“Scheletri”, il thriller atipico di Zerocalcare

scheletri zerocalcare bao publishing

Sono passati quasi dieci anni da La profezia dell’armadillo, e sotto molti punti di vista lo Zerocalcare che smerciava le copie del suo libro brevi manu non esiste più. Non soltanto perché il fumettista che si autoproduceva ora è l’autore più venduto del paese ed è cambiato il suo profilo pubblico ma, banalmente, perché è cresciuto e l’abito da portavoce dei giovani gli sta stretto. Con Scheletri, il suo nuovo graphic novel, prova proprio a smarcarsi da questo ruolo.

Ambientato quando il personaggio di Zerocalcare aveva diciotto anni, il libro racconta gli anni universitari del giovane. Lo troviamo, come il Jean-Claude Romand de L’avversario di Emmanuel Carrère (libro citato dall’autore nel testo), impegnato a costruirsi una vita fittizia per compiacere la madre: invece di andare all’università, monta sulla metropolitana e ci resta finché non è ora di tornare a casa. Nei suoi viaggi a vuoto conosce Arloc, un writer sedicenne con cui fa amicizia. In mezzo ci finisce il mistero di un dito mozzato che il protagonista trova davanti casa e che resterà irrisolto per anni. Per l’autore, è l’occasione di una storia che prova a uscire dai solchi già tracciati avventurandosi in un genere diverso.

Se nelle storie brevi apparse sul blog faceva diventare i momenti di quotidianità e le (piccole o grandi) storture vissute dalla sua generazione degli standard comici, nei fumetti lunghi – da La profezia dell’armadillo in poi, escluse le opere di reportage – Michele Rech ha arricchito ad ogni libro il mosaico dell’autofiction con tasselli sparsi della propria vita, dal passato al presente più stringente, mostrando come cambiano i rapporti con amici e famiglia e con il mondo che lo cerca, lo vuole, lo brama. La sua formula è efficace quando, partendo da esperienze personali, riesce a creare un senso di comunanza con i lettori, parlando a quante più persone possibili senza essere generici. I passi falsi li ha compiuti quando queste esperienze erano troppo specifiche o troppo vaghe, come in Macerie prime, in cui il discorso si chiudeva tutto sulla sua peculiare situazione e sulla difficoltà di bilanciare lavoro e rapporti privati, perdendosi in rivoli poco coesi e superficiali. Era la parabola di qualsiasi autore diventato famoso per aver trasformato le sue lotte quotidiane in materia narrativa ma che poi, quando il successo disinnesca quei conflitti, si ritrova per forza di cose a cambiare argomenti o a parlarsi addosso.

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Scheletri è un thriller atipico, e non perché sia privo di momenti intensi ma perché la voce di Zerocalcare è una forza gravitazionale così riconoscibile che piega e divelle qualsiasi tentativo di serietà. Ci sono scene dove la messa in scena e l’atmosfera sono tutt’altro che scanzonate ma l’autore non riesce a non mettere subito dopo una pagina che tagli l’aria e alleggerisca la situazione. Non sto dicendo che sia un demerito, solo non vi aspettate cambi di passo radicali. I cambi di passo di Scheletri stanno altrove. «Se dovessi parlare a uno di 24-25 anni adesso non saprei di cosa parlare. Non li frequento, non li conosco» ha detto Rech in una diretta sul profilo Instagram di Bao Publishing, la sua casa editrice. E poi ancora: «Volevo usare dei toni diversi dal solito. Faccio questo lavoro da dieci anni e certe cose, come il discorso generazionale, le ho fatte».

Scheletri non eccede mai e gira dalle parti dei suoi lavori di finzione più felici (Un polpo alla gola, Dimentica il mio nome) proprio grazie all’amicizia tra Zerocalcare e Arloc. La prima metà del libro vibra delle loro interazioni, il modo in cui prendono le misure l’uno dell’altro, il calore distaccato che anima le loro conversazioni, il cercarsi e respingersi. È tutto talmente azzeccato che poi, quando la storia va da un’altra parte, perde un po’ di spinta – e quando ci ritorna si limita a capitalizzare su quello che aveva costruito.

Rech limita l’uso delle citazioni pop che lo avevano contraddistinto, tanto che qui una delle sue coscienze ha le fattezze di Noam Chomsky – profilo noto ma non certo capace di fare leva sulla nostalgia come il pupazzo Uan o Sailor Moon. La scelta stessa del nome di Arloc, un richiamo a Capitan Harlock, avrebbe probabilmente condotto a gag ricorrenti o scenette in cui si munge il riferimento all’opera di Leiji Matsumoto. Qui invece il riferimento è giocato con una parsimonia che non avrebbe avuto casa qualche anno fa, così come è ben bilanciato il frullato di citazioni, occasionali, mai insistite, che pescano ovunque, da Luther Blissett a Max Pezzali, dai Pokemon a Bill Viola. Anche l’assenza di elementi fantasiosi o di particolari soluzioni narrative, che l’autore non maneggia granché bene (ad esempio quando utilizza il meccanismo della metafora che diventa un elemento di sblocco della trama – l’Orso Pisolone di Dimentica il mio nome, il Panda di Macerie prime), qui gioca a suo favore e l’intreccio scorre sciolto fino a un finale inaspettato.

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Pur continuando a raccontare lo spaesamento adolescenziale, il senso di colpa che governa le nostre vite, le dinamiche interpersonali e il rapporto tra maschi – che già nei precedenti fumetti aveva ritratto come impermeabile all’emotività più schietta – l’autore inserisce temi come la paternità, quella percepita e quella degli altri, ingombrante segnale del tempo che passa e delle scelte lasciate in sospeso, ma anche spunto per creare forme diverse di affezione: in Scheletri Zerocalcare non è più (solo) il personaggio sperso che cerca continue conferme identitarie all’esterno ma una figura che contribuisce all’educazione sentimentale e culturale di un giovane uomo. La storia è permeata dai rapporti tra padre e figlio, ci sono personaggi che diventano genitori e anche la relazione tra Zerocalcare e Arloc, che sarebbe lecito interpretare come fraterna, gira più dalle parti di un giovane padre che si ritrova a gestire la prole. Tanto è vero che Zerocalcare fa una battuta cruciale sul fatto che Arloc sia un feto («extrauterino, ma sempre feto»), nonostante abbia solo due anni in meno di Zero. Così dicendo, inquadra inconsapevolmente la dinamica tra lui e Arloc dando una connotazione genitoriale alla loro amicizia.

C’è una nota di stile che spiega fino a che punto Zerocalcare abbia salde le redini di questo racconto: l’uso delle splash page. Nei suoi lavori, le immagini a tutta pagina sono usate per puntellare un momento di riflessione (l’inquadratura di un paesaggio, di un profilo cittadino) o per sottolineare l’enfasi di un momento drammatico, di un colpo di scena o di un passaggio che talvolta pecca di retorica. Ecco, in questo senso, nei fumetti di Zerocalcare, la splash page è il correlativo oggettivo della sua retorica. Nel flusso del racconto balzano all’occhio anche perché la cifra stilistica mediana dei suoi fumetti è rappresentata da una pagina verbosa, zeppa di vignette e stretta negli spazi, così quando poi arriva la tavola aperta l’effetto è particolarmente marcato.

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Le due parti del precedente Macerie prime erano pesanti nelle loro digressioni, inefficaci e ripetitive, proprio perché il racconto non faceva altro che passare da una splash all’altra, da un momento urlato all’altro, riempiendo ciò che ci stava in mezzo con tessuto connettivo che faceva melina in attesa del successivo paginone. E in effetti Macerie prime – Sei mesi dopo era il suo libro con il maggior numero di splash page, in assoluto ma anche in relazione al numero totale di pagine (10%). Con mia sorpresa, Scheletri ne ha il 12,5%, con 35 pagine splash. Eppure, anche se la scelta delle immagini di grande formato non è sempre centrata, si integrano tutte nel testo e non danno la sensazione di essere davanti all’ennesima sottolineatura del racconto.

È scavando nel passato che Zerocalcare trova nuova linfa per la sua opera e ricava energie per rimodulare in un’ottica più universale il proprio presente. Scheletri è al tempo stesso un libro nuovo e un ritorno ai racconti di formazione più riusciti della sua produzione.

Scheletri
di Zerocalcare
Bao Publishing, ottobre 2020
Cartonato, 288 pp., b/n
21,00 € (acquista online)

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