La favola oscura di Joker

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Jeff Lemire è l’equivalente fumettistico di un amico verboso che ha bevuto un po’ e adesso è da quaranta minuti che sta cianciando di quella volta che ha conosciuto Jony Ive all’aeroporto, e non sapete più come arginarlo. Come biasimarlo, il curriculum del fumettista canadese è sterminato, spazia dai supereroi all’indie, rendendolo la personalità contemporanea con più pubblicazioni a suo nome. Di storie da raccontare ne ha.

Se però i progetti di cui è stato creatore hanno quasi sempre dato soddisfazioni (Essex County, Sweet Tooth, Il saldatore subacqueo, Niente da perdere, Black Hammer, Gideon Falls, Descender), quando si è cimentato con personaggi altrui ha per lo più cercato di portare a casa il risultato. Ci sono un paio di titoli meritevoli (Moon Knight), qualche scivolone (Extraordinary X-Men) ma il grosso della sua produzione per le major non è particolarmente memorabile. Detto brutalmente, se dovessi consigliare un suo fumetto, non pescherei nel cestone Marvel/DC.

Joker: Il sorriso che uccide (e la sua coda, Batman: Smile Killer) – disegnato dall’italiano Andrea Sorrentino – fa parte dell’etichetta Black Label, nata nel 2018 come successore della linea Vertigo e in cui gli autori sono chiamati a proporre le loro versioni, personali e adulte, dei personaggi di DC Comics (soprattutto Batman e Joker, finora presenti in molte delle uscite). Finora, dentro questo parco di opere non sono stati pubblicati fumetti memorabili, e quelli che hanno fatto parlare di sé l’hanno fatto per i motivi sbagliati.

In questo caso, Lemire non si è fatto sfuggire l’opportunità di dare la propria lettura del Joker, personaggio che esercita un fascino sempreverde sugli scrittori e che negli anni, tra cinema, videogiochi, tv e fumetti, è stato scandagliato, interpretato, rivoluzionato nella psiche e nel design da creativi sempre alla ricerca di nuove prospettive. C’è stato il Joker pappone, il Joker anarchico, il Joker maniaco omicida. Negli anni Ottanta Alan Moore scrisse un Joker molto simile al Comico di Watchmen, come ricordava Daniele Croci, «recuperando l’idea che sociopatia, violenza – anche sessuale – e sadismo possano sorgere come reazione alla folle insensatezza del mondo». Di recente, Sean Gordon Murphy ha proposto perfino un Joker buono nel suo personale universo batmaniano del Cavaliere bianco.

L’idea di questi tre albi (più uno) è semplice: lo psichiatra Ben Arnell è intenzionato a curare Joker. Inutile dire che le intenzioni del dottore vengono presto dirottate dal cattivo, che inizia a torturare psicologicamente l’uomo facendolo cadere in una spirale di orrori. Come appendice alla storia, poi, vediamo Batman finire nella stessa trappola in cui era caduto Arnell, solo ribaltata. Se Arnell era una persona normale che diventava un assassino, Batman è un costrutto elaborato da Bruce, che nella storia è rinchiuso al manicomo di Arkham, un modo per elaborare un trauma causato dal Joker.

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Quest’ultimo spunto è stato utilizzato anche in L’ultimo cavaliere sulla terra, fumetto realizzato dal team creativo già dietro ad alcune storie jokeriane, Scott Snyder e Greg Capullo (Morte della famiglia, Endgame). I due sono partiti su una tangente post-apocalittica, mentre Lemire e Sorrentino hanno cercato di restare nell’ambito del thriller psicologico. In questo senso, è quasi commovente la tenacia di Lemire, che crede davvero di poterci convincere del suo bluff, di essere in grado di ribaltare il mito di Batman nel giro di una trentina di pagine.

E così finiamo per leggere una storia con le classiche scene che eliminano il confine tra realtà e immaginazione, lo smantellamento del mondo dell’infanzia come una dimensione protetta e rassicurante, il ritmo che aumenta sempre di più per arrivare a una conclusione in cui le parole lasciano spazio all’azione, il finale ambiguo. Insomma, elementi classici messi su carta con molto mestiere.

Joker: Il sorriso che uccide è soprattutto un biglietto da visita per Sorrentino che, già partner di Lemire su Gideon Falls, Vecchio Logan e Freccia Verde, qui davvero si suda la pagnotta. Il disegnatore napoletano alterna lo stile cupo che l’ha reso noto a una sorta di linea chiara, priva di ombre ed essenziale. Scopriamo che l’estetica piena di neri, il suo marchio di fabbrica, nascondeva una mano felicissima, ora libera di esibire una vibrante linea fusion, tra manga e fumetto europeo. Gli riescono bene perfino le incursioni nell’immaginario per bambini fatto di forme esagerate (il programma televisivo che manipola il piccolo Bruce Wayne, il libro di favole che Arnell legge al figlio).

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Joker: Il sorriso che uccide potrebbe benissimo essere rubricato nel catalogo di Lemire insieme a tutte le altre opere che “hanno portato a casa il risultato”. Non sarà l’ennesima macchia tra le proposte di un’etichetta problematica, ma se c’è qualcosa da apprezzare è solo il lavoro del suo disegnatore.

Joker: Il sorriso che uccide
di Jeff Lemire e Andrea Sorrentino
Panini Comics, settembre 2020
3 voll., brossura, 32 pp., colore
5,90 €

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