“Onward”, l’eroe e la morte

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Esce finalmente al cinema il nuovo lavoro targato Pixar, Onward – Oltre la magia, dopo essere stato presentato in anteprima alla Berlinale ed essere stato rimandato a causa dell’emergenza Covid-19. La storia è quella di due fratelli, Ian e Barley, che, orfani di padre, scoprono che possono incontrarlo nuovamente per un solo giorno. Ma per farlo dovranno trovare la Pietra della Fenice, grazie alla quale compiere la magia. 

Appare sempre più chiaro come la Pixar, che sin dalla sua nascita è stata baluardo di inventiva e sperimentazione, sia tecnica che narrativa, pare aver esaurito la sua spinta propulsiva. Per quel che riguarda la casa di produzione fondata nel 1986, l’immaginario collettivo la vuole in prima fila nel reinterpretare e rivoluzionare il linguaggio e l’approccio comunemente usati nel campo dell’animazione. Si parla di decennio d’oro, quello che va dal 1999, anno di Toy Story 2 – Woody e Buzz alla riscossa, al 2009, anno di Up. Nel 2010 Toy Story 3 – La grande fuga ha rappresentato la chiusura di un cerchio, l’opera con cui compiere il passaggio a un’altra era, un percorso verso nuovi lidi narrativi.

Da allora, le punte di diamante in grado di proporre nuove forme cinematografiche, nuovi linguaggi, nuovi modo di interpretare l’animazione e l’immagine in movimento, sono state davvero poche, Inside Out in primis. Ma il resto della produzione, fatta per lo più di sequel, ha comunque mantenuto uno standard sempre molto alto, pur lavorando all’interno di una comfort zone e anzi mitigando quella forza rivoluzionaria per cui la Pixar era nota. Si è avvicinata, per certi versi, alle logiche di racconto della Disney, laddove, al contrario, quest’ultima ha tentato passi arditi come Zootropolis.

In questo senso, opere come Il viaggio di Arlo o Coco sono particolarmente emblematiche, perché utilizzano in maniera pedissequa e prevedibile la più classica struttura del viaggio dell’eroe, per raccontare di una crescita che, spesso, passa attraverso un addio, una presa di consapevolezza della morte e del vuoto che essa genera. Onward rientra all’interno di questo contesto e si potrebbe dire che con Il viaggio di Arlo e Coco potrebbe comporre un’ideale trilogia sull’elaborazione del lutto, trilogia che potrebbe diventare facilmente una tetralogia se si considera che il prossimo film Pixar, Soul, racconta di un uomo che è in coma e la cui anima tenta in tutti i modi di tornare al proprio corpo. 

Ma torniamo a Onward partendo dall’elemento più ovvio: l’immaginario fantasy. Ripercorrendo le fasi del viaggio dell’eroe, Onward si immerge prepotentemente nel genere mitico/fantastico per riscoprirne gli elementi fondanti, gli ossessivi ritorni, gli stereotipi, omaggiarli e, possibilmente, ripensarli. Lo fa invertendo l’immaginario stesso: un mondo composto da fate, manticore, elfi, maghi, orchi, unicorni in cui ciò che sappiamo e conosciamo di queste creature mitiche è completamente frantumato e riproposto in nuove forme. Gli unicorni sembrano ratti che mangiano la spazzatura per strada, la Manticora gestisce un ristorante per famiglie, le fate non sanno più volare ma usano moto per scorrazzare in città.

La magia, in Onward, è stata dimenticata. Un po’ come nella vita vera. Ma il percorso dei due fratelli farà sì che, come nelle migliori favole, l’amore per il “possibile” torni a trionfare. Già questo, se si pensa a Onward come prodotto per famiglie o, su un piano più complesso, come operazione metalinguistica, dovrebbe bastare a renderlo un film più che interessante. Ciò che, a mio parere, lo rende degno di nota, è il modo in cui risolve il tema principale del film: la necessità di abbracciare il vuoto generato dalla morte e, grazie a ciò, compiere un passo decisivo verso una più profonda maturazione. Onward sembra suggerire che, per crescere, accettare l’idea della morte, della separazione, dell’addio sia un atto necessario, difficile ma liberatorio, catartico. E, come sempre con Pixar, riesce a trattare argomenti complessi e profondi utilizzando un linguaggio universale strutturato su più livelli. 

E se è vero che vive di passaggi narrativi prevedibili e di alcune scelte di racconto già viste, è altrettanto vero che in questa prevedibilità si nasconde un messaggio carico di emotività e di spessore. E, soprattutto, riesce nell’intento difficile di risultare avventuroso e riflessivo, divertente ed emozionante. Questo basta e avanza a rendere Onward un esempio di buon cinema formativo, uno sguardo coinvolgente sui passaggi chiave dell’esistenza.

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