In “Perfect Blue” di Satoshi Kon incubo e realtà sono una cosa sola

Nel suo esordio ufficiale in veste di regista di un lungometraggio animato, Satoshi Kon mise subito le cose in chiaro. Con Perfect Blue non ci fu più alcuna linea di demarcazione fra reale e immaginato, fra sogno e fattuale, fra incubo e ossessione: tutto è intrecciato in una sola esperienza visiva che, a più di vent’anni dalla sua uscita, non ha eguali.

La storia segue Mima, cantante del gruppo Cham che decide di abbandonare la carriera di idol per intraprendere quella di attrice. Le viene offerto un ruolo minore in una serie televisiva di genere thriller, ma questo cambio di immagine genera malcontento in alcuni suoi fan, e la ragazza comincia a essere perseguitata da un misterioso stalker. Le cose precipitano quando alcune persone che la circondano vengono uccise violentemente. La mente di Mima ne risente inevitabilmente quando, per alcune sequenze, deve recitare la parte della vittima di uno stupro di gruppo. 

perfect blue satoshi kon

Sin dall’incipit Kon gioca con lo spettatore nel frantumare i piani di realtà. Ed è proprio lì che Kon enuncia le proprie intenzioni artistiche: grazie a un montaggio alternato vediamo Mima intenta in piccoli gesti quotidiani, come fare la spesa o prendere la metropolitana. A questi attimi, con un preciso taglio di montaggio, Kon aggiunge i momenti della Mima personaggio pubblico, mentre canta a un concerto, osannata dai suoi fan. La sequenza è pensata come unica, non c’è una separazione netta fra momenti così distanti e differenti. Un esempio evidente è quando Mima, in treno, si muove a tempo di musica e, subito dopo, è sul palco mentre balla e canta. Con questo espediente, semplice ma particolarmente efficace ai fini del film, Kon suggerisce che in questa storia nulla sarà mai chiaro e che non saremo in grado di distinguere quale sia il sogno e quale la realtà. 

Perfect Blue racconta l’ambiente spietato e folle dello spettacolo, in cui i personaggi pubblici sono pedine in una scacchiera che celebra lo show, le apparenze, i gossip, dimenticando che dietro quei personaggi ci sono persone. Kon ha glissato su ogni forma di compromesso o edulcorazione e, proprio partendo dal concetto di idol, che identifica una teenager dall’aspetto carino, dolce e puro (kawaii), ha perpetrato insistite sequenze di violenza sessuale e fisica ai danni di quello che dovrebbe essere un corpo innocente. 

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Quindi, la prima operazione compiuta con Perfect Blue è stata quella di distruggere gli stereotipi legati all’immagine e alla percezione di alcune figure pubbliche, di certi ambienti dello spettacolo. Come Lynch quando, in Velluto blu (strana coincidenza cromatica), metteva un orecchio mozzato in un bellissimo giardino curato nei minimi dettagli, Kon suggerisce che dietro a un bel viso può nascondersi un abisso di orrore.  

Ma, forse, questa è la tematica che meno interessava a Satoshi Kon (l’avrebbe affrontata di nuovo e più compiutamente in Paranoia Agent). Ciò che Perfect Blue mette in scena con più lucidità è la labilità della mente umana. Kon non si limita a raccontare le deviazioni mentali di una donna sotto pressione: prende tre personaggi distinti, ne amplifica l’ossessione e le paranoie e fa sì che si intersechino fra di loro, in un gioco di rimandi svelato solo nel finale. Non la psicosi di un solo personaggio ma ben tre, che si incastrano una dentro l’altra. In questo modo è la solidità stessa del mondo, della realtà per come la conosciamo e percepiamo che si flette e si scioglie sotto i colpi di un montaggio funzionale e virtuoso, uno sguardo indifferente e avulso dalla sofferenza dei personaggi che si muovono all’interno della storia e una colonna sonora (a cura di Masahiro Ikumi) capace di passare da un ritmo forsennato a sinuose melodie dalla delicatezza onirica. 

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Ciò che emerge in Perfect Blue è l’idea che l’immagine non possa essere sinonimo di realtà. Ne è la sua riproduzione e, in quanto tale, impossibilitata a essere oggettiva. Il regista tedesco Werner Herzog, con opere quali Apocalisse nel deserto o L’ignoto spazio profondo, ha affrontato l’argomento proponendo la tesi per cui un’immagine può essere privata del suo senso, grazie alla capacità di deviarlo o modificarlo a proprio piacimento. La stessa cosa la fa Kon con Perfect Blue e in generale con tutto il suo cinema. La realtà oggettiva non esiste: esiste solo una realtà interiore, succube di cambi d’umore, paure, follie. Non a caso, Kon gioca moltissimo con le superfici, con i riflessi e gli specchi. Perché nel riflesso, cioè nella riproduzione di sé, si nasconde la bugia della realtà oggettiva.

C’è molto Katsuhiro Otomo, in Perfect Blue. È inevitabile: fu il primo lavoro di Satoshi Kon in veste di regista di un lungometraggio, e Otomo risultò essere, infatti, “supervisore speciale”. Ma, nonostante gli echi del cinema otomiano, Perfect Blue riesce da subito a risultare una creatura inquietante figlia del suo autore, il meccanismo perfetto con cui Kon è riuscito a smontare la realtà e racchiuderla in quel sogno perverso che chiamiamo cinema.

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