C’è una nuova rivista di critica sul fumetto

Si intitola QUASI, la rivista che non legge nessuno ed è una nuova pubblicazione di critica sul fumetto. Il progetto è ideato e realizzato da Paolo Interdonato e Boris Battaglia, due esperti di fumetto che da anni propongono i propri scritti online – sin da quando i blog contavano davvero – e su pubblicazioni disparate, cartacee e non (tra cui anche Fumettologica).

Attualmente Interdonato è un collaboratore fisso di Linus, di cui ha anche raccontato la nascita e l’importanza nel libro Linus. Storia di una rivoluzione nata per gioco (Rizzoli Lizard, 2015). In passato inoltre ha scritto Spari d’inchiostro. Appunti per un canone del fumetto, libro il cui titolo era ispirato al proprio blog, pubblicato nel 2007 da Perdisa Pop, etichetta di Perdisa Editore curata da Luigi Bernardi.

Boris Battaglia scrive di fumetto dai tempi di Schizzo, l’importante rivista pubblicata negli anni Novanta dal Centro fumetto Andrea Pazienza, ed è stato il fondatore della defunta Rasputin Edizioni, che tra le altre cose è stata la prima casa editrice a pubblicare in Italia autori come Edmond Baudoin e Fabrice Neaud. Negli ultimi anni Battaglia ha realizzato diversi libri sul fumetto, tra cui gli autoprodotti Il peso del fumo, La carne e la carta e Il cuore è un organo erettile e i saggi E chiamale, se vuoi, graphic novel (ComicOut, 2018), Corto. Sulle rotte del disincanto prattiano (Armillaria, 2017) e Un dove che non c’è – La geografia anatomica di Richard Corben (Oblò, 2019).

Il sommario del primo numero di QUASI

QUASI è pubblicata e venduta dal Oblò, associazione culturale fondata dal fumettista Claudio Calia, che già da qualche anno propone saggi e fumetti, e ha anche uno spazio online. Il primo numero della rivista è uscito questa estate, costa 8 euro, si acquista online e si presenta come un albo spillato di 64 pagine in bianco e nero, con una copertina firmata dal fumettista e designer Massimo Giacon (Il mondo così com’è, Ed è subito serial) che reinterpreta il gatto e il topo protagonisti della famosa striscia di George Herrimann Krazy Kat.

All’interno, troviamo testi di un nutrito gruppo di autori accompagnati da disegni di diversi fumettisti, oltre ad articoli scritti dagli stessi Interdonato e Battaglia. Di seguito la presentazione dell’editore:

Joe1 e Boris Battaglia raccontano il pomeriggio in cui quel pirata con il naso adunco ha salvato dalle onde dell’Oceano due ragazzi su una scialuppa e un marinaio crocifisso; José Muñoz parla della vita, l’universo e tutto il resto; Felix Petruška e Francesco Chiacchio ci illuminano su Tove Jansson e i suoi troll; Peppe Liberti analizza la pandemia con lo sguardo di una gatta innamorata; Andrea G. Ciccarelli spiega al suo carrozziere il visual storytelling; Marco Corona e Paolo Interdonato descrivono i corpi erotici di Topolino e Paperino; Vincenzo Filosa segue la via del manga a Crotone; Adriana Lago ci regala un picture book meraviglioso; e poi Alessio Spataro, Fumettibrutti, Patrizia Mandanici, Massimo Galletti e tanto altro.

Abbiamo chiesto a Interdonato e Battaglia di raccontarci com’è nato il progetto, di cosa vogliono parlare e come, dei collaboratori che ci partecipano e di cosa hanno in serbo per il futuro.

Gli autori del primo numero di QUASI

Quando e come è nata l’idea di “QUASI, la rivista che non legge nessuno”?

Paolo: Come tutte le cose veramente importanti della nostra vita… a tavola. Dovevamo uscire a cena e, nel solito magico incastro degli impegni, ci siamo trovati davanti alla saracinesca abbassata della trattoria di cui Boris diceva mirabilie. A quel punto abbiamo capito che è vero che uscire il lunedì sera significa non piegarsi alla cultura del lavoro, che ci mortifica e ci impone di andare a dormire presto per essere lucidi in ufficio il giorno dopo, ma significa anche uscire nella sera di riposo settimanale della maggior parte dei posti che ci piacciono. E ci siamo trascinati dal kebabbaro di fiducia.

Boris: Detta così sembra colpa mia… Intanto tu sei la mammoletta che poi ha chiesto il kebab senza cipolla e senza salsa piccante. Comunque dopo il kebab… il mio vero, il suo edulcorato… era presto e siamo andati in osteria a parlare di cose veramente importanti: il bene, il bello e l’utile. Alla terza bottiglia ci siamo detti che bisognava continuare a parlarne, e parlarne, e parlarne. Ci siamo detti che avevamo bisogno di un podio per dire le nostre certezze a lettori consapevoli. Siccome anche noi siamo consapevoli, abbiamo deciso che le nostre certezze meritavano il più approssimativo degli avverbi, QUASI, e che i nostri lettori dovevano essere riconoscibili e, allora, li abbiamo contati nel sottotitolo.

Cosa volete proporre e come volete approcciarvi al racconto e alla critica sul fumetto?

Paolo: Questa voglia di fare un progetto bello e che girasse intorno alle nostre chiacchierate ce l’abbiamo da un sacco di tempo. Boris e io chiacchieriamo molto e finiamo sempre a litigare. La cosa veramente strana è che siamo d’accordo su “quasi” tutto. I punti di disaccordo sono quelli su cui ci arrampichiamo riempiendoci i bicchieri. Ci siamo detti che QUASI doveva essere una rivista di carta, capace di parlare di tutto. Avevamo un grande modello, Linea d’ombra, la rivista diretta da Goffredo Fofi che, da liceali e in contesti diversissimi, ci ha cambiati. Poi ci siamo salutati, con la tovaglietta dell’osteria su cui avevamo scritto il titolo e il sottotitolo del nostro magnifico progetto, e siamo tornati barcollanti a casa.

Boris: Il giorno dopo ho chiamato Claudio Calia che dirige l’associazione culturale Oblò con cui stavo per pubblicare Bande a parte, la mia storia di due grandi rivoluzioni del fumetto. Gli ho raccontato l’idea. Invece di opporsi alla presenza di Paolo, incredibilmente Claudio ha detto che andava benissimo ma che dovevamo avere quale riferimento il Comics Journal. Forse ha aiutato il fatto che l’ho chiamato tardi e, a quel punto, era ubriaco lui. Le idee sono sempre le solite nostre: la critica e la storia non possono essere separate; la storia deve essere continuamente raccontata; la memoria è inaffidabile e in un mondo, come quello del fumetto, in cui la gran parte degli studi ruota attorno alla nostalgia, è necessario avere una posizione radicale; il fumetto è un modo del racconto meraviglioso che ha un ruolo marginale nella vita. E anche nella storia e nella critica.

Come inizia la lunga intervista a José Muñoz sul primo numero di QUASI

La grafica è realizzata da Albero Bonanni. Come è stata pensata?

Boris: Volevamo parlare di storie che tengono in assoluto equilibrio parole e immagini. Farlo con le sole parole ci faceva precipitare in quel paradosso che Zappa ha definito così bene: «Scrivere di musica è come ballare di architettura». E allora abbiamo subito coinvolto nel progetto Alberto Bonanni che è un caro amico con cui ho condiviso esperienze importantissime. Alberto ha inventato il logo di QUASI, le testatine del blog e soprattutto la grafica della rivista.

Paolo: Alberto ha un’idea molto chiara di quello che vuole fare. È disposto al confronto su quasi tutto, ma appena tocchi uno degli elementi chiave della sua grafica esprime posizioni così limpide che puoi solo tacere. Su QUASI i nomi degli autori sono scritti nella prima pagina dell’articolo, con un carattere molto più grande del titolo o di qualsiasi indicazione di argomento. Inoltre, siccome gli articoli si compongono tanto di parole quanto di immagini, i nomi di chi ha scritto e di chi ha disegnato sono proposti uno sopra l’altro senza alcuna specifica. Quando ho espresso dei dubbi, mi ha dato una spiegazione lucidissima cui era impossibile opporsi. Chiaramente non la saprei ripetere e forse era meglio se intervistavi lui.

Sono molte le firme, tra articolisti e disegnatori, che partecipano alla rivista. Com’è nato il loro coinvolgimento e cosa gli avete chiesto?

Paolo: Con lunghe chiacchierate. Al telefono, in chat, qualche volta anche in osteria. Abbiamo raccontato a tutti come era nata l’idea e chiacchierando sono emerse soprattutto le nostre curiosità. Avevamo sentito raccontare ad Andrea Ciccarelli una storia bellissima sull’idea di fumetto di Carmine Di Giandomenico e lui l’ha trasformata in un paradigma. Felix Petruška, che è un disegnatore straordinario, parla spesso di Tove Jansson; gli abbiamo chiesto di scriverne e lui ha preteso che accanto alle sue parole ci fosse un disegno di Francesco Chiacchio che è un distillato di Moomin. Peppe Liberti è un amico che scrive benissimo di argomenti scientifici e ha deciso di raccontare di quando, cent’anni fa, Krazy Kat si è confrontata con una pandemia. Patrizia Mandanici ha disegnato una Susan Sontag commovente che Alberto ha impaginato in modo che diventasse una specie di posterino. Massimo Galletti ci ha raccontato le sue memorie di cucciolo di lettore. 

Boris: Poi abbiamo scovato in rete i libricini bellissimi che Adriana Lago fa per suo esclusivo diletto e gliene abbiamo chiesto uno che troviamo straordinario. Abbiamo chiesto a Joe1, Marco Corona, Fumettibrutti e Alessio Spataro di illustrare dei nostri articoli, con l’intenzione di rivedere le parole per raggiungere il massimo equilibrio con le immagini, ma la consapevolezza di quei quattro è così alta che siamo stati ricacciati nel nostro cantuccio di scribacchini. Abbiamo inserito due interviste, nella tradizione del Comics Journal che tanto piace a Claudio, una a José Muñoz e l’altra a Vincenzo Filosa. Infine abbiamo chiesto a Massimo Giacon di disegnarci una copertina e lui ci ha regalato quella meraviglia. Ma davvero, come dice Paolo, sono tutte collaborazioni nate da chiacchierate lunghe e spesso affettuose.

A fianco del cartaceo proponete anche una versione online. Come si differenziano le due proposte?

Paolo: Mica lo volevamo fare il blog. O almeno non subito. Avevamo raccolto tutti i materiali ed eravamo pronti per impaginare il primo numero, quando la pandemia ci ha confinati ognuno nella rispettiva abitazione. Sconforto, tristezza, noia, paura… Come per tutti. Intorno al 20 di aprile ci siamo sentiti e abbiamo deciso di partire con un blog. Abbiamo deciso di fare due post di lancio in occasioni di due feste che per noi sono importantissime, il 25 aprile e il primo maggio, e poi di partire con una struttura da settimanale che pubblicasse un paio di post al giorno finché ce l’avessimo fatta. A poco a poco, si sono uniti a noi amici carissimi che si sono ritagliati spazi completamente loro che spesso non parlano di fumetto, ma che ci sembrano sempre indispensabili per avere idee del funzionamento delle narrazioni che mescolano parole e immagini.

Boris: Siamo contenti di tutte le nostre rubriche. Ci sono quelle che scriviamo Paolo e io (e che ci illudiamo diano la linea a tutto QUASI): gli editoriali, Bagatelle per un Alph-art, Strani anelli, Una pietra sopra. Ci sono interventi di pregio di autori ospiti che si trasformano in chef per noi e ci preparano ottimi Plat du jour. E poi ci sono le rubriche dei nostri amici che continuano a modificare la nostra idea di fumetto, spiegandoci cose che spesso non avevamo capito: l’idea di ritmo raccontata da Lorenzo Ceccherini nel Bassista non se lo incula nessuno, gli eccessi della Grande abbuffata di Lucia Lamacchia e Ugo e Michel, Francesco Pelosi e La Came che ci consegnano Ritratti illuminanti, le scienze di Peppe Liberti, le letture sghembe e mai banali di Rorschach di Arabella Urania Strange, la cascata di immagini stranianti del View-master di Alessandra Falca, la follia scanzonata di Alberto Choukhadarian, i moralismi di Andiamo a bruciargli la casa di Giorgio Trinchero e il gioco del calcio raccontatoci da Mabel Morri.

L’illustrazione di Francesco Chiacchio che accompagna il testo di Felix Petruška su Tove Jansson e i Moomin

Qual è stata la risposta dei primi lettori?

Boris: In un momento in cui non ci sono festival e presentazioni, QUASI può essere acquistato solo sul sito di Oblò e viene spedito, una copia alla volta, dalle manine sante di Claudio Calia. Sappiamo chi sono e quanti sono e, dannazione!, sembrerebbe proprio che ci stiano rovinando il progetto espresso con poca lungimiranza nel titolo.

Che difficoltà avete incontrato nel realizzare la rivista, se ce ne sono state?

Paolo: Una pandemia! Ma non è colpa nostra… spero. 

Con che periodicità uscirà la rivista?

Paolo: La vorremmo quadrimestrale. Ma già sappiamo che, almeno fino a quando non potremo muoverci nel mondo reale con maggiore libertà, ci toccherà una semestralità forzata. In queste condizioni è frustrante cercare di fare una rivista che nasce dalla nostra voglia di dialogo – e anche di litigio – con amici, autori, lettori, studiosi…

Qualche anticipazione sul prossimo numero e sui successivi?

Boris: Stiamo raccogliendo i materiali per il secondo numero. Vogliamo continuare a costruire QUASI intorno alle interviste e a un’idea forte di storia e critica del fumetto. E poi abbiamo i materiali del blog che, settimana dopo settimana, crescono in una forma coerente. Stiamo progettando I quaderni di QUASI, una collana di saggi, in cui dare struttura agli articoli e proporre materiali inediti e inattesi.

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