“Creation”: la città ideale che si risveglia dai sogni

di Emanuele Rossi Ragno

creation sylvia nickerson drawn quarterly

Che cos’è la gentrificazione? Una tavola autoconclusiva di Will Eisner, pubblicata su The Spirit Magazine nei primi anni Ottanta, lo spiega perfettamente. Ci sono due riquadri: in entrambi ci viene mostrato lo stesso scorcio di New York, ma nel primo l’intonaco degli edifici cade a pezzi, le insegne dei negozi sono diroccate e alcuni senzatetto popolano la strada. Nella vignetta successiva sembra che tutto vada meglio: il quartiere è pulito e ordinato, e le facciate dei palazzi suggeriscono quiete, classe, signorilità. I senzatetto di prima, però, non sono affatto contenti. «Tanti saluti al quartiere», dice uno, ed entrambi escono di scena.

A distanza di oltre trent’anni, Creation sembra dirci che non è cambiato quasi nulla da allora e che ancora oggi nei grandi centri urbani occidentali i poveri che non riescono a pagare un affitto vengono sfrattati dai ricchi proprietari che rimodernano gli appartamenti e li rivendono ai cittadini benestanti. Proprio quella “piccola nobiltà” che in inglese si chiama gentry (da cui deriva, appunto, “gentrificazione”).

Inedito in Italia, Creation è il primo fumetto di ampio respiro scritto e disegnato da Sylvia Nickerson, un’illustratrice canadese che con questo titolo ha vinto il premio per il miglior talento emergente agli ultimi Doug Wright Award e che, al contrario di Eisner, non vive a New York ma a Hamilton, nell’Ontario, in una regione fortemente industrializzata. La vicenda descritta nell’opera è quasi interamente autobiografica e prende le mosse proprio da questa cittadina, dove nel 2009 la giovane Sylvia Nickerson diede alla luce un figlio, con l’ansia e i timori di chi non sapeva a quale mondo lo stesse consegnando.

Hamilton, infatti, non è «il posto ideale dove far crescere un bambino» come recita il motto della città, perché l’aumento delle fabbriche ha compromesso la qualità del clima e gli spazi verdi, e la gentrificazione – che pure consente alla protagonista di avere uno studio dove esporre i propri lavori come pittrice – ha tolto una casa a migliaia di persone.

Questo contesto ha molti punti in comune con l’America distopica di Il futuro non promette bene di Eleanor Davis – a cui Creation è piaciuto molto, peraltro – soprattutto nel chiedersi se sia giusto ancor oggi decidere di fare un figlio. Nickerson però, al contrario di Davis, sostiene che voler diventare genitori significhi dare una seconda chance alla vita solo se questa scelta è immediata e spontanea, e non il frutto del semplice desiderio di “tirare avanti” nonostante i problemi.

Se per Hannah, protagonista del fumetto di Davis, è necessario vivere il proprio mondo per far nascere un bambino, nell’esperienza dell’autrice di Creation si verifica l’esatto opposto. Nickerson racconta di essersi convinta di volere un figlio a 22 anni, quando fino a pochi mesi prima i suoi piani per il futuro prevedevano tutt’altro. Nel suo caso, tutto lascia pensare che sia stato necessario mettere al mondo un bimbo, per vivere al meglio la realtà. Anche nonostante i dubbi e le preoccupazioni, l’autrice continua a ripetersi di aver fatto la scelta giusta, perché sincera e all’altezza dei propri sogni e desideri.

È curioso che proprio nei frangenti in cui questa certezza sembra venire meno (possono essere crisi di pianto del neonato o semplici attacchi d’ansia), la voce narrante ripeta che i sogni siano “costosi”, siano “un lusso” e che quindi in definitiva siano “una bugia”. Il tema del sogno è costante in Creation, tanto nella struttura – assolutamente non lineare, che mescola sprazzi di narrazione in prima persona a piccole digressioni sulle industrie di Hamilton – quanto nei disegni. Infatti, molti dei personaggi che l’autrice incontra sono anonimi, piccole sagome senza volto immerse nel traffico, in coda al centro commerciale o in una sala d’attesa, che si estraniano sempre di più da ciò che li circonda.

Il realismo con cui Nickerson disegna certi edifici di Hamilton fa da contraltare al cielo caotico e sovraffollato di alcune pagine, in cui molte di queste figure “invisibili” sembrano cercare rifugio. Sono tavole di grande impatto visivo che non puntano più alla verosimiglianza ma permettono all’autrice di scatenare una dose di emozioni e sentimenti fin lì costantemente repressi. Fondamentale nella sintesi di questa alienazione, il colore grigio è quasi un secondo protagonista. Creation non racconterebbe la stessa storia se non dipingesse con disincanto una metropoli odiata eppure amata, proprio come lo è stata New York in bianco e nero per Eisner o per Woody Allen.

Con il regista di Manhattan l’autrice condivide l’abilità di creare trame e sottotrame coerenti col resto della storia, anche se nella fattispecie molte di esse non vengono mai chiuse o chiarite del tutto. Perché di fatto in un mondo di alienati dove non si sa niente l’uno dell’altro neanche chi scrive può avere voce in capitolo, specie quando gli “altri” provengono dal proprio passato. E Nickerson ci crede fino alla fine: si concentra molto poco sulle persone e tanto sulle situazioni in cui queste sono coinvolte, anche loro malgrado.

Così facendo lascia al lettore l’onere di un giudizio: naturalmente l’opinione della protagonista coincide con il modo in cui ci vengono presentati i fatti, ma i due piani del suo discorso – autobiografico e di denuncia sociale – non si incontrano subito e non ci consentono di tradurre gli attuali stati d’animo della donna se non nelle ultimissime pagine.

Anche la scelta di suddividere la storia in capitoli non lascia dubbi: i primi tre si reggono su se stessi senza problemi – il che spiega perché abbiano concorso separatamente ai Doug Award nel 2018 – mentre i quattro successivi costituiscono un nucleo narrativo ancora più solido e stratificato, in cui la voce dell’autrice si fa sentire con più chiarezza abbandonando quell’autoindulgenza che la caratterizzava all’inizio, anche grazie a un uso indovinato di alcune sequenze introduttive riproposte nel finale.

La circolarità di Creation restituisce tutta la complessità di un problema che esula a ben vedere dal semplice dilemma sulla gentrificazione – di cui la stessa Nickerson ammette di sapere poco. Nelle ultime tavole la fumettista ci rende partecipi di un insegnamento ben più universale, e cioè che spesso per modificare le cose è bene rendersi conto che niente dura in eterno e che la nascita di un nuovo individuo ci può aiutarci a capire cosa non funziona e come possiamo migliorarlo.

Tutto questo ci viene suggerito già in corso d’opera, e il finale sorregge l’insieme tenendone saldamente incollati i pezzi. Creation è così un’opera ambiziosa che un po’ non sa e un po’ non vuole rispondere a molte delle domande che si pone, ma che almeno ha il coraggio di porsi quelle giuste senza mai scadere nel qualunquismo.

Creation
di Sylvia Nickerson
Drawn & Quarterly, ottobre 2019
brossurato, 180 pp., b/n
19,00 €

Leggi anche: Scene da un futuro imminente: “Press Enter to Continue” di Ana Galvañ

Entra nel canale Telegram di Fumettologica, clicca qui. O seguici su Facebook e Twitter.