle immagini, pare ancora più urgente. Dove finisce il sogno? E dove inizia il reale? Questo pareva chiedersi Kon, in opere esplicite come Paprika – Sognando un sogno o Perfect Blue. Dove inizia l’immagine e dove la fattualità, si chiedeva Kon in lungometraggi come Millennium Actress o nel capolavoro Paranoia Agent.

millennium actress
Millennium Actress

Non solo: in questo vortice di riflessione, Kon si poneva domande anche sul ruolo dell’autore, di colui che crea l’immagine, la storia, il fittizio. Basti pensare al manga incompiuto Opus, che vive di un cortocircuito narrativo che è l’essenza stessa del fumetto. Sarebbe retorico riportare quanto alcuni cineasti contemporanei abbiano assorbito dalla lezione di Kon, ci preme sottolineare come i suoi temi e il modo di riconcepire la (meta)narrazione, il montaggio, la sceneggiatura e le ossessioni tematiche abbiano avuto effetti a lungo termine sulle dinamiche del racconto cinematografico, che oggi vive di questo sfasamento dei piani narrativi, di un’estetica postmoderna, di una tendenza a concepire la messa in scena come enorme e virtuoso teatro in cui spazio, tempo, realtà e sogno sono fusi in un unico, indissolubile racconto. Christopher Nolan docet.

Un paragone piuttosto sensato fatto di frequente è quello tra Kon e il cinema di David Lynch. Il motivo, probabilmente, risiede nel fatto che entrambi lavorassero sul territorio astratto di un racconto onirico, ma le differenze fra i due autori sono sostanziali e riguardano il modo in cui Kon si rapportava con la dimensione onirica. Dove Lynch vedeva nell’enigma dell’onirico un mare in cui abbandonarsi, Kon vi instaurava un dialogo proficuo il cui obiettivo era analizzare i flussi che intercorrevano nel dialogo stesso. L’obiettivo, dunque, non era il sogno stesso ma il tragitto che ci portava ad esso.

Immagine e realtà, sogno e concretezza: Satoshi Kon è stato in grado di posizionarsi a metà di queste parentesi, provando con la sua arte a intercettare, anche solo per poco, verità universali sull’atto della visione e, se consideriamo la vita un modo perpetuo di interpretare dinamiche esterne attraverso lo sguardo, è naturale concepire il cinema di Satoshi Kon come un atto rivoluzionario intento a esplorare la vita stessa.

paranoia agent
Paranoia Agent

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