La necessità di ricordare: “Avrei voluto dirti grazie” di Yukari Takinami

di Angela Viola Borzachiello

avrei voluto dirti grazie manga dynit

La morte intesa come perdita e distacco è da sempre presente in letteratura e nelle arti, sebbene non sia facile raccontare il lutto senza scivolare nella banalità o nel pietismo. La scrittura può stimolare riflessioni e confronti tra la propria e l’altrui finitudine. Raccontare le proprie emozioni aiuta a evitare che la persona persa finisca nell’oblio, a cercare un senso in un evento incomprensibile eppure scontato, quasi superfluo da narrare. In particolare, la morte di un genitore è un evento tanto doloroso quanto naturale. Come scrive Joan Didion ne L’anno del pensiero magico: «La morte di un genitore […] nonostante la nostra preparazione, anzi, nonostante la nostra età, smuove cose dentro di noi, provoca reazioni che ci sorprendono e che possono liberare ricordi che avevamo creduto definitivamente sepolti».

Nella primavera del 2014 Yukari Takinami apprese al telefono, dalla sorella, che la madre è affetta da cancro al pancreas in stadio avanzato. Takinami, nata nel 1980 a Sapporo, nell’isola di Hokkaido, è nota in Giappone per il manga Motokare mania, una commedia sentimentale di buon successo di cui è prevista anche una trasposizione live action, ma Avrei voluto dirti grazie è il suo primo titolo pubblicato in Italia. Questo lavoro nasce dalla necessità di ricordare il genitore, in particolare l’ultimo anno di vita trascorso insieme, e prendere coscienza della perdita, in un percorso di crescita e accettazione. Qui Takinami non si allontana dal suo registro leggero ma lo utilizza per affrontare un argomento drammatico che ha coinvolto la sua vita. La prospettiva della morte diventa pretesto per una riflessione sul suo rapporto con la madre. 

avrei voluto dirti grazie Yukari Takinami

In un primo momento prevalgono la paura e l’angoscia di una ulteriore perdita, a nove anni dalla morte del padre. Di colpo Takinami comprende che ogni incontro con la madre potrebbe essere l’ultimo e che finisce l’età in cui è possibile contare sui genitori. Per lei inizia un periodo in cui farà da spola tra la sua città, Kushiro, e quella della sorella infermiera, che vive a Osaka e si farà carico delle cure. Insieme le due sorelle tentano di far vivere nel miglior modo possibile la madre, per il tempo che le resta. Ma la vicinanza e la malattia rendono teso il rapporto tra la donna e le figlie.

Sono le cose da fare a preoccupare i personaggi: vendere la casa, il trasloco, le visite in ospedale, avvisare i parenti, il ritratto per la tomba, dove celebrare il funerale. Il dolore rimane in sottofondo, e il realismo prevale sulle emozioni. Ma in mezzo alle considerazioni pratiche si innervano anche i dubbi e le difficoltà del rapporto famigliare. Takinami mostra senza remore il proprio paesaggio interiore: le debolezze e le paure, le difficoltà nell’avere un dialogo senza tensioni e ansia, la necessità di mantenere una distanza emotiva per ritrovare un contatto con la madre. L’autrice inizia un percorso di terapia per superare questi complessi e sviluppare un rapporto più sincero e concreto con la madre, libero da vincoli emotivi e da sensi di colpa.

Avrei voluto dirti grazie è un racconto autobiografico dal tono delicato e onesto, che procede con leggerezza e comicità, senza ipocrisia e ostentazione di buoni sentimenti. La tecnica narrativa, che unisce un registro comico e cartoonesco a un tema cupo e drammatico, è affine a quella usata da Hideo Azuma in Diario della mia scomparsa. Sulle tavole è riportato il caos familiare, la stanchezza delle sorelle nel conciliare le esigenze delle rispettive famiglie e dei figli, il lavoro, occuparsi della casa e accudire la madre. 

Takinami lavora per accumulo, i balloon debordano dalle vignette e, nei momenti di sconforto e gravità, gli sfondi diventano neri, quasi ad avvolgere i personaggi nella loro incomprensione. Nel capitolo nove, “Non voglio più odiare mia mamma così”, la mangaka riceve una telefonata dalla sorella in lacrime, che le racconta di aver litigato con la madre perché l’ha rimproverata di oziare troppo e non fare niente per lei. La protagonista ricorda che la donna ha sempre avuto un brutto carattere e non è affatto cambiata: sapere che rimane poco tempo da vivere non rende le persone più tenere.

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Il tratto è semplice e minimale e i disegni sono stilizzati e funzionali alla storia, mentre solo l’immagine della madre risulta dettagliata e realistica: Takinami cerca di descriverla in tutte le sue sfaccettature, senza celarne i difetti. La morte è il pretesto narrativo per tentare di disegnare la sua personalità complessa ed energica. Nel capitolo dieci, dal titolo “Ma morirà davvero?”, la mangaka apprende che la donna è stata ricoverata in ospedale e d’istinto riesce a realizzare il ritratto che lei le aveva chiesto per la tomba. Ricorda di colpo ciò che la colpiva della madre da bambina: la bellezza del suo viso, la solarità, il sorriso e un profilo così perfetto da sembrare scolpito. «Ho pensato che ero ancora in tempo… e ho pianto per il sollievo».

È possibile che il legame con la propria madre sia il metro su cui misuriamo tutti i rapporti della nostra esistenza? Takinami scava in profondità nel suo essere figlia e a sua volta madre. Si concentra su una figura difficile da raccontare e lo fa in un momento di fragilità, in cui sente il bisogno di dare sostanza al suo vissuto, per dirle malgrado tutto: «Grazie per aver lottato così tanto. E poi grazie per avermi messa al mondo».

Quando perdiamo qualcuno ci sono parole che avremmo voluto dire, altre che avremmo voluto tacere. La scrittura e il disegno aiutano a non dissipare quelle parole e le rendono più concrete. Anche a noi che non abbiamo avuto quella madre, ma che sappiamo cosa significhi averne una.

Avrei voluto dirti grazie
di Yukari Takinami
traduzione di Asuka Ozumi
Dynit, agosto 2020
brossurato, 184 pp., b/n
16,90 € (acquista online)

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