La storia di Lino il topo e l’arrivo di Topolino in Italia

La data di nascita del giornale di Topolino, 31 dicembre 1932, è una di quelle fondamentali per la storia del fumetto in Italia. Mickey Mouse era arrivato nel nostro Paese da circa 4 anni – ne proiettavano i film nei cinema di tutta Italia ed era già molto amato –, eppure prima di allora nessuno aveva ancora pensato di dedicargli una pubblicazione per ragazzi. L’idea fu degli editori Nerbini e rappresentò la base del loro futuro successo. Un successo però travagliato, che tardò ad arrivare e che incontrò diverse difficoltà, dando vita a un particolare caso editoriale.

Quando uscirono, i primi numeri del giornale di Topolino passarono quasi sotto silenzio, con poche copie stampate e vendute, tanto che gli esemplari del 1932-1933 sono rarissimi nel mercato del collezionismo, molto più di quelli coevi del Corriere dei Piccoli o semplicemente dell’annata successiva. Non solo, questo giornale traballante rischiò di chiudere molto presto, quando i lettori che andarono in edicola il 14 gennaio per acquistare il terzo numero scoprirono che in prima pagina e nella testata non c’era più il topo con pantaloncini e orecchie tonde ma un nuovo sorcetto, con il muso aguzzo, i calzoni con le bretelle e un cappellino colorato. La rivista addirittura aveva preso il suo nome, cambiato ne Il giornale di Topo Lino.

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La prima pagina di Topolino (o meglio Topo Lino) 3 | via Fumetti Classici

Un elefante prima del topo

Per capire cos’era successo al settimanale bisogna fare un passo indietro di circa un mese. Il 17 dicembre 1932 nelle edicole italiane era uscito un altro giornale, intitolato Jumbo, pubblicato dalla milanese SAEV, la Società Anonima Editrice Vecchi. Spiccava rispetto alle altre riviste per ragazzi per un motivo molto semplice: utilizzava per la prima volta in modo sistematico le nuvolette di dialogo.

I fumetti che pubblicava, infatti, erano tutti di produzione straniera, e Lotario Vecchi aveva deciso di non eliminare i balloon, come invece faceva dal 1908 il concorrente principale, il decano Corriere dei Piccoli. Le vignette erano sì accompagnate da verbose didascalie in prosa, perché non era pensabile fare altrimenti, ma queste, a differenza di quanto avveniva sul CdP, erano ignorabili. Per comprendere la vicenda bastavano disegni e nuvolette. 

Inoltre Jumbo andava a rompere in qualche modo un oligopolio nell’editoria periodica per bambini, che si divideva all’epoca tra il borghese Corriere dei Piccoli, le testate di propaganda del regime come il Balilla e quelle di stampo cattolico (Il Giornalino, Corrierino e Novellino). Una “quarta via” laica e apolitica, senza pretesa di essere istruttiva ma pensata solo per il divertimento dei lettori.

Il titolare della testata era l’elefantino dei Bruin Boys, serie umoristica, frivola e divertente, dell’inglese Herbert Foxwell con i personaggi creati da Julius Stafford Baker e più nota con il nome del suo protagonista Tiger Tim. Nelle pagine interne, erano presenti serie britanniche d’avventura tra cui spiccavano Lucio l’avanguardista – italianizzata e fascistizzata a forza – e due classici di Frederick Opper come Happy Hooligan e And her name was Maud (Fortunino e la Peppa, già sul Corriere dei Piccoli come Fortunello e la Checca).

Un numero di Jumbo, con i personaggi di Foxwell in prima pagina

Visto il successo di Jumbo, l’editore fiorentino Giuseppe Nerbini e suo figlio Mario, specializzati in letteratura popolare e riviste umoristiche, decisero che c’era spazio per un giornale pubblicato da loro, diretto dal nipote di Collodi, Paolo Lorenzini. Come mascotte vollero appunto il personaggio più famoso dei cartoni animati dell’epoca, con l’idea di cavalcarne il successo.

Topolino tra Firenze e Torino

E fu così che il 31 dicembre 1932 uscì in edicola il primo numero di Topolino. Otto pagine, di cui solo due a colori, in formato 25×35 cm. In copertina c’era una storiella del titolare, che, da buon roditore, si divertiva a infastidire un elefante. I disegni però non erano di Walt Disney o Ub Iwerks, creatori del personaggio, o di Floyd Gottfredson, fumettista che stava realizzando da oltre due anni la strip di Mickey Mouse negli Stati Uniti, ma di Giove Toppi (nessuna parentela), illustratore e vignettista che da anni collaborava con Nerbini.

Un vero e proprio apocrifo, così come quello disegnato da Buriko (Antonio o Angelo Burattini, ci sono dubbi al riguardo) a pagina 5, a segnare l’inizio della storia dei Disney Italiani. Le altre pagine ospitavano racconti in prosa e rubriche – molto poco interessanti, a dir la verità, e di taglio pesantemente pedagogico – in linea con la tradizione dei giornali italiani per ragazzi.

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Il primo, storico numero del Topolino Nerbini | via Fumetti Classici

Pur essendo quelli tempi pionieristici per la stampa a fumetti, Nerbini sapeva di non poter andare in edicola senza avere il permesso dei detentori dei diritti di Topolino. Contattò quindi il distributore italiano «delle graziose “films” TOPOLINO di Walter Disneys» (si legge così nei ringraziamenti a pagina 2: brutta bestia il genitivo sassone per chi non sa l’inglese) e, con la coscienza a posto per il loro via libera, mandò in stampa il giornale.

Peccato che il fiorentino non fosse l’unico editore interessato all’affare. Carlo Frassinelli di Torino stava preparando due libri illustrati con fotogrammi dei cortometraggi, tradotti – probabilmente, ma prove certe non ce ne sono – nientemeno che da Cesare Pavese, in uscita nei primi mesi del 1933. Quando vide in edicola il Topolino di Nerbini, Frassinelli lo contattò immediatamente minacciando di far sequestrare il giornale in quanto detentore esclusivo dei diritti per il personaggio. Giuseppe e Mario il 5 gennaio 1933 corsero in treno in Piemonte per cercare un accordo, non prima però di aver fermato la stampa del terzo volume e aver cancellato qualsiasi rimando a Mickey Mouse. Il suo posto fu preso da Lino il Topo, creazione originale di Giove Toppi.

Due pagine del primo volume Frassinelli (e parziale copertina del secondo). La storia di questa edizione è ben raccontata nel blog La biblioteca che vorrei.

A pagina due del numero si leggevano le scuse ufficiali dell’editore:

«Per controversia sorta col concessionario per l’Italia delle pubblicazioni editoriali riguardanti la maschera del “MICKEY MOUSE” abbiamo disposto, per facilitare le trattative in corso, di togliere provvisoriamente la maschera creata da Walter Disney e di modificare il titolo del giornalino. Di conseguenza il breve ritardo nella pubblicazione del presente numero, del che vorranno scusarci i benevoli lettori».

Nessuno sa quale soluzione stessero cercando i Nerbini per proseguire con la testata nonostante l’opposizione di Frassinelli. Per loro fortuna, a cavarli d’impiccio arrivò loro una lettera di fuoco da Roma: il mittente era Guglielmo Emanuel, rappresentante in Italia del King Features Syndicate, distributore unico in America e nel mondo dei fumetti Disney.

L’ombra del King Features

«Allora ci arrivò una lettera tragica da Emanuel, che ci trattava da pirati, diceva insomma che noi ci si era appropriati di una figura che non avevamo il diritto di riprodurre e di cui lui era rappresentante per l’Italia».

Mario Nerbini ricordò così la vicenda in un’intervista rilasciata 35 anni dopo e riportata nel fondamentale saggio Eccetto Topolino, che racconta il successo dei fumetti americani e la loro censura dell’Italia fascista. Emanuel era furente perché Topolino violava chiaramente il suo copyright. Il Consorzio Cinematografico Edizioni artistiche Internazionali di Roma non aveva alcun diritto di autorizzare gli editori a mandare in stampa il giornale. E nemmeno Frassinelli avrebbe dovuto avere voce in capitolo: lui aveva contrattato direttamente con la Disney la pubblicazione di due volumi illustrati, che nulla c’entravano con i fumetti, né men che meno aveva alcuna esclusiva editoriale per l’Italia. Se i Nerbini avessero voluto portare avanti il giornalino sarebbero dovuti andare al più presto a Roma a parlare con lui.

La soluzione della vicenda, che racconteremo tra poco, fa capire che padre e figlio erano chiaramente in buona fede, convinti di avere tutti i permessi per mandare in edicola il giornale. Evidentemente ignoravano che esistessero dei fumetti ufficiali di Topolino, addirittura giù usciti in Italia a pochissima distanza dall’edizione originale. Erano proprio le stip americane della prima avventura del topo, nota come Nell’isola misteriosa o Topolino emulo di Lindbergh (gennaio-marzo 1930), pubblicate dal marzo al dicembre dello stesso anno sull’Illustrazione del Popolo, supplemento domenicale della Gazzetta del Popolo, e importate tramite l’agenzia di Emanuel. Nel gennaio 1933 però il personaggio non compariva più sui giornali italiani da oltre due anni.

La prima striscia di Topolino uscita in Italia, sul numero dell’Illustrazione del Popolo del 30 marzo 1930. Curiosamente non è quella d’esordio della serie, che sarà pubblicata solo il 20 luglio.

I Nerbini corsero a Roma, dunque, e il rappresentante del KFS propose loro di acquistare regolarmente i diritti dei fumetti di Mickey Mouse al costo di 12 lire a striscia. Le aveva già offerte senza successo al Corriere dei Piccoli e a Lotario Vecchi, che le avevano rifiutate. Giuseppe e Mario, forse perché “incastrati”, forse perché fiutarono l’affare, accettarono.

Nel numero 5 di Topolino, del 28 gennaio 1933, ritornò così la testata originale, anche se in prima pagina c’era ancora una storiella di Lino. In seconda, un’ennesima comunicazione ai lettori, questa volta di tutt’altro tono: la redazione annunciava di avere ottenuto (lei sì!) i diritti esclusivi per l’Italia «delle pagine a colori e delle strisce comiche di Topolino e Topolina […] disegnate e create da Walt Disney».

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Topolino 5 | via Fumetti Classici

Le prime tavole domenicali di Floyd Gottfredson apparvero nel numero 7. Come già Vecchi in Jumbo, anche qui la redazione decise di mantenere i balloon, accompagnando le vignette con didascalie in rima sempre meno importanti per la comprensione della storia, tanto che pochi anni dopo, quando ormai il giornale sarebbe stato di proprietà di Mondadori, sarebbero scomparse definitivamente.

Topo Lino & friends

Si potrebbe pensare che a quel punto Lino il Topo fosse sparito, avendo esaurito la sua funzione di tappabuchi. In realtà la cosa più interessante dei primi numeri della testata Nerbini, una volta avviata per davvero, è proprio la compresenza di fumetti “Disney” americani e italiani. 

Per qualche mese, oltre al Topolino di Gottfredson, continuarono a comparire diversi funny animals disegnati in Italia, il più longevo dei quali fu Pisellino (un pisello antropomorfo, quindi più propriamente un “funny vegetable”), che ebbe anche una propria effimera testata. Oltre a Lino si videro anche due diversi Sorcettino, uno di Buriko e uno di Gaetano Vitelli, e la coppia Rodilardo e Topinetta.

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Rodilardo e Topinetta | via Fumetti Classici

Ancora più curiose furono le versioni “made in Italy” proprio di Mickey Mouse, disegnate dagli autori della scuderia Nerbini per riempire le pagine in attesa che arrivassero via mare i materiali per la stampa. Erano fumetti che non avevano lo spessore di quelli d’oltreoceano, storielline in rima in stile Corriere dei Piccoli, con un character design a dir poco discutibile. Però sotto ciascuna si leggeva l’autorizzazione ufficiale di Emanuel: «La pubblicazione della presente storiella di Topolino, non disegnata da Walt Disney, è stata autorizzata dal “King Feature Syndicate” rappresentanza di Roma».

Topolino interpretato da Gaetano Vitelli sul settimo numero del giornale | via Fumetti Classici

La nostra storia si è quindi chiusa molto meglio di come è iniziata. I Nerbini riuscirono a trasformare una rivista di stampo un po’ retrogrado e raccogliticcia in un giornale di successo, che avrebbe cambiato la storia della loro casa editrice e di tutto il fumetto italiano. Unico rammarico, non avrebbero vinto la causa contro Frassinelli per i danni economici dovuti al cambio di testata. Non avrebbero nemmeno ricorso in appello e, a dirla tutta, evidentemente alla fin fine importava loro poco, tanto che Mario non avrebbe citato l’editore torinese nella sua successiva ricostruzione della faccenda.

Anche ad Emanuel era andata bene. Era riuscito finalmente a piazzare i fumetti di quel personaggio che spopolava in America – ma che da noi nessuno voleva – e a guadagnarsi la fiducia degli editori fiorentini. Negli anni successivi avrebbe venduto loro migliaia di strisce e tavole e li avrebbe seguiti nel lancio di un giornale ancora più rivoluzionario, L’Avventuroso. Ma questa è un’altra storia.

Leggi anche: La storia di “Topolino”, raccontata dai suoi direttori

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