Perché tutti pensano che Piperita Patty sia lesbica?

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«Figuriamoci se vorrei essere gay come le mie eroine Billie Jean King, Susan Sontag, Saffo di Lesbo. E lo sai, mi sa pure Piperita Patty.» Era il 2009 quando Lisa Simpson, nell’episodio Mai più mutuo, naturalmente!, difendeva l’orientamento sessuale di alcune sue figure di riferimento, tra cui Piperita Patty, personaggio dei Peanuts creato da Charles Schulz nel 1966. Nel 2002 anche I Griffin aveva dedicato una gag alla presunta omosessualità del personaggio, e nel 2000 il Saturday Night Live ci aveva scherzato sopra con uno sketch. 

Facile capire perché Piperita Patty – la bambina tomboy innamorata di Charlie Brown che si accompagna all’amica Marcie – si fosse creata questa fama, in un mondo iperstandardizzato avaro di rappresentazioni fuori dai canoni. Apparsa per la prima volta il 22 agosto 1966 e conosciuta per il suo ruolo da maschiaccio, è diventata negli anni un’icona della comunità lgbtq, per via della sua indole anticonformista. Piperita Patty è in realtà un personaggio molto più complesso e a tratti tragico.

Nonostante le cronache raccontino di uno Schulz influenzato dai cambiamenti nella società degli anni Sessanta, Piperita Patty nacque all’interno di orizzonti più ristretti: come svela nel libro Schulz and Peanuts: A Biography, l’autore scelse di modellare il carattere della bimba su quello della cugina Patricia Swanson, che già l’aveva ispirato per altri personaggi (mentre la coinquilina di Swanson, Elise Gallaway, servì come spunto per Marcie). In un’intervista del 1987, forse per proteggere la privacy della cugina, Schulz disse di essere rimasto fulminato dalla vista di un piatto di “peppermint patties”, tortini di cioccolato e menta popolari negli Stati Uniti, e decise di usare il nome per un nuovo personaggio.

A differenze delle altre ragazze del cast, tutte vestite con abiti femminili, Piperita Patty – al secolo Patricia Reichardt – indossa camicie, magliette, pantaloni (lunghi o corti) e sandali. Questi ultimi sono un regalo del padre, che ama definire la figlia «una gemma rara» (appellativo che Schulz usava spesso per la figlia Jilly). Per un periodo la vediamo portare un pacchetto di gomme da masticare a forma di sigarette nella piega delle maniche. In un arco narrativo del 1972 si scontra con il codice di decoro scolastico che la obbliga a indossare vestiti da donna, aprendo una vertenza legale con la scuola – e Patty sceglie Snoopy come avvocato.

È spesso insieme a Marcie, una ragazzina occhialuta che la chiama “Capo” (“Sir” in originale). È innamorata di Charlie Brown, che chiama “Ciccio” (“Chuck” nell’originale), e nonostante si dichiari di continuo al ragazzo, quest’ultimo non coglie mai le allusioni della giovane. Vive con il padre – la madre è assente per ragioni mai chiarite nella striscia – e nell’unico genitore ha riversato l’affetto che aveva anche per la madre. In una sequenza di strisce primaverili del 1982, Patty e Marcie vanno a comprare un biglietto per la festa della mamma da regalare al papà di Patty, offrendo a Schulz lo spunto per parlare di un argomento complesso dal punto di vista di un bambino, senza retorica e con grande semplicità.

Studentessa mediocre, tende ad addormentarsi in classe. Questa abitudine, che Schulz utilizzò per gag ricorrenti, aveva in realtà dei contorni quasi tragici: anche se non è mai esplicitato nel testo, Jean Schulz rivelò che il fumettista aveva pensato che Patty rimanesse sveglia la notte in attesa del ritorno del padre dal lavoro. Nonostante la situazione famigliare, rimane una ragazza positiva e solare, chiassosa e determinata, ma anche dotata di una benevole ingenuità che la porta a scambiare Snoopy per un «ragazzino buffo con il nasone» e la cuccia di quest’ultimo per la dépendance di Charlie Brown.

Lo sport è una grande componente nella vita di Patty. Oltre al baseball, disciplina in cui la vediamo primeggiare al punto da allenare una squadra di baseball pochi anni dopo l’ammissione delle ragazze nella Little League (la lega di softball), è brava nella corsa, nel golf e nel tennis, perfino nel pattinaggio artistico – glielo vediamo fare nel cartone animato She’s a Great Skate, Charlie Brown. Una volta, alla domanda della maestra «Quali sono le quattro stagioni?» rispose «Baseball, football, basket e hockey».

«Patty non era solo un riflesso perfetto di come stava cambiando il ruolo della donna nella società» ha scritto il New York Times, «ma, con il suo amore per lo sport, l’indole atletica e lo spirito fracassone, era la controparte ideale alle incertezze di Charlie Brown».

Nell’anno in cui debuttò Piperita Patty, il 1966, Bobbi Gibb diventò la prima donna a finire la maratona di Boston, travestita da uomo. Bisognò aspettare il 1972 per l’entrata in vigore (non senza tentativi di ostruzionismo da parte dei conservatori) del titolo IX, una legge che vieta le discriminazioni sulla base del genere sessuale in ambito educativo. Il concetto di atleta donna non era così comune come si potrebbe immaginare.

Justine Siegal, la prima donna ad aver allenato una squadra di baseball della Major League, nel 2015, ricorda di aver visto in Piperita Patty un punto di riferimento infantile. «Charlie Brown non si è mai posto dei dubbi sulla presenza di una ragazza nella squadra di baseball» racconta Siegal a Sports Illustrated. «Mi sembrava tutto così normale. Era la mia vita, essere la ragazza nella squadra di baseball, giocare con i vicini di casa. Piperita Patty era decisamente avanti per i suoi tempi.»

«Schulz andò a toccare i temi dell’epoca, come i movimenti di liberazione femminile, ma presentò la donna negli sport in un modo che secondo me ha contribuito a cambiare la percezione del pubblico» ha detto la professoressa Jaime Schultz, studiosa del ruolo della donna negli sport.

Nel 1979, Schulz volle parlare del titolo IX nella striscia, utilizzando ovviamente Piperita, che lamenta la disparità di fondi stanziati per gli sport femminili e maschili, e arriva a dire di conoscere Billie Jean King, tennista americana che si è battuta contro il sessismo nello sport (e con cui Schulz fece amicizia). «Per cinquant’anni, Piperita Patty è stata un’icona culturale per donne e ragazze che cercano il loro posto in un mondo dominato da uomini» ha scritto Sports Illustrated. «Nella cultura popolare, nessun altro personaggio è stato così esplicito riguardo alla disuguaglianza sul campo da gioco.»

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Tutte queste caratteristiche hanno reso Piperita Patty «una bambina un po’ diversa dalle altre» spiega a Fumettologica Susanna Scrivo, traduttrice e autrice di Nuvole e arcobaleni. Il fumetto GLBT, «un “maschiaccio”, sportiva e un po’ tonta, che si innamora dei “perdenti”, Charlie Brown e Pig Pen. Non si perde d’animo, sa farsi rispettare e sembra che la lotta per l’affermazione di sé e della sua identità sui generis non le costi nemmeno troppa fatica. Tutte queste sono, secondo me, le caratteristiche che l’hanno resa un’icona gay (o, meglio, lesbica)».

«Riflettendoci, credo che nel mondo del fumetto siano più popolari i personaggi diventati icone gay nel sentire comune (mi vengono subito in mente Lady Oscar e He-Man) che non i personaggi dichiaratamente omosessuali» dice Scrivo. «Questo mi fa pensare che, almeno nel mondo della fantasia, ispirare un’idea, suggerirla e lasciarla andare al suo destino possa essere più significativo che “imporla”.»

Scrivo afferma anche come sia però difficile fare una valutazione del genere in questo momento, dato che i personaggi dichiaratamente omosessuali nel fumetto mainstream sono relativamente recenti, «e non possiamo ancora dire con certezza quale sarà il loro futuro in fatto di popolarità fuori e dentro la comunità lgbtq. Di certo, la rappresentazione trasparente di personaggi lgbtq è molto importante e di grande aiuto ai ragazzini che faticano a trovare un proprio posto nel mondo».

Secondo l’autrice, Piperita incarna comunque le caratteristiche di un’icona per la comunità, ossia «saper ispirare accettazione di sé e della propria diversità, affrontare le avversità derivanti dal suo essere diversa, insieme alla capacità di non prendersi sempre troppo sul serio».

Se non altro, la fama di Piperita nata e cresciuta fuori dai fumetti e la sua capacità di diventare un punto di riferimento pop per una comunità sono la conferma della grandezza di Schulz, creatore di personaggi rotondi, complessi e complicati che utilizzava con disinvoltura tanto per affrontare temi sociali e filosofici quanto per battute da leggere durante la colazione.

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