I mostri di Al Ewing. Intervista allo sceneggiatore de L’immortale Hulk ed Empyre

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Se il fumetto supereroistico fosse un’onda, Al Ewing sarebbe la cresta spumosa. Lo sceneggiatore inglese, attivo da molti anni prima su 2000 AD e poi in Marvel Comics, ha visto la sua reputazione salire vertiginosamente in seguito al successo commerciale e critico de L’immortale Hulk, serie realizzata con Joe Bennett che ha ripensato il personaggio di Hulk in chiave horror. La popolarità della testata lo ha portato a scrivere il crossover Empyre e poi una miriade di progetti di primo piano (Guardiani della Galassia, S.W.O.R.D.), nonché la serie per Boom! Studios We Only Find Them When They’re Dead.

In occasione di Lucca Comics & Games 2020 ci abbiamo chiacchierato (su Zoom, ça va sans dire) per farci raccontare del suo lavoro, in cui il mostruoso e il bizzarro può declinarsi nelle forme più disparate, da un disegno di Junji Itō a un comizio di Boris Johnson.

Da piccolo, che tipo di rapporto avevi con i fumetti?

Il rapporto che ha la popolazione inglese con il fumetto è molto diverso da quello degli altri paesi, specialmente quelli europei. In Europa i fumetti sono trattati con rispetto, mentre in Inghilterra sono visti come una cosa da bambini che si abbandona quando si cresce. Sono cresciuto in un’epoca in cui tutti i bambini leggevano i fumetti. Era socialmente accettato che tu li leggessi, da piccolo, ma poi l’aspettativa sociale prevedeva che li abbandonassi. Io invece ho scoperto i fumetti americani, che coprono varie fasce d’età e quindi ho continuato a leggerli.

Ora penso sia diverso, però ci sono anche molti meno fumetti di leggere. C’è ancora 2000 AD e qualcos’altro, ma sono finiti i giorni in cui entravi in una fumetteria e c’erano venti fumetti nuovi ogni settimana. Oggi c’è soprattutto il fumetto importato dall’America o dall’Europa, ma pochi prodotti autoctoni.

Quando avevo 8 anni, i fumetti erano ovunque. Ogni ragazzino comprava i fumetti con i soldi che gli davano i genitori. Dolci e fumetti erano parte dell’esperienza dell’essere bambini. Io poi ho scoperto 2000 AD e le ristampe dei fumetti Marvel in bianco e nero pubblicate da Marvel UK. Ogni numero era spezzettato in episodi da dieci pagine. Mi piaceva un certo tipo di fumetti supereroistici. Leggevo le storie di Superman negli anni in cui era praticamente una soap opera in cui a un certo punto arrivava la scena d’azione, che saltavo a piè pari per sapere se Jimmy Olsen ce l’avrebbe fatta a trovare un lavoro. Era come guardare EastEnders, ma coi supereroi.

A 16 anni cosa leggevi?

Erano i primi anni Novanta, leggevo i fumetti Vertigo e quelli di Grant Morrison. Avevo smesso di leggere i supereroi perché non ho mai avuto una grande passione per le produzioni di quel periodo. Non mi piaceva tutta quella generazione Image.

Per i disegni o per la storia?

Entrambi. La storia era sacrificata a favore dei disegni, che erano sempre in primo piano, e a me quei disegni non piacevano.

E per il resto che ragazzo eri?

Vivevo in un piccolo paese, ero introverso, cosa che sono ancora ora, ma penso che per fare lo scrittore ci sia anche bisogno di essere un po’ dei solitari. Conviene esserlo se gran parte del tuo lavoro consiste nell’essere incatenato alla scrivania per lunghi periodi di tempo. Anche se devo dire che con la pandemia sto vedendo molte più persone di quante non farei di solito, per via di tutti gli incontri su Zoom che sto facendo.

Comunque, a 16 anni stavo ancora aspettando che la mia vita iniziasse. Ero alla ricerca di fumetti più interessanti di quelli che avevo letto durante l’infanzia. In questo senso, la mia vita professionale è una diretta conseguenza dei miei 16 anni, perché sono ancora alla ricerca di fumetti interessanti.

Li facevi anche, i fumetti, o li leggevi solo?

Sì, disegnavo storie satiriche, ne ho ancora qualcuna da qualche parte. Facevo parodie dei fumetti della Silver Age. I fumetti della Silver Age iniziavano sempre con una splash page simbolica di una situazione ridicola. Io e mio fratello disegnavamo una pagina con un’immagine assurda promettendo un’avventura fuori dal mondo che poi non realizzavamo. Ho sviluppato così il mio senso dell’umorismo. Ancora adesso se scrivo dei testi comici di solito sono in quella vena, nonsense e assurda.

Speravi sarebbe diventata la tua professione?

Non mi facevo illusioni però pensavo che in qualche modo sarei finito a fare cose creative, ma nella forma di una professione rispettabile, come il romanziere o lo sceneggiatore di film. Non mi vedevo nei fumetti. Ma poi 2000 AD pubblicò le linee guida per proporre materiale. A oggi, che io sappia, rimane l’unico editore che abbia mai accettato materiale non commissionato. Per sei mesi all’anno accettavano sceneggiature per storie brevi con un colpo di scena finale. E se piaceva, te le compravano. È così che ho iniziato a lavorare come autore di fumetti. Alcune me le accettarono, altre le rifiutarono.

E i tuoi genitori ti supportavano o erano scettici?

Scettici. Quando la mia carriera iniziò a ingranare si misero il cuore in pace, ma all’epoca non pensavano potesse essere una buona strada da intraprendere. Però non mi hanno mai fermato, non mi hanno impedito di fare le scelte che ritenevo migliori per me. Erano preoccupati, di certo, che non sarei riuscito a mantenermi. Però li capisco, nella loro mente quello era un passatempo infantile, non si capacitavano del fatto che continuassi a leggerli da grande e si domandavano cosa ci trovassi dentro.

Amavo il mezzo fumettistico. So che certi autori hanno l’ambizione di lavorare sul loro supereroe preferito. Io non ho quel desiderio, mi piacerebbe farne alcuni perché so che potrei farci delle belle storie. Hulk forse è un’eccezione perché era il mio preferito da bambino, però se mi avessi chiesto 5-6 anni fa se avevo una storia di Hulk da raccontare, probabilmente avrei detto di no.

Cosa è cambiato?

La morte di Bruce Banner, che mi ha fatto iniziare a pensare a cosa si sarebbe potuto fare con quel personaggio. Non credo sia molto sano cercare di immaginare storie per i personaggi come ce li ricordiamo da bambini, penso sia più utile guardare al presente e allo status quo attuale. Quello mi ha dato l’idea.

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Ti sei candidato tu per L’immortale Hulk?

È stato un misto di cose, in realtà. Hulk è morto e tornato in vita diverse volte. Il problema che avevano gli editor era che bisognava riportarlo in vita in un modo inedito rispetto al passato. Stavo lavorando sulla saga degli Avengers Senza tregua e si decise che avremmo rivelato che Hulk era tornato in vita, un colpo di scena che avrebbe entusiasmato i lettori e aumentato le vendite, possibilmente. Quindi stavamo pensando a come farlo e a me venne in mente la nozione che Hulk fosse immortale. La mia proposta era: abbiamo sempre pensato che Hulk fosse mortale, e se non lo fosse stato? Non sarebbe spaventoso se fosse immortale?

Allora abbiamo inserito questo Hulk inquietante che si batte contro gli Avengers. Poi dissi chiaramente che, se ci fosse stata una serie dedicata a Hulk, mi sarebbe piaciuto scriverla. A quel punto non ero uno sceneggiatore di successo, le cose che avevo scritto erano state ben recensite ma senza fare grandi vendite. Tom Brevoort, l’editor de L’immortale Hulk, mi mandò un’email scrivendo: «So che vuoi questo incarico, ma dovrai guadagnartelo, proporrai la tua idea sapendo che altri autori stanno facendo la stessa cosa».

Erano interessati a rilanciare Hulk e c’erano molte direzioni che la serie avrebbe potuto prendere. Scrissi il pitch con le idee chiare su quello che avrei voluto fare, ma in un certo senso mi ero preparato il terreno con Senza tregua, piantando alcuni semi che però qualcun altro avrebbe potuto coltivare.

Dopo L’immortale Hulk, anche il rilancio degli X-Men di Jonathan Hickman ha rifiutato di utilizzare la morte come espediente narrativo. Sembra una reazione da parte vostra alla troppa disinvoltura con cui i fumetti hanno ucciso e resuscitato i loro personaggi.

Penso sia esattamente così. Io e Jonathan siamo partiti dagli stessi presupposti arrivando però a conclusioni diverse. Jonathan ha eliminato quella variabile dal gioco costringendosi a raccontare storie interessanti perché aveva appena scartato tutte quelle noiose. Mentre io ho affrontato l’idea dal punto di vista horror della faccenda. In entrambi i casi questo spunto migliora le storie e rende esplicito ciò che prima il lettore considerava implicito.

Ogni volta che muore un personaggio i lettori pensano sempre «Vedrete che tra sei mesi torna in vita», non c’è più succo da spremere da quel frutto, a meno che tu non riesca a trovare un qualche aggancio emotivo, ma ci sono altri modi per ottenerli. Se inizi annunciando che non ci saranno storie di morti, quando ce n’è una, allora diventa una faccenda da prendere sul serio.

L’immortale Hulk è la fiera del body horror, con tutte quelle orribili mutazioni fisiche. Quanto ha contribuito il disegnatore Joe Bennett a questo aspetto?

È stata una sua idea. Joe è un grande fan di quel sottogenere horror. I primi numeri sono più inquietanti e meno cruenti, il personaggio si nasconde sempre nell’ombra. Poi verso il quarto numero scrissi una sequenza di trasformazione, penso fosse per Sasquatch, e dissi a Joe di disegnarla come una classica trasformazione in cui vediamo tutte le fasi intermedia tra umano e mostro.

Joe fuse insieme tutte queste fasi, disegnando un gigantesco ammasso orrifico. Era incredibile e decidemmo di sviluppare l’idea. Joe e io adoravamo La cosa di John Carpenter e iniziammo a integrare questo elemento nella serie. Di solito lascio che sia Joe a inventare il design del mostro o della trasformazione, io magari descrivo cosa ho in testa e quali sensazioni vorrei per la scena.

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Hai un blog in cui pubblichi vignette di vecchi fumetti di Hulk, una sorta di cantiere aperto sul tuo lavoro visto che molte immagini poi tornano nella serie. Documentandoti su quelle storie hai fatto nuove scoperte sul personaggio?

Ho letto e riletto i primi sei numeri di Incredible Hulk. All’inizio pensavo che avrei incorporato l’atmosfera horror di quelle storie ma poi ho riflettuto sul fatto che quegli albi sono in costante movimento, cambiano di continuo. E così sviluppammo l’idea che ogni cinque numeri la nostra serie avrebbe cambiato strada, come se non riuscissimo a stare fermi. Penso sia una cosa innata del personaggio: non riesce a fermarsi, non trova pace, cambia di continuo.

Nel blog a un certo punto ho postato una vignetta in cui Betty diventa Arpia. Mi colpì molto perché era folle! Aveva queste zampe d’uccello giganti così bizzarre. Quando tornai a leggere i fumetti di supereroi, uno dei primi che ripresi in mano fu quello di Hulk, quindi ero abituato a un certo tipo di comprimari. Al massimo si trasformavano in mostri forzuti come Hulk. Vedere Arpia è stato come assistere a un incubo febbricitante. Dovevamo riportarla nei fumetti, ma in un mondo post-She-Hulk Rossa, quindi mischiammo il design di She-Hulk Rossa con quello di Arpia.

Joe si inventò un personaggio che sembrava disegnato da Junji Itō, io gli chiesi solo una modifica: piedi più grandi. Volevo che fossero zampe giganti e bizzarre, perché nei fumetti degli anni Settanta erano enormi, come se il disegnatore avesse avuto una specie di perversione per le zampe d’uccello.

A proposito della mutevolezza de L’immortale Hulk, in effetti si tratta di una serie molto poco prevedibile.

Se realizzassimo qualcosa che la gente può prevedere con facilità sarebbe un fallimento. Credo che uno degli elementi che ha convinto i lettori sia che non sanno mai dovrà andrà la storia. Ed è una cosa abbastanza rara. Penso sia una caratteristica unica di Hulk. Ci sono molte cose che puoi fare con Hulk che non potresti fare con altri personaggi. Non ci sono storie di Spider-Man in cui dichiara guerra al pianeta o a una multinazionale. Non è una cosa che Peter Parker farebbe, andrebbe contro il suo senso di responsabilità. Piuttosto si farebbe coinvolgere in una qualche forma di protesta pacifica. Non combatterebbe un esercito.

Hulk non è un supereroe nel senso tradizionale del termine. È una forza caotica, e una serie su di lui deve per forza cambiare di continuo e avere una relazione burrascosa con l’autorità. Non so quanti altri supereroi rientrano in queste categorie. Anche il vigilante più anti-sistema opera all’interno del sistema. Hulk è un sistema, un sistema di personalità multiple, che però opera fuori dal sistema umano. È imprevedibile, perciò puoi fare delle cose che non potresti fare altrove.

L’immortale Hulk ha prodotto una serie di uscite speciali e one-shot che palesano da una parte il successo dell’operazione e dall’altra la volontà di Marvel di farlo diventare un brand. Ti preoccupa il fatto che possa diventare uno standard, perdendo l’unicità che lo contraddistingue?

Cerchiamo di tenerlo sotto controllo. Abbiamo una regola: non mischiamo mai le vicende della serie con altre storie, non facciamo tie-in con altri eventi dell’universo Marvel. Però facciamo degli speciali fuori serie, come Immortal She-Hulk, in modo da rispettare i nostri obblighi narrativi con il resto del mondo Marvel senza però annacquare la serie principale o il marchio. Finora ha funzionato, sono anche uscite delle storie realizzate da altri ma l’importante è che se leggi L’immortale Hulk non hai bisogno del resto, è un’esperienza completa. Se leggi il resto hai qualcosa in più ma non è indispensabile per seguire la trama. Se così fosse sarebbe un fallimento per noi.

Facciamo di tutto per non diluire il marchio, ma Hulk è comunque parte dell’universo Marvel. In un modo o nell’altro sarà coinvolto dalle vicende di quel mondo, che lo scriva io o qualcun altro, quindi preferisco essere io a scriverlo per poter mantenere costante quel tono che abbiamo impostato in L’immortale Hulk. Quando avrò finito la mia gestione, Hulk sarà alla mercé di chi lo gestirà, ma finché ci sono io cerco di tenere tutto sotto controllo.

È una cosa contro cui devi combattere?

Gli editor sono dalla mia parte, sono gli altri scrittori che magari vorrebbero inserire Hulk in qualche loro storia. Io non voglio sempre dire di no, però dico sempre «se deve comparire in questa storia, scriverò un tie-in e la gestiremo in modo che sia coerente». Non vogliamo che Hulk compaia ovunque, sul quel versante abbiamo svolto un buon lavoro, non l’abbiamo fatto spuntare in ogni serie. Così la gente sarà sempre affamata delle sue apparizioni.

Il successo della serie è arrivato a sorpresa, all’inizio dell’avventura che orizzonte vi eravate dati?

Avevo firmato per scrivere 15 numeri. Era il numero più basso che pensavo realisticamente avremmo potuto realizzare. Volevamo scrivere una storia completa in 15 numeri, e se fosse andata male a livello di vendite avremmo comunque chiuso la vicenda che volevamo raccontare. E invece ha venduto bene e quindi ho modificato i piani in corsa. Ho pensato a quanto saremmo potuti durare a quel punto. Ho pensato a un altro numero, che però non rivelerò. A un certo punto pensavamo che avremmo chiuso con il numero 25, però le cose andavano talmente bene che ci siamo detti «D’accordo, arriveremo fino all’altro numero che abbiamo pensato».

Joe Bennett se l’è lasciato sfuggire ma né tu né la Marvel avete commentato la notizia. È solo scaramanzia?

Esatto. Mi ricordo quando Tom King disse «Farò 100 numeri di Batman» e io avrei voluto davvero leggerli tutti e 100. Per questo non voglio dire quando finirà. Comunque quando annunceremo quel numero diremo chiaramente che è l’ultimo, e sarà una storia molto lunga. Non faremo come con The Walking Dead.

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Hai scritto il crossover Empyre, gestisci serie importanti. Sei diventato l’uomo di fiducia della Marvel, è un ruolo in cui ti senti a tuo agio?

Mi sono sempre sentito lo scrittore di riferimento a cui rivolgersi per qualsiasi lavoro, solo che adesso è più evidente perché scrivo progetti più chiacchierati. È bello fare contenti gli editor perché poi loro mi fanno contento quando ho una richiesta assurda. Però mi piace anche lavorare con altri autori. Empyre è iniziata come una storia piccola ma poi c’era bisogno di così tanti personaggi che ha preso quota. Penso sia uscito un buon crossover. Lavorare con Valerio Schiti è stato bellissimo, è uno dei disegnatori con cui mi trovo meglio.

Per te è sempre lo stesso lavoro o ti sembra cambiato rispetto agli esordi?

Mi sembra di fare lo stesso mestiere che facevo quando scrivevo su 2000 AD, solo in un’infrastruttura diversa. Non lo so, forse è un fallimento il fatto che mi sembri sempre lo stesso lavoro. Cerco di spingere le cose un po’ in avanti, in termini di rappresentazione dei personaggi. La scelta di far diventare Hulkling il protagonista di un crossover di primo piano è stata molto importante e significativa per tanti lettori. Vengo pagato meglio, però il lavoro è lavoro. Poi arriverà un punto in cui qualcuno prenderà il mio posto e io farò altro.

Uno dei tuoi vezzi è l’uso delle citazioni e dei titoli, abbastanza inusuali in un mondo in cui molto spesso non ci si spreca neanche più a dare dei nomi ai singoli albi.

Ogni volta che ho scritto un fumetto che non aveva un titolo mi è sempre sembrata un’occasione persa. Il titolo rappresenta un’informazione in più che dai sulla storia ed è una cosa che si fa ricordare. Mi piace trovare i titoli delle storie. In Guardiani della Galassia i titoli servono a dare il tema della storia già dalla copertina. Su Hulk servono da cliffhanger (l’avevo fatto anche su Ultimates). La citazione invece doveva essere una tantum, però poi l’abbiamo ripetuta nel secondo numero e da lì in poi non potevamo più farne a meno. Mi piace perché sta al posto della pagina con il riassunto, costringendomi a essere sempre molto chiaro nell’esposizione delle informazioni.

La scena iniziale del tuo primo numero di Guardiani della Galassia è emblematica del nostro presente: c’è un padre che sta cercando di consolare il figlio dagli orrori della realtà. È una sequenza che hai scritto prima dell’arrivo della pandemia, ma pensi che l’emergenza sanitaria abbia cambiato il nostro immaginario collettivo e il modo in cui gli autori pensano alle storie?

Non penso che l’abbia cambiata, ancora, perché ci siamo nel mezzo. Ma la cambierà. Probabilmente vedremo un’ondata di opere molto ovvie e banali sulla pandemia, vedremo un’ondata di opere meno ovvie, e poi vedremo semplicemente opere in cui si racconta come il virus ha cambiato il nostro modo di pensare. E non sappiamo ancora come è cambiato il nostro modo di pensare.

Quella scena di Guardiani era ispirata a ciò che stavo vedendo in America, in Europa e in particolare nel Regno Unito. Boris Johnson si stava insediando come primo ministro e c’era un presagio nell’aria che sarebbe andato tutto a rotoli, ed effettivamente tutto è andato a rotoli. Non sapevamo dove saremmo stati l’anno successivo o cosa sarebbe successo. Nel mio paese una leadership fascista e incompetente ci sta portando sull’orlo del baratro.

Vedremo cosa succederà in America, ma la vittoria di Joe Biden potrebbe segnare l’inasprimento delle tendenze autoritarie di Johnson. Se mettiamo a rischio l’accordo del Venerdì Santo con l’Irlanda del Nord non ci sarà modo di avere degli accordi commerciali con gli Stati Uniti, e questo forzerà Johnson a tornare al tavolo delle trattative con l’Unione Europea. Mentre, se vincerà Trump, il partito conservatore inglese non vorrà alcun accordo così potrà fare soldi sulla pelle dei cittadini che non potranno comprare i prodotti d’importazione. È una situazione orribile, e non riesco a credere che la popolazione continui a votare per questi mostri imbecilli. Eppure è così, posso solo dire a tutti i miei lettori europei che sono inorridito e sconvolto tanto quanto loro.

Scusa, siamo finiti a parlare di politica inglese… Comunque, ecco, il senso di quella scena era questo, vedere una grave minaccia venirti incontro. E poi è successa una cosa buffa: più le cose andavano peggio, più mi veniva da scrivere la serie in maniera leggera ed escapista. Prima che le cose peggiorassero fino ad arrivare al punto in cui siamo ora, mi sembrava che fosse necessario un messaggio di avvertimento, mentre ora mi sembra più utile l’escapismo. Ed è bello vedere personaggi di un mondo di fantasia affrontare delle difficoltà.

C’è un numero recente di Guardiani della Galassia in cui Nova va dallo psicologo per una seduta di terapia, e molti lettori mi hanno scritto per dirmi quanto sia stato utile e catartico per loro quell’albo. Forse è questo il ruolo dei supereroi oggi, offrire una pausa dagli orrori del mondo e un po’ di speranza.

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